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Il clan Romeo-Santapaola pigliatutto

Combine, calcio-scommesse e progetti anti-ludopatie
di Antonio Mazzeo - mercoledì 6 novembre 2019 - 741 letture

“Emerge dalle indagini un dato di dubbio interesse: alla presunta delocalizzazione dell’intimidazione si sposa un cambio graduale delle attività di esercizio. Il livello più alto è ovviamente il settore economico, il settore imprenditoriale e settori di alto rilievo come quello dei finanziamenti pubblici statali ed europei ed i lavori pubblici. Ma oggi è business di alto livello anche il settore dei giochi e delle scommesse, piccole imprese e supermarket, lidi. Insomma ambiti popolari e lucrosi con attività illecite più facilmente occultabili, rispetto ai reati tipici delle associazioni mafiose che possono sfociare in fatti di sangue o comunque in comportamenti che destano allarme sociale”. E’ quanto riporta il Giudice delle Indagini preliminari del Tribunale di Messina nella maxi-ordinanza di applicazione di misure cautelari nei confronti dei presunti appartenenti e supporter della famiglia mafiosa dei Romeo-Santapaola, nell’ambito dell’inchiesta Beta avviata dal R.O.S. – Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri. I magistrati offrono sul punto un dato oggettivo emerso nel corso delle lunghe indagini: tra le nuove frontiere delle cosche c’è il controllo dei bingo e dei centri scommesse online, delle macchinette mangiasoldi imposte in centinaia di esercizi commerciali in alternativa e/o congiuntamente al consolidato strumento del pizzo estorsivo e perfino quello degli eventi sportivi per alterare partite, campionati e meccanismi vincita. “Da un lato la nuova mafia punta ad invadere settori nuovi con capacità di condizionamento degli eventi”, riporta il R.O.S. dei Carabinieri nell’informativa Beta. “Il sodalizio, anche nella specifica materia delle scommesse sugli eventi calcistici, al fine di massimizzare i profitti poteva contare da anni su un sistema ormai consolidato di combine anche nella massima serie italiana”. A tal proposito sono state prodotte le intercettazioni intercorse il 9 giugno 2015 tra Fabio Laganà (al tempo dipendente dell’impresa Start S.r.l. attiva nel settore delle scommesse e riconducibile al presunto boss Vincenzo Romeo) e Giuseppe Verde, addetto alla manutenzione tecnica sulle macchine elettroniche utilizzate per la raccolta delle scommesse. “Fabio Laganà – annota il R.O.S. – raccontava al complice che nel 2010 la famiglia mafiosa per conto della quale entrambi operavano aveva dato indicazioni per scommettere sul pareggio per uno a uno nella partita di serie A Chievo–Catania; risultato poi effettivamente verificatosi nella 29° giornata del campionato di calcio, in data 21 marzo 2010”. Con tutto lo schifo che c’è… a parte il fatto che è difficile vincere con le schedine…, lamentava Fabio Laganà. Ma poi con tutte le porcherie che ci sono… Purtroppo i soldi hanno rovinato il vero calcio, pure quella parte buona di calcio che era rimasta sana… L’hanno rovinata… La Juventus, è vero comandava Moggi tutte le cose… ma non è che gli altri stavano a guardare… Nel 2010, noi… la famiglia… noi… Chievo-Catania 1 a 1… anzi Catania-Chievo 1 a 1, scusami… Giravamo Messina per giocare… quando avevamo Intralot… “Si tratta di una rivelazione riscontrata in modo formidabile anche da ciò che può apprendersi da fonti aperte (vedi il Corriere dello Sport del 22 marzo 2010), che avevano già denunciato il flusso anomalo di scommesse proprio sulla partita citata nell’intercettazione, gara che avrebbe letteralmente dissanguato le agenzie di scommesse inglesi, oltre a quelle italiane”, annotano gli inquirenti. “Dal comportamento degli scommettitori si desumeva chiaramente che essi conoscevano in anticipo il risultato. Appare inquietante che dietro questa vicenda vi fosse la famiglia, ossia la famiglia di Cosa Nostra catanese operante e ben radicata anche a Messina”.

