Il comunismo dinanzi all’Ultimo uomo
Per Costanzo Preve, lo scoglio del nostro tempo è nel confronto con il totalitarismo della riproduzione anonima del capitalismo.
In questi decenni, malgrado il capitalismo si sia rilevato in tutta la sua potenza demofobica, si assiste alla passività dei popoli e dei subalterni. I tagli sociali sono accettati fatalmente, mentre le guerre sono parte del dispositivo passivizzante dei popoli. Non c’è la mediazione per risolvere i conflitti, solo la forza deve governare le relazioni internazionali e nei confini nazionali. Il liberismo è la piena realizzazione di un inferno sociale senza alternativa. Le oligarchie hanno dimostrato che le proteste non le toccano, anzi sono usate per dimostrare che regna “la democrazia”, in cui “solo loro decidono”. Il dissenso, inoltre, non ha riferimenti strutturali e organizzati, pertanto dopo la protesta il “nulla”.
Nei Parlamenti i rappresentanti degli sfruttati sono stati abilmente espulsi mediante l’oscuramento delle opposizione nei media e per mezzo di leggi elettorali maggioritarie. Le pratiche di dominio hanno trovato terreno fertile, in quanto l’assenza reale dell’opposizione politica ha favorito la neutralizzazione del pensiero riflettente individuale e collettivo.
Domina il “pensiero Alice”, quest’ultimo è l’esito fatale e letale di cui bisogna prendere atto, si fugge dalla realtà e ci si rifugia nel sonno della ragione, in quanto tutto accade e ci si percepisce come superflui, per cui ci si fugge nell’onirico: palestra a tutte le ore, viaggi, per chi può, chiacchiera sui piatti, sesso fantasticato e “tanto patriarcato”. L’impotenza ha la forma della chiacchiera, mentre l’occidente precipita nella violenza. Siamo addestrati alla riproduzione anonima di gesti e parole, pertanto gli sfruttati non riflettono sul sistema e la progettualità è così inibita.
I punti ottici di resistenza ci sono e il confronto dialettico con essi è condizione per riconquistare con il pensiero divergente e con l’agire la concretezza della realtà storica e uscire dalla caverna del “pensiero Alice”. I filosofi, quelli veri, ci illuminano con il loro sostegno concettuale e possiamo trascendere con essi la riproduzione irriflessa delle opinioni speculare alla riproduzione anonima del modo di produzione capitalistico.
Costanzo Preve definì il modo di produzione capitalistico riproduzione anonima e impersonale sulle orme di Marx. Se il modo di produzione capitalistica è un automatismo che attraversa corpi e pensieri, il comunismo è pensiero riflettente, è autocoscienza che pensa e incide nella realtà per renderla conforme alla natura umana.
Lo scoglio del nostro tempo è nel confronto con il totalitarismo della riproduzione anonima del capitalismo. Bisogna lavorare per mutare l’impersonale prodotto dalla struttura capitalistica in consapevolezza di classe, questo è il compito politico ed etico a cui è chiamato l’umanesimo comunista:
“SH: Capitalismo postborghese. E la distinzione tra borghesia e capitalismo?
PREVE: In tutti i miei libri ho sempre lavorato sulla distinzione metodologica fra borghesia e capitalismo. In primo luogo Marx non dice mai la parola Kapitalismus che nasce con Sombart e con la socialdemocrazia tedesca. Marx dice sempre Produktionsweisen, i modi della produzione capitalista. E questa differenza non è puramente linguistica e sofistica, bensì strutturale. Per Marx il modo di produzione capitalistico è un meccanismo riproduttivo anonimo ed impersonale come il Gestell in Heidegger, che potrebbe essere definitivo capitalismo senza opposizione dialettica. La concezione heideggeriana di tecnica ricopre completamente la concezione marxiana di capitalismo togliendole però l’aspetto utopico dialettico coscienziale rivoluzionario. Se andiamo al di là della chiacchera su Heidegger come amante di Arendt o come nazista, e cerchiamo invece di entrare nella sua filosofia, noi vediamo che la sua filosofia tende a descrivere il dominio anonimo ed impersonale che lui chiama Gestell (dipositif in francese è la traduzione molto corretta perché dà l’idea di qualcosa di anonimo, qualcosa che è fuori controllo dell’umanesimo). L’antiumanesimo di Heidegger distinto da quello degli strutturalisti alla Althuser è un segnale di impotenza. Nella sua Lettera sull’Umanesimo rivolta a Sartre, lui fondamentalmente fa un diagnosi di impotenza. L’umanesimo, ci sia o non ci sia, è comunque impotente, e gira su se stesso. La filosofia di Heidegger è una diagnosi marxiana a cui viene tolta semplicemente la rivoluzione. Però è una cosa grossa” [1].
