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Il carcere che uccide

I numeri delle morti, il personale, le vittime, il sovraffollamento. Un problema che alla politica non interessa. Tanto, i detenuti non votano.
di Adriano Todaro - mercoledì 16 gennaio 2019 - 1898 letture

Il 5 dicembre scorso chi si trovava a passare davanti al Tribunale di Milano, sulla scalinata, avrebbe visto due donne, ferme, immobili, nel freddo pungente del dicembre milanese. Erano in presidio. Un presidio, come hanno poi dichiarato “per testimoniare la rabbia nei confronti di uno Stato nelle cui prigioni si muore quotidianamente”. Le due donne erano le madri di Alessandro Gallelli, morto a 21 anni, a San Vittore nel 2012 e di Francesco Smeriglio, deceduto a 22 anni nel carcere di Monza. Cambiamo per un momento visione e spostiamoci nel carcere “Due Palazzi” di Padova.

Lì ci sta un detenuto, nato ad Aci Sant’Antonio, provincia di Catania, che ha avuto l’ergastolo ostativo, in pratica quello che si chiama “fine pena mai”. Entrato a 36 anni in carcere per tutta una serie di azioni criminose avvenute per lo più in Versilia, oggi Carmelo Musumeci ha 64 anni. Entrato in carcere con la quinta elementare, oggi ha tre lauree, collabora al giornale Ristretti Orizzonti del carcere di Padova ed è in regìme di semilibertà. In pratica di notte sta in carcere e di giorno, come volontario, si reca nella struttura della comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi. Finirà comunque di scontare la pena il 31 dicembre 9999!

Fra il primo episodio e quello di Musumeci non c’è nessun nesso. Ma c’è una frase in uno dei numerosi libri che Musumeci ha scritto che si sposa benissimo con il primo episodio ed è quando afferma che “Il carcere è addestrato per uccidere i sogni”. I sogni di due giovanissimi ragazzi, di 21 e 22 anni, si sono infranti con la dura realtà del carcere. Non sappiamo ancora perché sono morti Alessandro Gallelli e Francesco Smeriglio ma certamente sappiamo che quando sei sotto la tutela dello Stato, questo deve vigilare affinché tu possa scontare la pena secondo i dettami dell’art. 27 della Costituzione italiana. Vale per loro e per tutti coloro che nelle carceri muoiono più o meno volontariamente. Giustamente la vicenda di Stefano Cucchi ha fatto riflettere e prendere coscienza ma è necessario sottolineare come nelle carceri italiane il diritto a vivere non sempre è rispettato. Non c’è, nella nostra Costituzione, solo quell’articolo. C’è anche il 13 che così recita “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”.

I MORTI NELLE CARCERI ‒ Nel 2018 su 148 morti nelle carceri italiane, 67 sono da ascriversi a suicidio. Venti volte di più dei suicidi che avvengono nella vita libera. Nel 2018, il primo a suicidarsi, il 14 gennaio, è stato un algerino di 42 anni nel carcere di Sassari. Di lui non si conosce neppure il nome come spesso avviene. In venti anni si sono verificati mille e 53 suicidi su un totale di morti nelle carceri di 2.884 persone. Sono numeri freddi e aridi come sempre lo sono i numeri. Ma dietro a questi numeri, a questi suicidi, ci sono persone. Persone in carne e ossa, con le loro storie, i loro sentimenti, le loro aspettative e, perché no, i loro sogni. E sono numeri in difetto. Perché l’Amministrazione penitenziaria tende a classificare come eventi involontari fatti volontari. Se un detenuto tenta di suicidarsi ma non muore subito, magari mentre è sull’autoambulanza per l’ospedale, non sempre quella morte è considerata sotto la voce suicidio. Per suicidarsi si utilizzano tre modalità: impiccagione, inalando gas o tagliandosi con le lame da barba. I rischi aumentano quando in carcere ci sono detenuti ritenuti “fragili” che vivono la perdita degli affetti come dramma, che vivono con disagio la condizione di detenzione. Tanto è vero che a Bollate, considerato carcere “umano”, simili episodio sono molto rari. In carcere ci sono una percentuale molto alta di persone con disturbi mentali e gli stranieri che, non avendo spesso legami o affetti sul territorio, vivono la loro reclusione come una condizione doppiamente alienante. Ci si ammazza soprattutto nel primo anno di detenzione. Ci si ammazza perché in carcere è difficile curarsi. Ci si ammazza perché non c’è speranza, hai paura di perdere tua moglie, i tuoi figli, di non avere le risorse necessarie per arrivare a fine pena. Dentro c’è la solitudine, l’isolamento. Il carcere fa odiare, aumenta il rancore, non si vedono prospettive. Si ammazzano di più quelli che non hanno alle spalle una famiglia, coloro che sono in carceri fatiscenti, coloro che restano “in branda” 22 ore su 24, che non lavorano, che non studiano, non fanno sport. Prevenzione significa maggior contatti con l’esterno e con le persone care, relazioni affettive e sociali. Nelle nostre carceri, invece, siamo ancora ad una telefonata della durata di 10 minuti la settimana. E si ammazzano anche i poliziotti penitenziari. Nel 2017 si sono tolti la vita 6 agenti. Altrettanti hanno compiuto lo stesso drammatico ed estremo gesto l’anno precedente e 5 nel 2015.

