Il dovere della memoria contro la ‘ndrangheta: intervista a Luciana De Luca
"È per loro che scrivo ogni giorno, che ho deciso di pubblicare questi libri, perché voglio che le persone conoscano anche calabresi che sono stati travolti dalla violenza mafiosa e che, poi, sono stati circondati dal silenzio"
Luciana De Luca è una conversatrice che aggancia la passione e l’indignazione a un tono sempre misurato, calibrato. Giornalista, scrive per “Altravoce, il quotidiano del Sud”, scrive da anni, ha una profonda conoscenza dei fatti criminali calabresi, di cui ha raccolto le conseguenze nefaste e anestetizzate dal tempo e dall’incuria della nostra memoria in un interessante volume, “Diario della memoria. Imprenditori contro la ‘ndrangheta” (Terra Somnia Editore 2024).
Conversiamo di questo libro e d’altro in streaming, il 21 novembre scorso. L’incipit della conversazione sarebbe lapalissiano, se non ci trovassimo in Italia. «Dottoressa De Luca, perché è necessario parlare di ‘ndrangheta in Calabria»? «Perché abbiamo la ‘ndrangheta». Sarebbe ovvio, se non ci trovassimo in una terra, spiega la mia interlocutrice, nella quale, nel corso delle ultime elezioni regionali, i due candidati di centro-destra e di centro-sinistra hanno omesso proprio il tema della mafia locale. Sarebbe ovvio se non ci trovassimo in una terra in cui, alla graduale presa di consapevolezza di una parte della società civile del cancro ‘ndranghetista e al lavoro di qualche magistrato solerte, non si accompagna un’eguale attivazione del ceto politico. Sarebbe ovvio, ancora, se non ci si trovasse in una terra in cui, come si evince dal volume sugli imprenditori calabresi uccisi dalla ‘ndrangheta, le vittime, capaci di dire no alle estorsioni, capaci di dar vita a una gestione illuminata dell’economia, dei rapporti interpersonali, del senso di giustizia, non fossero stati dimenticati dalla collettività, da un lato, e dallo Stato, dall’altro.
Ecco, quindi, il tema caro alla mia interlocutrice, la memoria. Le storie da lei raccolte in quel volume riportano a galla nomi dimenticati, nomi che la mafia voleva zittire, e la memoria diventa, in tal modo, un atto rivoluzionario, perché dà voce a chi doveva restare in silenzio. Non solo. La memoria, ossia l’ascolto attento delle biografie delle vittime, così come giunge dalle parole dei loro congiunti, diventa anche lo strumento attraverso il quale i nomi diventano persone a tutto tondo. I morti riacquistano spessore, attraverso un dettaglio che ridà al nome stesso rotondità, vivacità esistenziale, disintegrando l’opaca percezione della vittima, agli occhi dei lettori, dall’arida enunciazione di un fatto di cronaca. Basta sapere che ascoltava i Beatles per trasformare un funzionario dello Stato, ucciso dalla ‘ndrangheta, in un giovane curioso e vivido nelle sfumature proprie di ogni vita.
La memoria aiuta, anche, a comprendere qualcosa che ci sfugge: che la mancata giustizia, il mancato esito giudiziario attorno a quelle morti, lascia i familiari delle vittime di mafia in balia di un’incertezza atroce per chiunque: la mano che sto stringendo, la persona che mi stanno presentando, avrà qualcosa a che vedere con la morte di mio padre, di mio fratello? Questa domanda è quella che attraversa centinaia di persone, che, per anni, hanno chiesto giustizia, hanno trasformato il dolore in impegno civile, spesso ignorati. Ignorati, anche, da una certa informazione, a tratti superficiale, non sempre capace di andare al di là di un dettaglio torbido, di un ingrandimento sugli aspetti morbosi di una morte, dimenticando, o almeno appiattendo, il morto stesso. Certo, aiutata in questo anche da un’opinione pubblica che lo cerca quel dettaglio, lo vuole, e che dovrebbe essere educata, sostiene la mia interlocutrice, affinché impari a muoversi al centro del fatto, a conoscerne le implicazioni e i contesti e non solo alla ricerca dell’effetto truculento.
Da quel volume, che fa della memoria il puntello di una comunità, la cifra stessa di una civiltà che voglia definirsi tale, emerge una morale, a detta di Luciana De Luca. La necessità che ognuno di noi faccia la propria parte, che si impegni, che non si volti di lato per non vedere, perché siamo tutti vittime potenziali della violenza feroce e priva di scrupoli della ‘ndrangheta. Fare qualcosa? Magari, non dare soldi al mafioso nel suo esercizio commerciale, non stringergli la mano, magari scrivere le storie di vittime dimenticate, perché nessuno possa dire «non sapevo, non c’ero». E questa battaglia, precisa la giornalista, non è solo contro il mafioso in sé, contro quello che spara e uccide. È una battaglia da condurre anche, e forse soprattutto, contro la cultura mafiosa, quel sistema di valori che non parte dal rispetto dell’altro, ma dal tornaconto personale, che chiede privilegi e non diritti.
Ha raccolto 204 storie, Luciana De Luca, nel suo “Diario della memoria”, la pagina del quotidiano dedicata al recupero memoriale delle vittime restate ai margini del rito di elaborazione collettiva di un lutto. Se ha già pubblicato le vicende di venticinque imprenditori calabresi nel primo volume, sta lavorando a un nuovo diario, dedicato, stavolta, ai ragazzi, giovani dai 15 ai 25 anni uccisi, da innocenti, per le più svariate ragioni. “Ragazzi per sempre”, così immagina di intitolare questo secondo volume, ossia ragazzi per sempre nella memoria collettiva, di chi abbia voglia di guardare quanto la violenza mafiosa abbia distrutto, come abbia lasciato nella sofferenza perpetua dei genitori, che, per decenni, hanno cercato di restituire dignità ai figli. Una di queste vicende è raccontata, con doloroso affetto, dalla mia interlocutrice nell’intervista allegata al presente articolo.
La conversazione aiuta anche a far affiorare un aspetto personale della giornalista, del suo dialettico e complesso rapporto con la Calabria, di una terra martoriata, come lei stessa afferma, dalla ‘ndrangheta, eppure bellissima, fiera e dignitosa, proprio grazie alla forza morale delle vittime del sistema criminale, capaci di non farsi prendere da quella disperazione che uno scrittore calabrese, Corrado Alvaro, riteneva il male peggiore di una società, ossia «il dubbio che vivere onestamente sia inutile». Il merito del lavoro di Luciana De Luca è proprio quello di aiutarci a sentire vivo il rifiuto di questa morale rinunciataria o collusa.
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