L’informatico in busta paga

Fabio Laganà, rimasto estraneo ai procedimenti penali Beta e Beta due, è il fratello di Nunzio Laganà inteso Massimo, condannato il 19 giugno 2019 a un anno e dieci mesi al processo sul secondo troncone d’indagini dell’operazione Beta, insieme a Vincenzo Romeo (quattro anni e otto mesi) e al costruttore Biagio Grasso (otto mesi di reclusione grazie alla fattiva collaborazione avviata con gli inquirenti). Sul ruolo e la rilevanza di Nunzio Massimo Laganà nel sistema giochi e scommesse in mano alla potente cellula criminale peloritana, si è soffermato in una delle ultime udienze del processo Beta il maresciallo Vincenzo Musolino in forza al R.O.S. di Messina. “Massimo Laganà è uno dei soggetti legati a Vincenzo Romeo e si occupava del gioco online, in particolare della creazione delle skin, che erano queste piattaforme virtuali dove era possibile giocare tramite dei server che si trovano a Malta”, ha riferito il militare. “Durante le indagini noi riscontriamo infatti spesso i viaggi che il Laganà fa a Malta per il recupero di diverse somme di denaro. Lui era un tecnico informatico, si occupava della progettazione dei software e della risoluzione delle varie problematiche tecniche. Inoltre si occupava della gestione di casinò, poker con piattaforme che operavano per lo più all’estero, a Malta o in Slovenia”.

Ancora più eloquente quanto riportato nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Messina contro i presunti componenti del sodalizio dei Romeo-Santapaola. “Per il rilievo di Nunzio Laganà basta ricordare che è stato arrestato nell’ambito dell’attività eseguita nel 2006 dalla Procura della Repubblica di Potenza nei confronti di un’associazione a delinquere finalizzata al controllo dei giochi e delle scommesse, che vedeva tra gli imputati Vittorio Emanuele di Savoia e che è emerso nell’attività della Sezione Anticrimine del R.O.S. di Napoli denominata Normandia 2 perché in rapporti con Nicola Schiavone, reggente dell’omonimo sodalizio inserito nel Clan dei Casalesi, al fine di agevolare il monopolio di tale comparto nella distribuzione delle macchinette da gioco sul territorio di competenza”.

Tu giochi patologicamente per me e io ti disintossico…

Nunzio Massimo Laganà avrebbe interpretato un ruolo di rilievo anche in un lucroso affaire su cui puntava a mettere le mani il gruppo Romeo-Santapaola in combutta con alcuni noti professionisti, relativo ad un progetto nazionale contro la ludopatia, la sempre più diffusa patologia da gioco d’azzardo. “Nel corso dell’attività di intercettazione effettuato nell’ambito dell’indagine Beta tra il 2014 e il 2015, si erano registrate una serie di conversazioni che vedevano protagonista Sergio Chillè, un collaboratore della Camera dei deputati, nel 2014 per Alleanza Nazionale e poi nel 2015 per il Nuovo Centro Destra e il costruttore Biagio Grasso”, ha riferito ancora il maresciallo dei R.O.S. Vincenzo Musolino. “Noi registriamo pure dei contatti tra Sergio Chillè e Biagio Grasso che avvengono addirittura a Roma alla Camera. Registriamo in particolare una conversazione la sera del 5 marzo 2015 in cui si fa riferimento a un bando contro la ludopatia e dell’intenzione del gruppo, lo riferisce l’imprenditore catanese Michele Spina, di presentare un progetto. In particolare si fa riferimento a tale Sergio che è un carissimo amico di Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti per lo sviluppo di impresa con sede a Roma in via Calabria. Per partecipare a questo bando noi riusciamo a verificare dalla casella di posta elettronica di Biagio Grasso una serie di mail che gli erano state indirizzate da Massimo Laganà”.

