Il debito di Orioles
Il giornalista non paga la tassa d’iscrizione e l’Ordine tenta di radiarlo. Una miserabile vicenda che impone una revisione dell’Ordine dei giornalisti
Comincio con una questione di carattere personale che però mi serve per commentare la notizia che il giornalista siciliano Riccardo Orioles, uno dei “carusi” di Pippo Fava e fondatore, anch’esso, dei Siciliani ha rischiato di essere radiato dall’Ordine dei giornalisti della Sicilia perché, a forza di non pagare la quota associativa, ha cumulato un debito di ben 1.384 euro.
La questione di carattere personale riguarda i corsi obbligatori che i giornalisti debbono frequentare, la cosiddetta “Formazione continua”, per poter restare iscritti all’Ordine dopo aver conseguito 60 crediti nel giro di tre anni. Sono tutti corsi molto interessanti, soprattutto quelli che riguardano la deontologia professionale. Corsi non sempre gratuiti, tenuti da esperti e nomi importanti del giornalismo italiano. Pochi giorni fa ho partecipato ad un corso, tenuto nella bellissima sede del Circolo della stampa di Milano, che riguardava rettifiche e diffamazione. Fra i relatori anche Alberto Spampinato di “Ossigeno” e Alessandro Galimberti, presidente nazionale dell’Unione cronisti italiani.
Per tre ore i relatori, in modo appassionato, hanno detto peste e corna della nuova legge sulla diffamazione, sulle colpe che ha la categoria ad esempio sulle rettifiche mai posizionate come dice la legge in modo visibile, dei giornalisti italiani minacciati e querelati con richieste milionarie così da metterli nella condizione di non scrivere più, di autocensurarsi.
Naturalmente il corso ha toccato alcuni problemi che riguardano la deontologia professionale e come sia difficile fare il giornalista in Italia. Poi, dopo due giorni, leggo l’episodio che riguarda Riccardo Orioles e mi domando se tutti questi bravissimi, per carità, relatori vivano su qualche pianeta che non sia la Terra. Sì perché si può parlare bene, esprimere concetti sacrosanti, essere professionalmente preparati ma poi tutti quanti facciamo parte di questo Ordine che accoglie a braccia aperte nel proprio Albo (come lo possiamo definire per non avere una querela: un reo confesso, un condannato, un velinaro) lo spione Betulla, al secolo il senatore Renato Farina, e tenta di radiare, sottolineo radiare, un coraggioso giornalista come Orioles che da 40 anni scrive e si batte contro la mafia e la massoneria.
E perché poi? Perché non è nella condizione di poter pagare la quota associativa (ha una pensione di 432 euro). Da qui l’assioma facile facile: tu puoi essere anche uno squallido personaggio che certo non dà lustro alla categoria ma se paghi la quota resti dentro. E non dimentichiamo neppure che anche il 78enne Luciano Moggi, altro abituale frequentatore di Tribunali, stava per diventare giornalista. Si è bloccato tutto perché, dopo le proteste, l’Ordine non l’ha iscritto con la motivazione che nella domanda, Moggi non ha dichiarato che aveva procedimenti penali in corso. E Moggi non è il signor Nessuno, non è Adriano Todaro. Di Moggi conosciamo opere ed omissioni. Solo l’Ordine non le conosceva? Non è grave questo per dei giornalisti che sono addirittura all’apice dell’Ordine?
Quella contro Orioles è stata un’operazione miserabile tanto che se ne sono accorti anche i promotori della radiazione e il presidente siciliano dell’Ordine, Riccardo Arena, ha cercato di recuperare credibilità con un comunicato dove si afferma che non è vero nulla e che l’Ordine è “onorato di averlo [Orioles] tra i propri iscritti”. Poi, invece di chiedere scusa alla ragione, si permette anche di dare ai colleghi lezioni di giornalismo: “Chi ha messo in giro questa falsa notizia non ha seguito una regola elementare del nostro mestiere: la verifica, che nel caso specifico sarebbe stata semplicissima, dato che il nostro albo è consultabile online da chiunque”.