Il punto nodale, e Costanzo Preve è stato “maestro” nell’individuare i gangli dei problemi, è metabolizzare il trauma della caduta del comunismo storico. Il disincanto ha portato alla diaspora molti ex comunisti, i quali come mutanti si sono adattati al capitalismo. Vi è in generale un rifiuto preconcetto verso il comunismo e il socialismo e questo rafforza le tragedie in corso e le rende fatali. Nel clima di respingimento per disincanto, ignoranza e opportunismo della progettualità radicale le oligarchie agiscono senza temere popoli e subalterni, in quanto si sono adattati alle grammatiche del potere e a vivere in modo irriflesso. La disperazione degli sfruttati nel corpo e nello spirito è un dato mai contestualizzato e riportato al sistema economico, si tende piuttosto a colpevolizzare coloro che soffrono e si ammalano, in quanto sono un limite alla marcia gloriosa del liberismo, per loro ci sono rimedi farmacologico o l’intervento di psicologi, ma comincia a farsi strada anche la cultura del “suicidio assistito e liberamente voluto” come “soluzione finale”:
“SH: Anche nella Serbia è così, ma per altri motivi.
PREVE: Ecco, lì si tratta di una elaborazione e di un superamento del lutto e dell’odio. Per ancora molti anni in Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Serbia non si potrà parlare del socialismo. Questo fatto è molto triste perché impedisce quello che psicologi chiamano l’elaborazione del lutto e l’elaborazione della coscienza. Tu non puoi a lungo espellere la prospettiva anti-capitalista per il fatto che essa è stata a suo tempo inquinata ed infangata dal sistema despotico del socialismo reale, che io attribuisco alla fondamentale incapacità d’egemonia della classe operaia proletaria, con tutto il rispetto per gli operai di fabbrica, per i contadini poveri e i lavoratori manuali (io ho grande disprezzo per gli atteggiamenti intellettualistici verso il lavoro manuale di chi pensa che, sapendo tedesco ed inglese, deve essere superiore); però dobbiamo constatare – usando il linguaggio di Gramsci – che i ceti popolari non sono mai riusciti ad avere un’egemonia sulla società, per cui hanno dovuto sostituire l’egemonia con il despotismo burocratico-militare. E questo fatto è imprevedibile in Hegel e Marx. Fermandosi alla lettera di Fichte, di Hegel e di Marx non può essere previsto, perché è un fenomeno che si fa strada alla fine del Ottocento e nei primi del Novecento, perché nei tempi di Hegel, ma secondo me anche di Marx, non c’era ancora una presenza sociologica dominante della classe operaia proletaria. C’era già la massa dei poveri contadini, che però non era visibile agli occhi del filosofo” [2].
Il disincanto è materializzato nella figura dell’ultimo uomo nietscheano pienamente realizzato. L’ultimo uomo prende atto del crollo delle verità e delle prospettive politiche e pertanto si limita a consumare il suo tempo nel godimento indifferenziato. Il caso Epstein non è che la visualizzazione dell’Ultimo uomo al comando, non conosce che godimenti sadici e masochistici. Sembra quasi che nel regno degli Ultimi uomini nulla scandalizza e nulla motiva ad uscire da tale disastro etico e antropologico. La verità è ormai palese, ma nulla accade. L’Ultimo uomo è il prodotto da laboratorio del liberismo, è un nuovo tipo antropologico ripiegato su se stesso e che non conosce che veloci desideri, sembra privo di “pensiero riflettente”. In una realtà di Ultimi uomini la progettualità è dunque respinta e riportare la prassi tra uomini e donne a misura di mercato è il fine metafisico, etico e politico della lotta e della resistenza al capitalismo. Le difficoltà bisogna guardarle con la profondità dello sguardo concettuale della civetta, simbolo della filosofia, per poter attraversare la notte in cui siamo situati:
“SH: Nietzsche è un altro filosofo cruciale per capire le contraddizioni e i limiti della Modernità. Nietzsche è spesso posto agli antipodi di Hegel, dove quest’ultimo rappresenta il culmine di una tradizione razionalista e idealista, mentre Nietzsche sarebbe l’inizio di una filosofia anti-metafisica che porta al postmoderno. Ma è davvero Nietzsche così opposto a Hegel, oppure questi due pensatori qualche volta sembrano molto più vicini di quanto si pensi?
PREVE: Allora, per poter rispondere a questa domanda bisogna vedere se per caso il problema a cui cercano di rispondere sia Hegel che Nietzsche sia un problema identico, o se non identico almeno omologo, oppure comparabile. Onestamente mi sembra di no. Perché mi sembra che Hegel affronti, in modo a mio parere corretto, i limiti dell’illuminismo e della filosofia kantiana senza respingerli completamente, e cerchi di assumere l’eredità greca interpretandola correttamente a partire da Platone ed Aristotele. Secondo me in Hegel c’è una corretta interpretazione sia dell’eredità greca, che in lui passa attraverso il filtro del cristianesimo (a differenza di Nietzsche che pensa che essa sia una decadenza), sia dell’illuminismo nella forma del suo elemento positivo di lotta contro il dispotismo dei gesuiti. Tra l’altro io non sono d’accordo con Hegel quando dice che c’è soltanto la filosofia greca, e respinge la filosofia cinese e indiana. Secondo me è un errore comprensibile nel 1820 ma oggi assolutamente intollerabile. Nietzsche basa la sua diagnosi su alcuni equivoci fondamentali. In primo luogo vede Socrate come l’inizio della decadenza greca. E non dimentichiamo mai che Nietzsche non vede soltanto il cristianesimo come decadenza, come protesta dei poveri e malriusciti, come sublimazione dell’invidia. Questo dice apertamente e continuamente. E questo impedisce di avere del cristianesimo una visione dialettica, perché anche uno che non è credente come me, come filosofo cerca di interpretare l’evento cristiano in termini storico-dialettici, e non semplicemente come caduta nella decadenza” [3].