“In una di queste mail si fa riferimento a tale Federica Buffoni e per partecipare al bando viene descritta la creazione di questa app che doveva fornire una sorta di blocco all’inizio del gioco da parte di soggetti che stavano esagerando nella partita”, ha aggiunto Musolino. “Federica Buffoni, che era una delle destinatarie delle mail, è una psicologa, psicoterapeutica con studio a Roma ai Parioli e che ha seguito corsi professionali sul trattamento delle dipendenze. Una conversazione sicuramente di interesse è quella dove lo stesso Vincenzo Romeo afferma di dover chiamare Massimo Laganà per fare la questione del progetto e si fa riferimento anche alla presenza di Michele Spina”. Titolare della Primal S.r.l. con sede legale in Sant’Agata li Battiati, l’imprenditore Spina vanta una parentela di tutto rispetto: egli è infatti nipote di Sebastiano Scuto, noto alle cronache come il re dei supermercati siciliani, nonché “soggetto con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso, impegnato per il reimpiego ed il riciclaggio dei capitali illeciti del clan Laudani, federato ai Santapaola”, come riportano gli inquirenti nell’informativa Beta.

Nel corso di un ulteriore colloquio, Biagio Grasso chiedeva rassicurazioni a Vincenzo Romeo se proprio il Laganà fosse in grado di predisporre il software richiesto per il progetto sulla ludopatia. “Poi riscontriamo altre mail inviate sempre da Biagio Grasso a Michele Spina o a Cinzia Schillirò che era la compagna di Spina”, ha riferito ancora Vincenzo Musolino. “Per quanto noi abbiamo potuto comprendere, il bando sulla ludopatia alla fine non si è completato per la mancanza di fondi. Tuttavia si è cercato di comprendere se effettivamente Biagio Grasso avesse consegnato cinquemila euro, come da lui riferito a Sergio Chillè, per la partecipazione a questo bando, dato che il Chillè doveva essere la persona per l’entratura all’interno di Invitalia…”.

Originario di Milazzo, Sergio Chillè è stato dipendente-collaboratore del gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale dal 2004 al 2013 e, nei mesi in cui maturava l’intenzione a partecipare al bando sulla ludopatia, risultava “in rapporto con soggetti di AN, in particolare con un sottosegretario”, l’imprenditore Michele Spina e il costruttore Biagio Grasso, anch’egli nato e residente nel capoluogo mamertino. “Michele Spina è la persona che ha messo in contatto me e Vincenzo Romeo con Sergio Chillè”, ha riferito il collaboratore Biagio Grasso nel corso di un interrogatorio del 28 dicembre 2017, riportato nel dispositivo di sentenza Beta due pronunciato il 17 giugno 2019 dal Gup del Tribunale di Messina, Monica Marino. “Tramite Spina, nel 2011 conosco Sergio Chillè, soggetto legato ad ambienti istituzionali e dipendente della Camera dei Deputati o portaborse. Lo incontrai a Messina presso la BotteGaia, in occasione delle elezioni amministrative del Comune di Milazzo o, comunque, di altre elezioni, alle quali era candidata, la sorella del Chillè. Questi mi chiese un sostegno elettorale che però io non fornii. In questa occasione eravamo presenti io, Michele Spina, Vincenzo Romeo, Maurizio Romeo e Ivan Soraci. Spina ci presentò, appunto, il Chillè come un soggetto che poteva esserci molto utile per i nostri affari, grazie alle sue conoscenze, essendo, peraltro, inserito nella segreteria particolare dell’on. La Russa, come lui stesso ci disse (Ignazio La Russa, ex Msi, poi AN, già ministro della Difesa nel IV Governo Berlusconi, NdA). Spina mi aveva riferito che Chillè era intervenuto in suo favore per l’aggiudicazione del bando per il rilascio delle concessioni da parte di Lottomatica, grazie ai rapporti tra il Chillè e un sottosegretario o vice ministro, se non ricordo male di nome Giorgetti (dovrebbe trattarsi di Alberto Giorgetti, già parlamentare di AN, poi con il Nuovo Centrodestra, viceministro dell’Economia e delle finanze dal maggio 2013 al febbraio 2014, con delega al gioco, NdA). Nel momento in cui abbiamo conosciuto il Chillè, Romeo, per quanto gli era stato riferito dallo Spina, sapeva che si trattava di un soggetto con importanti contatti a livello amministrativo centrale e, viceversa, secondo quanto mi disse lo Spina, anche il Chillè era perfettamente consapevole di chi fosse il Romeo, tant’è che, in diverse occasioni, proprio per rafforzare l’importanza delle questioni e spingere il Chillè a mantenere gli impegni assunti, Spina gli ricordava la caratura criminale del Romeo. Spina anche nell’occasione dell’incontro presso la BotteGaia presentò Vincenzo Romeo come nipote di Nitto Santapaola, nonché il rappresentante della famiglia Santapaola su Messina”.