Questo è vero. Riccardo Orioles figura, ancora, fra gli iscritti. A Milano dicono: “Se l’andava la g’aveva i gamb”. In pratica, se andava, se non ci fossero stati le proteste a seguito della denuncia sul Fatto Quotidiano di Claudio Fava, Michele Gambino e Antonio Roccuzzo, la radiazione ci sarebbe stata. Badate bene, la radiazione. L’Ordine ha quattro possibilità per sanzionare i giornalisti: l’avvertimento, la censura, la sospensione, la radiazione. In questo caso si sceglie l’ultima opzione, la più devastante. Ed è sbalorditivo che l’Ordine parli di “verifica”. Verrebbe voglia di domandare loro: perché i tanti “colleghi” potenti le verifiche, quando si parlava di mafia, non le facevano mai e non sono mai stati radiati? Quanti, si è saputo, avevano contatti con i capiclan e l’Ordine non vedeva nulla? Ci siamo dimenticati della vicenda della P2? Quei “giornalisti” iscritti nel libro mastro di Licio Gelli oggi sono tutti riabilitati e dispensano il loro verbo, tenuti in grande considerazione, dalle pagine dei più grossi giornali o dagli schermi Tv.
Orioles nei grandi giornali non c’è mai finito e neppure, ovviamente, in Tv. Lui ha scritto nei piccoli giornali, ha inventato i Siciliani giovani, ha formato nuovi giornalisti. Ha tentato di insegnare loro a non piegarsi davanti al potere, a verificare bene le notizie prima di scriverle (lui sì), a tenere la schiena dritta così come aveva fatto nei suoi confronti Pippo Fava ucciso a Catania il 5 gennaio 1984 da quella mafia che nessuno in città voleva ammettere esistesse. In un articolo Riccardo Orioles ha scritto che “sono proprio i tempi incolori che chiedono più coraggio”.
E questi sono tempi incolori. Giornali e Tv sono di un colore solo, grigio. Tutti allineati a magnificare ed a esaltare le bugie del non eletto Renzi. Anche sul problema delle intercettazioni giornali e Tv sono tutti tesi a non far capire nulla al lettore, all’ascoltatore. Al tempo di Berlusconi uscivano con paginoni bianchi per sottolineare “il bavaglio”; ora riportano le panzane e le fotografie ritoccate con Photoshop dell’ufficio stampa del presidente mai eletto, quasi fossero dei notai e non “cani da guardia” del potere. Al massimo barboncini che fanno le fusa. La nuova legge sulle intercettazioni, se approvata in toto, darà ancora una mazzata alla libertà d’informazione nel nostro Paese. Già siamo posizionati al 73° posto nella classifica fra i Paesi del mondo, superati da Paesi come il Senegal, il Burkina Faso (46), la Bosnia e, addirittura, il Botswama, alla 42/a posizione.
La denuncia dei tre ex giornalisti dei Siciliani sul Fatto Quotidiano si conclude con una opzione forte: “Se Riccardo verrà radiato, da quest’Ordine ce ne andremo anche noi. E non saremo i soli”. Il caso ha voluto che a fianco di questo articolo ce ne fosse un altro sull’Ordine, o meglio sulle distrazioni dell’Ordine, a firma Silvia Truzzi dove alla fine del suo “colonnino” afferma che l’Ordine è forse un po’ distratto del nuovo business che sono i corsi di formazione o “forse si distraggono sempre quando i giornalisti criticano i potenti. Dovremmo distrarci anche noi, tutti, quando a inizio anno ci arriva – con svizzera puntualità – il bollettino per pagare la ‘quota d’iscrizione’ “.
Sappiamo che per il momento Orioles resterà iscritto considerato che don Luigi Ciotti ha sanato il debito. (Si può firmare online l’appello per Orioles su WikiMafia). Certo il problema rimane. E il problema è: questo Ordine è all’altezza dei tempi che viviamo? Non è anacronistico in una società dove l’informazione non la fanno più soltanto i giornalisti ma anche i blogger e altri soggetti? Con i nuovi mezzi di comunicazione di massa ha senso ancora parlare di tesserino giornalistico? Ho scritto varie volte che non sono per l’abolizione in toto dell’Ordine come voleva un referendum del 1997. Non fosse altro perché non restituirei agli editori la facoltà di nominare loro i giornalisti. Ma, certo, diventa pressante e necessario un Ordine diverso, all’altezza dei tempi che viviamo. Perché non copiare le esperienze straniere dove l’Ordine non esiste ma ci sono dei registri degli operatori della comunicazione?
Rimane un problema grosso, quello della deontologia. Penso che i giornalisti siano l’unica categoria professionale italiana che ha ben 14 Carte deontologiche. Ne basterebbe una. E basterebbe una revisione della Legge sulla stampa che data 1948 e 1963. Inoltre abbiamo una importantissima legge, quella comunemente definita della privacy. Ma anche su questa legge c’è il cappio della politica. Il Garante dell’Autorità per la privacy si chiama Antonello Soro. Un politico che proviene dalla Dc e che oggi milita nel Pd. Giornalista? Costituzionalista? Ma va! Dermatologo. L’uomo giusto al posto giusto.
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