Il caso Glovo
Le accuse di caporalato e di sfruttamento sono in “corso di accertamento”. Sarebbero quarantamila i rider vittime di “contratti ineguali”.
La Foodinho srl, società italiana della multinazionale Glovo fattura 255 milioni di euro l’anno e in questi giorni è coinvolta in una inchiesta giudiziaria che riguarda non solo i rider ma tutti i lavoratori. Le accuse di caporalato e di sfruttamento sono in “corso di accertamento”, ma già suffragate da un numero notevole di testimonianze. Sarebbero quarantamila i rider vittime di “contratti ineguali”.
Gli incidenti mortali di rider, mentre lavoravano, in questi anni si sono succeduti. Essi hanno causato scalpore e polemiche, ma senza causare un cambiamento reale nella gestione dei rider. Tra gli incidenti mortali si ricordano: Sebastian Galassi (Firenze, ottobre 2022) morto in un incidente a 26 anni, mentre eseguiva la consegna, il giorno dopo Glovo inviò una email automatica per sospendere l’account “causa non avvenuta consegna”; Shahzad Baluch 35 anni (Padova, agosto 2025); Muhammad Ashfaq (Milano, dicembre 2024/gennaio 2025) 44 anni. Lo sfruttamento non conosce nazionalità ed età.
Risultano indagati sia la società che l’amministratore delegato, lo spagnolo Pierre Miquel Oscar, nel decreto della Procura di Milano si riporta:
“ai rider in stato di bisogno e operanti sul territorio milanese e nazionale (rispettivamente circa duemila e quarantamila), una retribuzione in alcuni casi inferiore fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiore fino al 81,62% rispetto alla contrattazione collettiva”.
Al rider spetta mettere di sua tasca bicicletta e smartphone. Se i tempi di consegna non sono rispettati la piattaforma declassa il lavoratore e gli propone meno consegne.
Il guadagno è ormai ufficiale non consente un’esistenza dignitosa. L’offesa materiale al lavoratore, naturalmente, non può essere scissa dall’offesa morale e psicologica. Si è ben consapevoli a livello nazionale che il lavoro, in media, è sfruttamento e in taluni casi si rasenta il ripristino della “servitù della gleba”.
Si pensi agli Stage gratuiti.
Il primo inganno in cui non cadere è pensare che il caso Glovo sia un’eccezione.
Il “salario minimo costituzionale” per una vita dignitosa è stato quantificato dalla Cassazione nel 2023, dovrebbe rispondere a 1.245 euro al mese per 13 mensilità.
L’articolo 36 della nostra Costituzione è un illustro sconosciuto. I lavoratori lo ignorano, poiché hanno naturalizzato per disperazione lo sfruttamento, mentre per gli imprenditori è solo “un inciampo” facilmente aggirabile dalla pletora di modelli contrattuali tutti orientati a “liberalizzare il mercato del lavoro”. Il lavoro è merce e chi ha maggiore forza contrattuale decide retribuzioni e orari. Negli ultimi decenni l’articolo 36 è stato solo un “orpello costituzionale” che recita:
“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.
L’esistenza libera e dignitosa presuppone la “chiarezza smarrita” su chi sia il lavoratore. Non è una macchina e non è uno strumento è “persona” e, dunque, la sua dignità è in una esistenza materiale che gli consente la libertà dal bisogno e, dunque, la possibilità di partecipare alla vita politica e di coltivare interessi personali e di avere tempo per le relazioni affettive.
L’articolo 36 ha come fine etico il superamento non solo dello sfruttamento ma anche dei processi di alienazione che causano una indicibile infelicità. Un lavoratore che, invece, lavora ed è povero, e per guadagnare il necessario, è indotto ad accelerare i tempi di consegna sorvegliato dalle piattaforme, è umiliato e offeso in ogni momento della sua vita lavorativa, la quale con i suoi incubi e con le sue fatiche non termina con l’orario di lavoro, ma la porta con sé nella vita privata. L’Europa liberista tace, in fondo in Grecia è passata una legge che consente la giornata lavorativa di 13 ore su “base volontaria”.
Dal caso Glovo si sollevano domande, come sempre, la prima è il silenzio dei rider. Probabilmente l’assenza di sindacati e partiti che rappresentino i lavoratori ha sicuramente favorito la debole opposizione. Molti rider sono migranti e dunque l’eterogeneità dei lavoratori crea un clima di divisione. Sindacati e partiti hanno accettato il liberismo come ineluttabile, pertanto poco è stato fatto per rendere i lavoratori consapevoli dei loro diritti.
Le conseguenze sono dinanzi a noi.
Il caso dei “rider” svela la verità conosciuta del capitalismo senza limiti che non si osa affrontare e discutere: il lavoro è sfruttamento e senza “coscienza di classe” continuerà ad essere tale. In ultimo l’articolo 41 della Costituzione ammonisce:
“L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.
Il tempo per ricordarci del valore della nostra Costituzione è giunto.
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