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Il caso Antonino Agostino

Quella barba non s’ha da tagliare.
di francoplat - mercoledì 24 marzo 2021 - 732 letture

Una parte di giustizia è fatta, come suol dirsi. La scorsa settimana, il giudice dell’udienza preliminare di Palermo, Alfredo Montalto, ha condannato all’ergastolo in rito abbreviato il boss Nino Madonia per il duplice omicidio, avvenuto il 5 agosto 1989, del poliziotto Antonino Agostino e della moglie, incinta, Ida Castelluccio. Nella stessa udienza, sono stati rinviati a giudizio il boss Gaetano Scotto, con l’accusa di duplice omicidio aggravato, e Francesco Paolo Rizzuto, per favoreggiamento aggravato.

Sono passati 32 anni circa da quel delitto. Troppi? In linea con la media dei misteri d’Italia, dei tanti misteri d’Italia. Sì, perché, alla pari di altri casi di quella torbida cronaca che veleggia da oltre un secolo sulla storia dello Stivale, la questione Agostino-Castelluccio è popolata da ombre, scurissime. Giusto per fornire qualche breve ragguaglio sul fatto, vale la pena ricordare che Antonino Agostino era un poliziotto in forza al servizio Volanti del commissariato di Palermo–San Lorenzo. Al contempo, svolgeva incarichi sotto copertura nei servizi segreti: ricercatore di latitanti, come attestato dalla Procura generale di Palermo attraverso riscontri dei colleghi di Antonino e testimonianze convergenti di alcuni collaboratori di giustizia. In realtà, Agostino faceva parte, insieme a Emanuele Piazza, Giovanni Aiello (“faccia da mostro”), Guido Paolilli e altri componenti del Sisde di una struttura di intelligence che, come ha sostenuto la Dia palermitana, veniva formalmente rappresentata con la finalità della ricerca di latitanti, ma che «in realtà si occupava di gestire complesse relazioni di cointeressenza tra alcuni infedeli appartenenti alle istituzioni e Cosa nostra».

Se, da un lato, Agostino fu ucciso, alla pari di Emanuele Piazza (nel marzo 1990), nella cornice della lotta dei Corleonesi agli “spioni”, dall’altro, la sua morte è probabilmente legata alla scoperta da parte del poliziotto delle finalità reali della struttura per cui lavorava e alla quale aveva fornito una pista per la cattura di Riina a San Giuseppe Jato. Secondo l’accusa, Agostino «vide Bruno Contrada e Giovanni Aiello incontrarsi con i Madonia e con i Galatolo». Comprese cioè quanto, da anni, si cerca di rendere evidente all’opinione pubblica: esistevano (esistono ancora oggi), legami segreti e torbidi tra le mafie ed esponenti delle istituzioni, massoneria, eversione nera. Di quest’ultima componente, ha parlato, lo scorso gennaio durante l’udienza preliminare dinanzi al gup Alfredo Montalto, l’avvocato difensore della famiglia Agostino, Fabio Repici, sottolineando come la morte di Agostino sia maturata per mano di una «trinità fatta da Cosa Nostra, eversione neofascista e apparati di polizia e servizi deviati». Non soltanto, la figura di Giovanni Aiello, morto quattro anni fa e presenza ricorrente in alcuni fatti inquietanti nella storia di questo Paese, è legata agli ambienti della destra eversiva. Lo stesso Aiello chiamato in causa dal padre di Agostino, Vincenzo, per essersi presentato a casa loro pochi giorni prima della morte del figlio e della nuora.

Nel complesso intreccio di elementi ricostruiti in anni di indagini, è risultato, inoltre, esistere un rapporto confidenziale tra Agostino e Giovanni Falcone nella fase in cui il magistrato stava occupandosi della “pista nera” per l’omicidio del Presidente della Regione, Piersanti Mattarella. Pista, quest’ultima, che portò Falcone a interrogare il neofascista siciliano Alberto Volo al quale Agostino fece da scorta, insieme ad altri colleghi, proprio durante le deposizioni a Falcone. Quello stesso Volo che, a detta dell’avvocato Repici, depistò le indagini del magistrato proteggendo il killer Nino Madonia, mai processato per il delitto, e scaricando le responsabilità su Fioravanti. A questa palude melmosa, e per completezza di informazione, vale la pena aggiungere un altro dettaglio. Pochi mesi prima di morire, Agostino si trovava all’Addaura, insieme a Emanuele Piazza, il giorno in cui le “menti raffinatissime” cercarono di uccidere Falcone. Fu proprio il magistrato, nell’agosto 1989, a dire davanti alla salma del poliziotto e in presenza del padre di Antonino: «io a quel ragazzo gli devo la vita». Aggiungendo, poi, che quella morte era un segnale lanciato contro di lui.

Appare chiara, quindi, la rete aggrovigliata nella quale cadde, oltre trent’anni fa, il poliziotto freddato, con la moglie, a Villagrazia di Carini, alle porte di Palermo. Resa ancora più aggrovigliata dai depistaggi e dalle omissioni che, come da manuale, avvolsero le indagini, a partire dalla sparizione di alcuni documenti autografi del poliziotto, per il quale reato, andato in prescrizione, fu incriminato per favoreggiamento l’ispettore Guido Paolilli. Depistaggi e omissioni che riguardano anche il già citato Francesco Paolo Rizzuto, al tempo amico di Agostino, la cui figura è emersa nell’ultima inchiesta, in quanto sarebbe stato a casa di Antonino il giorno in cui questi fu ucciso e avrebbe, secondo l’accusa, mentito più volte su alcune circostanze legate al delitto.

La sentenza che condanna all’ergastolo Madonia restituisce una parte di verità, quella legata al ruolo di mediatore tra Cosa nostra e i servizi segreti deviati da parte del boss di Resuttana, ragione per la quale fu egli stesso l’esecutore del delitto, essendo troppo delicata la questione dei rapporti illeciti tra la mafia e una parte dello Stato per delegarla a qualche picciotto. Felice per la sentenza, Vincenzo Agostino, che, com’è noto, dall’omicidio del figlio ha deciso di non tagliare la barba sino a che non sarà fatta giustizia piena, ha detto, infatti, che non la taglierà, perché la condanna all’ergastolo di Madonia rappresenta «solo un inizio di verità», per quanto importante. Ha dichiarato, inoltre, che si augura che tre persone delle istituzioni, che ricoprono ruoli importanti, parlino. Non ha fatto nomi, ma ha detto: «loro possono sapere quello che ha lasciato scritto mio figlio, che hanno letto la lettera che era nell’armadio».

Che il caso Agostino presenti lati ancora da illuminare è opinione pure dell’avvocato Repici, il quale ha sostenuto che, al processo a carico del boss Gaetano Scotto e di Francesco Paolo Rizzuto, chiamerà a deporre i rappresentanti di varie istituzioni. Tra essi appartenenti della Polizia di Stato, dell’Alto Commissariato antimafia e del servizio segreto civile, «che all’epoca erano operativi e si sono adoperati per il depistaggio più indegno che si sia svolto sul cadavere di un poliziotto».


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