Ecco il lavoro dello spirito che il filosofo deve svolgere, deve utilizzare le categorie marxiane con cui mostrare quanto le verità che la propaganda propina a tamburo battente siano la materializzazione dei bisogni delle classi dirigenti. Il filosofo deve trovare il modo di aprire dibattiti e deve rompere la palude dell’anonimato con “la scommessa della verità”. L’Umanesimo è “ottimismo tragico”, in quanto si prende atto che il livello ideologico e, dunque prospettico e parziale, può essere trasceso mediante la dialettica dialogica e l’autocoscienza con le quali elevarsi dalla condizione ideologica verso l’universale e nel contempo si prende atto che il risultato finale non è garantito da nulla. Senza la filosofia non c’è speranza e non c’è prassi politica, essa è possibilità di sovvertire l’ideologia:
"SH: All’inizio hai accennato che Heidegger non era in grado di fare una deduzione sociale delle categorie. Poi infatti la spiegazione dello spazio e del tempo che hai dato è un esempio di questa deduzione sociale. Ed anche questa riflessione sulla nascita sociale di filosofia è legata a una tale deduzione. Allora visto che molte riflessioni esposte da te si basano su questa operazione deduttiva, ci potresti spiegare il concetto?
PREVE: Quando si parla di deduzione sociale delle categorie, innanzitutto io intendo le categorie filosofiche e non soltanto quelle ideologiche. È assolutamente chiaro ed ovvio che l’ideologia ha un’origine sociale, perché la stessa parola ideologia rivela in quanto tale che l’ideologia viene prodotta socialmente per rispondere ai bisogni di legittimazione delle classi dominanti verso le classi dominate. Questo è evidente per l’ideologia, ma è meno evidente per la filosofia. Si vorrebbe far apparire la filosofia come se fosse nata al tempo dei greci non in modo sociale ma per un miracolo greco: improvvisamente i greci, popolo indoeuropeo geniale, avrebbe scoperto la filosofia. Lo stesso Aristotele parla di meraviglia. Questo vuol dire che le idee filosofiche cadono dal cielo. Io invece penso che non soltanto le categorie ideologiche ma anche le categorie filosofiche devono essere socialmente dedotte. Questo fatto ovviamente comporta il pericolo del riduzionismo sociologico e del relativismo nichilistico, cioè del ridurre le categorie filosofiche soltanto a un episodio puramente ideologico-storico, togliendogli ogni carattere veritativo. Questo problema può essere agevolmente superato distinguendo quello che si chiama in tedesco Genesis e Geltung, cioè il fatto che c’è una genesi particolare e una validità potenzialmente universale. In realtà le principali categorie della filosofia greca antica, chiamata erroneamente presocratica, perché in fondo Socrate è al servizio ideale della polis esattamente come Talete, Anassimandro o Pitagora, nascono sulle basi comunitarie per rispondere ad esigenze di mantenimento della comunità contro la sua dissoluzione” [4].
Costanzo Preve ci indica la via per l’emancipazione e gli scogli da oltrepassare, sta a noi pensare la ricostruzione di un tessuto sociale di resistenza progettante senza il quale nulla è possibile. Le fughe in avanti e gli appelli ad “agire” senza definire finalità oggettive non possono che condurre a fallimenti e a nuovi disincanti.
Senza la rifondazione del comunismo la progettualità decade ad azione cieca e approssimativa destinata a fallire, per questo è necessario ricongiungere la teoria con la prassi. Le scissioni e le passioni irrazionali rischiano di sostenere, involontariamente, il peggio del capitalismo.
Oggi siamo “nello stato di natura ad alta tecnologia”, è solo la forza a governare i tristi destini dei popoli e alla legge della forza bisogna opporre l’Umanesimo comunista con cui difendere dolorosamente l’umanità minacciata dalla “legge del più forte”. Speranza, prassi e impegno sono la triade imprescindibile per gli uomini e per le donne di buona volontà che vogliano attraversare il deserto del modo di produzione capitalistico prima che sia troppo tardi.
[1] Costanzo Preve Questioni di filosofia, di verità, di storia, di comunità, INTERVISTA A COSTANZO PREVE a cura di Saša Hrnjez, Torino, il 21 luglio 2012
[2] Ibidem, pag. 28.
[3] Ibidem, pag. 29.
[4] Ibidem, pag. 22.
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