Il criminale raddoppio della RWM, la Fabbrica delle bombe insanguinate
Democrazia in tempo di guerra. L’Italia ai tempi della censura, della repressione, del riarmo. Il criminale raddoppio della RWM, la Fabbrica delle bombe insanguinate.
Negli ultimi decenni l’Europa e l’Italia hanno affrontato una trasformazione radicale della loro struttura geopolitica e produttiva. La fine della Guerra Fredda aveva aperto la porta a un’idea di pace duratura, mentre oggi il continente si confronta con conflitti di nuova generazione, in un quadro internazionale segnato dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni nel Medio Oriente e dalla competizione tra grandi potenze. Questo mutamento ha trovato una delle sue espressioni più evidenti nell’espansione delle industrie belliche e nella crescente centralità delle politiche di difesa nei bilanci e nei programmi pubblici.
La storia recente mostra che, dopo anni in cui la produzione di armi era stata percepita come un settore da limitare o riconvertire, la guerra ha riportato al centro proprio quel complesso apparato industriale. Già nei primi anni 2020 il nodo degli armamenti era tornato a incidere sulle decisioni politiche nazionali ed europee, con leggi sull’export, investimenti in capacità produttive e piani di riarmo che hanno modificato profondamente il ruolo dello Stato rispetto all’economia della difesa. L’obiettivo – dichiarato dai governi occidentali – è stato quello di sostenere alleati, garantire autonomia strategica e colmare i vuoti di rifornimenti di munizioni e sistemi d’arma urgenti. Ma questa nuova centralità della produzione bellica ha portato con sé tensioni sociali, culturali e democratiche che oggi emergono come questioni centrali nel dibattito pubblico.
Il criminale raddoppio della RWM in Sardegna
La vicenda della fabbrica di armi di RWM in Sardegna incarna in modo emblematico questi snodi.
Negli ultimi mesi la fabbrica di RWM Italia, controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall e conosciuta in Sardegna come la Fabbrica delle bombe insanguinate, è al centro di una contesa politica, ambientale e produttiva che racconta quanto la politica italiana e europea facciano prevalere interessi economici e militari su altre istanze democratiche e sociali. Lo stabilimento, situato nel Sulcis-Iglesiente, produce munizioni, bombe e droni e negli anni ha raccolto ordini importanti, anche da diversi Paesi Nato e non Nato in Europa. Nel corso del 2025 la Regione Sardegna, guidata da una coalizione che include forze critiche nei confronti della produzione di armi, ha esitato a concedere la Valutazione di Impatto Ambientale necessaria per l’ampliamento delle linee già costruite, sollevando la protesta di associazioni ambientaliste, gruppi pacifisti e parte della popolazione. La scelta di non deliberare entro i termini stabiliti ha portato la questione davanti al Tribunale amministrativo regionale, che ha accolto il ricorso dell’azienda e imposto alla Regione di pronunciarsi. Di fronte al mancato voto, il governo centrale ha deciso di intervenire commissariando l’iter e dando via libera alla piena operatività e all’espansione del sito industriale. Nulla osta che ora consente alla RWM di raddoppiare la capacità produttiva delle armi nello stabilimento di Domusnovas, nonostante la forte opposizione sociale e ambientale locale.
La scelta del governo italiano di dare priorità alle esigenze produttive e alle logiche di mercato militare – e di aggirare di fatto le resistenze regionali – è un esempio plastico di come, in tempo di guerra, “democrazia” possa venire subordinata a considerazioni geopolitiche e industriali. Il commissariamento di fatto della Regione e l’azione diretta dei ministeri competenti mostrano come il potere centrale possa intendere la stabilità economica e la capacità di produzione come questioni superiori alla partecipazione democratica e all’autonomia degli enti locali. In un momento in cui le tensioni internazionali spingono verso un rafforzamento dell’apparato militare, l’Italia si trova a dover mediare tra obiettivi strategici, interessi economici – compresi quelli delle grandi imprese della difesa – e spinte sociali che chiedono riconversione produttiva, tutela dell’ambiente e pace.
Questa dinamica si inserisce in un quadro più ampio: l’Unione Europea ha adottato piani per aumentare la produzione di munizioni e armamenti, considerandola essenziale per la propria autonomia strategica. Tuttavia, l’accento sulla produzione bellica ha spesso oscurato il dibattito su come conciliare questi obiettivi con la pace, la democrazia partecipata e lo sviluppo sostenibile. Lo scontro tra livelli di governo, tra interessi industriali e istanze civiche e ambientali riflette una democrazia in tensione, dove le decisioni sulle industrie di guerra sembrano dettate più da logiche di mercato e dai vincoli delle politiche internazionali che dalla volontà popolare.
Nel Sud Sardegna, parte della società chiede che l’attività produttiva sia diversificata, orientata a settori civili e tecnologici non legati alla guerra, e che si ponga fine all’idea che l’occupazione possa essere garantita solo attraverso la produzione di armi. I sindacati, alcune forze politiche e i comitati locali sottolineano che sarebbe possibile investire in progetti green, sicurezza civile o tecnologie pacifiche, senza sacrificare la salute, l’ambiente e i principi costituzionali di pace. Al tempo stesso, per il governo e per molti settori industriali, l’espansione della RWM rappresenta non solo una occasione occupazionale ma un tassello della strategia difensiva nazionale ed europea.
In questo contesto, l’Italia appare sempre più proiettata in un paradigma in cui le scelte su armamenti, investimenti e politica estera vengono dettate da logiche che riducono lo spazio decisionale delle comunità locali e della società civile. La democrazia, in tempo di guerra, rischia così di essere relegata a un ruolo marginale di fronte alle esigenze di un’economia bellica in espansione.
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