“Rividi Chillè nel 2015, perché Spina, al fine di estinguere il suo debito con Romeo, mi propose di rivolgermi al Chillè per partecipare ad un bando avente ad oggetto dei progetti contro la ludopatia”, ha aggiunto Grasso. “A fronte della garanzia dell’aggiudicazione del bando, Chillè, in un primo momento, chiese la somma di 20.000 euro a titolo di acconto su una tangente che, in parte, doveva essere destinata al funzionario compiacente di Invitalia (ex Sviluppo Italia), che avrebbe consentito di inserire il progetto nel posto utile in graduatoria, per ottenere il finanziamento. Si trattava, infatti, di un bando cosiddetto a sportello, per un fondo perduto pari al 40-50% dell’importo complessivo del progetto di 800 mila euro a fronte di un costo reale di 100-150 mila euro, sicché la parte ammessa a finanziamento avrebbe coperto le spese reali e garantito di intascarsi il resto delle somma. Il progetto consisteva nello sviluppo di un’applicazione da rivendere poi sulle piattaforme di e-commerce. All’operazione erano interessati oltre me, Massimo Laganà, Michele Spina e Vincenzo Romeo”.

Per accedere al finanziamento contro la ludopatia Sergio Chillè avrebbe messo in contatto Michele Spina con il direttore di Invitalia, successivamente identificato dagli inquirenti in Stefano Andreani, sino al 2015 direttore delle relazioni istituzionali dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa. “Successivamente ci accordammo per il pagamento di un acconto sulla tangente di circa cinque o diecimila euro, somma che consegnai personalmente a Sergio Chillè a Roma, nei pressi di un bar vicino il ponte Cavour”, ha raccontato ancora Biagio Grasso. “La somma era in contanti e mi era stata precedentemente consegnata da Vincenzo Romeo, presso il bar del fratello Gianluca a Contesse. I soldi gli erano stati anticipati da Laganà (…) Chillè aveva sempre necessità di denaro. A proposito di rapporti correnti tra Chillè e Laganà e delle frequenti richieste di denaro che il Chillè avanzava, come mi hanno riferito Spina, Laganà e lo stesso Romeo, specifico che Laganà anticipò al Chillè delle somme, pari a 3.000 euro, a fronte di un assegno postdatato emesso o comunque consegnato dal Chillè e che fu successivamente protestato (…) Oltre alla vicenda del bando sulla ludopatia, in quella occasione, il Chillè, su proposta del Laganà, si impegnò ad intervenire, tramite i suoi canali, per far approvare una proposta normativa volta ad obbligare i punti scommesse di Lottomatica ad acquistare un totem o software, aventi le caratteristiche, di cui al progetto sopra descritto, sviluppato da Laganà ed altri ingegneri. Si trattava di un affare che avrebbe consentito di monopolizzare il settore ed ottenere guadagni ingentissimi. Non so se il progetto sia mai stato attuato o sia ancora in corso”.

