Il diritto-dovere della legalità: intervista ad Angela Napoli
"Non mi va di cedere in battaglie che ho portato avanti per anni e non mi va di darla vinta alle cosche. Non ho mai sopportato di girarmi dall’altra parte"
Dialogare con un’interlocutrice come Angela Napoli significa rievocare un trentennio circa della storia istituzionale e politica italiana, guardando, in particolare, al tema del contrasto alle mafie, vero e proprio cavallo di battaglia di una donna che, militando nella destra istituzionale – non senza tensioni con il partito nel quale aveva iniziato la sua esperienza politica –, ha ricoperto il ruolo di parlamentare per cinque legislature, entrando in cinque diverse commissioni antimafia.
Si conversa in streaming il 4 dicembre scorso. È una conversazione ricca di spunti, soprattutto perché lo sguardo della mia ospite è tale da consentire una lettura di ampio respiro del fenomeno mafioso e della realtà che lo ha circondato e lo circonda, che lo ha contrastato e lo contrasta. Quanto alla ‘ndrangheta – la mafia che meglio conosce perché la Calabria è divenuta la sua terra dopo la nascita in provincia di Vercelli –, Angela Napoli osserva che è il suo interramento a rappresentare il pericolo maggiore, il suo ramificarsi ovunque, ovunque ci siano interessi. Una mafia silente e abile nel camuffarsi, nello sciogliersi nella società civile, nell’economia, nelle istituzioni, tanto da rendere impossibile – per il cittadino comune, ma, purtroppo, anche per le agenzie di contrasto – riconoscerne i tratti. Oggi, afferma non senza ironia, «siamo tutte persone perbene».
Alle capacità della ‘ndrangheta, però, va affiancata un’altra questione, ossia la scomparsa del tema mafioso dall’agenda della politica. Perché, dottoressa Napoli? «Non solo perché la ‘ndrangheta si è inabissata, ma perché, spesso, fanno affari insieme». Lo sguardo critico della mia interlocutrice trova un argomento comparativo a favore della sua tesi: se, a suo tempo, le Brigate rosse furono sconfitte, è perché colpivano indistintamente, senza guardare al colore politico. Diverso, è il caso delle mafie. E il problema non si limita alla tiepidezza con la quale, oggi, le istituzioni e la politica affrontano la questione, ma è legato ad altri aspetti: dalla scarsa conoscenza del fenomeno da parte dell’opinione pubblica – che comporta, talvolta, il fiancheggiamento inconsapevole dei fenomeni illeciti – a una mentalità comune, opportunista e avida, profittatrice e arrivista, che crea le condizioni per un supporto consapevole ai traffici mafiosi.
Una mentalità ancora tradizionalmente legata al rispetto verso il boss, l’inchino e l’offerta del caffè, ma ulteriormente sollecitata da un mondo nel quale l’avere e l’apparenza hanno la meglio su un più rigoroso piano etico e morale. Una mentalità che, calata nella regione calabrese, assume, in modo enfatico, i caratteri indolenti dell’assistenzialismo, l’atteggiamento, cioè, di chi aspetta che le cose arrivino dall’alto, di chi non affronta con determinazione e spirito d’iniziativa la propria avventura umana. Aspetto, questo, che finisce per limitare la scelta della libertà personale, quella volontà di non dipendere da altri che è un ulteriore appoggio alla ‘ndrangheta, che di quell’ossequio e di quel bisogno profitta per incrementare il proprio consenso sociale.
Un consenso sociale, va detto per inciso, ulteriormente accresciuto da un dettato normativo, a volte, troppo garantista e dalla sottovalutazione del ruolo ancora attivo dei vecchi boss, tutt’altro che emendati, a suo parere, come attesta il recente caso di Giuseppe “Facciazza” Piromalli, storico capobastone di Gioia Tauro (RC), tornato in libertà dopo vent’anni di carcere duro – dal quale continuava a comandare – e tornato, di recente, nelle patrie galere, accusato di aver irrobustito ulteriormente il clan. «Tutti tranquilli perché, tanto, aveva espiato le sue pene in carcere», afferma Napoli, che si dice tutt’altro che meravigliata, a differenza di tanti altri, del fatto che quest’uomo avesse ripreso tutte le proprie attività illecite, in ogni ramo della società.