AUTOLESIONISMO ‒ Abbiamo parlato di suicidi ma un altro dato molto preoccupante sono i casi di autolesionismo che sono aumentati, anno dopo anno. Nel 70% dei casi, a compierli, sono gli stranieri. Ci si taglia, ci si procura fratture, ci si ustiona. Secondo gli studiosi “I gesti autolesivi rappresentano l’esternazione di un disagio utilizzato come strumento di comunicazione di quei soggetti fragile che utilizzano il corpo come mezzo e messaggio”.

SOVRAFFOLLAMENTO ‒ E poi c’è il sovraffollamento. Al 30 novembre 2018 i detenuti sono risaliti a 60 mila con un aumento di 2.500 unità rispetto alla fine del 2017 a fronte di una capienza complessiva di circa 50.500 posti, quindi un affollamento del 118,6%. La regione più “affollata” è la Puglia con un tasso del 161% seguita dalla Lombardia (137%). In alcuni istituti come quelli di Taranto, Brescia e Como è stata superata o raggiunta la soglia del 200%. Percentuale molto vicina a quella del 2013 quando l’Italia fu condannata dalla Corte di Strasburgo per le condizioni disumane dei detenuti a causa del sovraffollamento. Secondo i dati dell’associazione Antigone, nei 70 istituti da loro visitati, il 20% dei casi ci sono celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3 mq. ciascuno. Nel 36% degli istituti, le celle sono senza acqua calda e nel 56% senza doccia. Nel 20% non ci sono spazi per realizzare lavorazioni di tipo industriale e nel 29% dei casi non esiste un’area verde in cui incontrare i familiari d’estate. Tutte cose previste dalla legge che però, come visto, in tante carceri non esistono.

PERSONALE ‒ Mancano gli educatori (1 ogni 206 detenuti) e carenti sono i poliziotti penitenziari (1 ogni 3,8 detenuti).

NUOVE CARCERI ‒ Sempre secondo Antigone un carcere da 250 posti costerebbe circa 25 milioni di euro. Oggi ne servirebbero almeno 40 con una spesa complessiva, quindi, di 1 miliardo di euro. Sembra sia la linea del governo Lega-5Stelle. E poi servirebbe più personale, più risorse nonché utilizzare pienamente le misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo i detenuti che potrebbero beneficiarne e finire la loro pena in una comunità rendendosi così utili alla società. Ricordiamoci sempre che la recidiva diminuisce se durante la detenzione il detenuto ha usufruito di un carcere “più umano”, se ha studiato, se ha lavorato, se ha fatto volontariato. Attualmente, più del 70% delle persone che finiscono di scontare la pena, torna in carcere. Se la società non investe sui detenuti, se non offre loro la “speranza” di una vita futura migliore, usciranno incattiviti, sfiduciati e accecati dalla rabbia. Poi ci lamentiamo se delinquono ancora. Inoltre non bisogna dimenticare che il 34% dei detenuti è in carcere per motivi di droga.

LE DIFFICOLTA’ DEGLI OPERATORI ‒ Rossella Favero rappresentante della Coop AltraCittà, spiega molto bene cosa significhi lavorare in carcere – “Noi abbiamo [a Padova-Ndr] 28 lavoratori in questo momento, più quattro operatori nostri.. di questi ragazzi, a cui siamo molto affezionati, sette sono italiani, di cui tre siciliani, un pugliese e tre veneti, tre sono albanesi, quattro arabi, due rom di Iugoslavia, un sinto, un liberiano, un nigeriano, poi Davide che è sordomuto e di cui conosciamo poco la lingua, e poi un macedone, tre rumeni e un domenicano. Insomma, lingue, tradizioni, codici d’onore, che noi non conosciamo a volte, storie personali diverse, tutte le tipologie di reati, speso molta violenza nelle storie, spesso problematiche di tipo psichiatrico, molto dolore, il dolore esistenziale, il dolore della detenzione”.