Il lobbista con il pallone del rugby e il cuore a destra

“Il rapporto con il Chillè sì è sviluppato in due distinti momenti”, concludeva Biagio Grasso. “Dapprima, circa nel 2011, il Chillè mi mise in contatto con un tale Vincenzo, sedicente appartenente ai servizi segreti, il quale, a sua volta, mi presentò un soggetto albanese, anch’egli, a suo dire, appartenente ai servizi segreti albanesi, per l’aggiudicazione di un appalto riguardante la costruzione del Tribunale di Tirana. Ci fu un incontro presso un albergo di Milano, in zona Fiera, alla presenza anche di un onorevole toscano, di cui non ricordo il nome, ma appartenente all’entourage di Chillè, il quale, come detto, era vicino al gruppo di Alleanza Nazionale e operava come lobbista. Fu l’onorevole a presentarmi il soggetto albanese. In quella sede mi furono proposti vari lavori in Albania e mi fu consegnata documentazione relativa al bando di gara che avrebbe dovuto essere emanato da lì a breve, riguardante la costruzione del nuovo palazzo di giustizia a Tirana. Mi fu garantita l’aggiudicazione del futuro bando in cambio del pagamento di una tangente pari al 10% dell’importo complessivo delle opere. Somma che io avrei dovuto corrispondere al Chillè, il quale poi, a sua volta, l’avrebbe ripartita tra i vari partecipanti all’accordo. Nei miei propositi avrei potuto partecipare al bando con un’impresa riferibile a me e al costruttore messinese Carlo Borella, che era stata costituita o sarebbe stata costituita successivamente a Milano nel quadro della collaborazione economica con il Borella stesso. L’affare però non fu da me portato avanti a causa del coinvolgimento del costruttore in varie vicende giudiziarie che ebbero un grande risalto mediatico e dell’emissione di interdittive antimafia. Sergio Chillè, tuttavia, spingeva perché l’affare fosse portato avanti: mi diede dell’inaffidabile e i rapporti si interruppero…”.

Stando al giudizio del Gup del Tribunale di Messina, la dottoressa Monica Marino, le dichiarazioni di Biagio Grasso sarebbero veritiere e le relazioni tra i soggetti chiamati in causa “esistevano e sono state sfruttate”. “Ne discende – aggiunge il giudice – che la condotta degli imputati che hanno corrisposto al Chillè la somma per remunerarlo per la sua mediazione fosse e sia tutt’oggi penalmente rilevante. Che le relazioni fra il Chillè e l’Andreani esistessero e che il primo potesse sfruttarle si desume dalla conversazione del 5 marzo 2015 in cui Spina riferiva al Grasso che il Chillè gli aveva presentato un suo carissimo amico, l’Andreani, fornendogli la relativa mail, per relazionarsi con lo stesso e i cui dialoganti mostrano di essere stati istruiti sul progetto evidentemente da chi di competenza in seno all’Ente. Che l’Andreani avesse poi la possibilità di incidere sull’assegnazione del finanziamento si rileva dal ruolo ricoperto dallo stesso all’interno di Invitalia”.

Indagato in Beta due, all’udienza preliminare del 14 marzo 2019, l’esponente politico milazzese ha ottenuto la separazione dal procedimento e l’invio di tutti gli atti che lo riguardano al Tribunale di Roma per la celebrazione del processo (l’accusa è di traffico di influenze illecite con l’aggravante di aver agevolato le attività dell’associazione mafiosa Romeo-Santapaola). Intanto Sergio Chillè è rientrato nella città d’origine dove ha promosso nel giugno 2017 la rifondazione del sodalizio “Amatori Milazzo Rugby”, avviando contestualmente progetti di promozione sportiva e musicale in ambito giovanile e scolastico. Nel luglio 2018, alla seconda edizione del Rugby Music Fest, Sergio Chillè e la sua società hanno ottenuto il patrocinio del Ministero dello Sport, del Ministero della Difesa, della Polizia di Stato, della Regione Siciliana e del Comune di Milazzo, con tanto di inno di Mameliall’inaugurazione da parte della banda musicale della Brigata “Aosta” e sponsorizzazioni di Algida, McDonald, Coca Cola e Trenitalia “che ha contribuito con una campagna pubblicitaria sui treni e nelle grandi stazioni”.

Nonostante la disavventura giudiziaria, i successi istituzionali in terra natia non conoscono battute d’arresto per il dipendente della Camera dei deputati che ama la destra e il rugby. Sul profilo facebook dell’Amatori Milazzo Rugby, il 24 agosto 2019 è stata postata una foto che lo ritrae mentre consegna un pallone ovale al governatore della Regione Siciliana, on. Nello Musumeci. “Grazie Pres. Musumeci”, il titolo-commento.


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