Al quadro dei richiami della mia interlocutrice alle mancanze legate al singolo cittadino va aggiunto un altro aspetto, il coraggio. Tema delicato, che Angela Napoli non affronta banalmente, precisando, fin dall’inizio, che, a volte, lo stato di necessità possa scalfire la volontà di reagire di un individuo. Certo, il coraggio servirebbe, quello stesso coraggio che lei ha mostrato nella sua lunga battaglia contro le cosche calabresi, a partire da quella potentissima dei Mancuso nel Vibonese. Una lotta che l’ha portata a essere sotto scorta per ventidue anni, a rischiare di saltare in aria con un’auto imbottita di esplosivo. Un coraggio, va aggiunto, che l’ha portata anche a prendere le distanze dalla parte politica a cui apparteneva, come si dirà più avanti.
Quanto al suo richiamo alla necessità che il cittadino comune – quello calabrese, in particolare – superi questa forma di “schiavitù” e di dipendenza in nome della libertà personale, va detto che è accompagnato da un’importante precisazione, ossia che quella dipendenza, acuita dallo stato di bisogno debba essere affrontata dalle istituzioni. «Se il cittadino comune avesse la possibilità di veder garantiti i propri diritti, compirebbe il proprio dovere e non avrebbe la necessità di andare contro le leggi, perché, ad esempio, gli sarebbe garantito il diritto al lavoro e non andrebbe a impattare con le mafie». Così, spiega la mia interlocutrice, osservando come senza un armonioso rapporto tra doveri e diritti non esiste possibilità di sfuggire alla piaga mafiosa.
Inabissamento delle mafie e silenzio mediatico o politico vanno di pari passo, dunque, segnando un mutamento rispetto agli anni in cui più forte e costante fu l’impegno contro le organizzazioni criminali. A proposito dello sforzo battagliero delle commissioni antimafia di cui ha fatto parte, Angela Napoli osserva, infatti, come quelle istituzioni fossero «tutti i giorni sui giornali. Oggi, non è così». Tuttavia, va anche detto, seguendo le sue riflessioni – che si avrà modo di cogliere, per intero, nell’intervista integrale qui allegata –, che i decenni sotto osservazione non disegnano, necessariamente, un passato luminoso e un presente scialbo e incolore dal punto di vista del contrasto alle mafie. Perché, se qualcosa ha segnato negativamente il suo animo, è stato sicuramente il non aver sentito sempre al suo fianco il partito durante le battaglie che portava avanti. Una distanza amara, per la mia interlocutrice, dei distinguo che l’hanno ferita e l’hanno portata a staccarsi dal suo gruppo originario di appartenenza, senza che ciò, però, segnasse la sua attività antimafia.
Né quelle amarezze oscurano la soddisfazione di una donna che ha visto confermata la bontà delle sue battaglie, magari attraverso delle inchieste recenti – a partire da quelle del procuratore Gratteri contro le cosche vibonesi –, e che non ha cessato di portare avanti il suo impegno antimafia, per quanto abbia cessato la sua esperienza istituzionale. Oggi, presiede un’associazione, “Risveglio Ideale”, attiva sul piano della legalità, a partire dai progetti nelle scuole calabresi per parlare di ‘ndrangheta. Quanto alle soddisfazioni, al consuntivo di una lunga esperienza politico-istituzionale, di una cosa Angela Napoli è certa, ossia di aver praticato una politica “sana”, quella di chi non è mai andata a bussare alle porte di chi decideva – «non è un caso che io non abbia fatto mai né il ministro né il sottosegretario» - e che ha sempre mantenuto la propria indipendenza di pensiero e di giudizio.
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