LAVORO / INFORMAZIONE – Grave scandalo sui giornali quando si è venuto a sapere che ai detenuti sarebbero stati concessi ben mille euro al mese. L’informazione è ancora legata al sensazionalismo, alla spettacolarizzazione. Non c’è approfondimento, conoscenza del problema. Per qualche copia in più si può sparare anche un titolo in prima pagina altisonante: “Mille euro al mese ai detenuti. Più dei poliziotti”. Ho sempre pensato che fosse necessario far frequentare il carcere ai giornalisti soprattutto a coloro che si occupano di cronaca nera. Solo in questo modo si potrebbero eliminare certi strafalcioni che si leggono sui giornali quando si parla di fatti di “nera”. Sarebbe più importante, questa frequentazione del carcere, che le norme deontologiche che i giornalisti dovrebbero rispettare ma spesso, per ignavia e incompetenza, non rispettano. Vediamo intanto di capire cosa dice la legge al riguardo del lavoro in carcere: “Le mercedi per ciascuna categoria di lavoranti sono equitativamente stabilite in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, alla organizzazione e al tipo del lavoro del detenuto in misura non inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi di lavoro” (Art. 22 Ordinamento Penitenziario). A parte il termine desueto e burocratico di “mercede”, bisogna dire che lo Stato era stanco di perdere contenziosi con detenuti che chiedevano di essere pagati per il loro lavoro in modo equo. Intanto è bene sapere che i detenuti che lavorano stabilmente per l’Amministrazione penitenziaria sono una minoranza, tra il 15 e il 20% dell’intera popolazione detenuta. Ancora meno quelli che lavorano 6 ore al giorno. La maggior parte, 2 /3 ore. Questi “privilegiati” si troveranno nel libretto, quando usciranno (in carcere, come risaputo, i detenuti non possono maneggiare soldi), compensi inferiori ai 200 euro. A questa cifra, però, è necessario sottrarre il “mantenimento carcere” (vitto e alloggio si pagano), diciamo 110 euro. Nel libretto te ne restano 100 euro che troverai quando uscirai dal carcere. Per i tre pasti, l’amministrazione spende, per ogni detenuto 4 euro. Quindi acquistare cibo nel sopravvitto non è uno sfizio ma una necessità per poter continuare a vivere. Ci sono poi detenuti che hanno ancora moglie e figli a carico e riuscire a lavorare è indispensabile per il sostentamento dei familiari all’esterno. Ci sono due tipi di lavoro in carcere, uno è quello fisso, cioè, una volta assunto il detenuto lavorerà fino alla scarcerazione, (salvo imprevisti come sanzioni o trasferimenti). Questi fortunati raggiungono i 400/500 euro al mese. L’altro lavoro che offre l’Amministrazione penitenziaria è quello a rotazione. In pratica il detenuto lavora due mesi ma poi si ferma per 6. In questi due mesi il detenuto fa lo scopino o portavitto per un mese. Il secondo mese lavora come jolly, la domenica o quando manca il lavorante effettivo. L’unica fonte di reddito per il detenuto che non lavora sono le famiglie. Sempre se hanno la possibilità economica. Attualmente i lavoranti sono pagati 3,5 euro l’ora e lavorano da due ore ad un massimo di 5/6 ore al giorno.

SCUOLA ‒ La scuola è quasi sempre presente in tutti i 231 istituti penitenziari italiani. La grande assente è la formazione professionale che, sempre secondo Antigone, raggiunge una media di 4,8% dei detenuti e in 28 carceri è stata registra la totale assenza di offerta di formazione professionale.

BUTTARE LA CHIAVE – In carcere può finirci chiunque. Spesso si sente dire: “A me non succederà” ma proprio il caso di Alessandro Gallelli dovrebbe fare riflettere. Perché era in carcere? Certo, era, come si dice un balordo, ma l’atto che l’ha portato in carcere è stato quello di palpare il culo ad una ragazza alla fermata del tram. Troppo spesso i giornali scrivono cose che non hanno approfondito, che non conoscono. Come ha detto l’ex magistrato Gherardo Colombo. “Quando vado in giro a parlare e spiego come sono le carceri, per esempio, in Norvegia, sono tante le persone che saltano su e dicono: ma quello non è un carcere, è un albergo a 5 stelle! Un’affermazione che mostra la convinzione intima e profonda che chi ha fatto il male deve essere retribuito con il male. Senza accorgersi che così il male si raddoppia anziché essere eliso…”.

TRASFERIMENTI ‒ Spiega bene un detenuto cosa significhi essere trasferito in un altro carcere (in questo caso in Sardegna) interrompendo così il suo progetto futuro di vita: “Le persone qui sono per lo più arrabbiate, svuotate dell’umanità, come lo ero io un tempo. Non riesco a condannarli, non riesco proprio a fargli una colpa! Qui c’è assenza forte di legalità, qui t’insegnano l’omertà!... ho ripreso a non parlare più, proprio come facevo un tempo… Non vedo mia figlia da quasi un anno perché mantenere gli affetti in carcere è un’impresa ardua. Non incontro mia mamma da ottobre, non ha tutta questa salute per venire fin qui ed anche economicamente non ha questa possibilità… Mi mancano gli amici del vecchio carcere, con loro non si parlava di processi e reati, ma di vita, ci si ascoltava, ci si confrontava e si ci si aiutava nella difficolta. Mi manca il lavoro, mi manca la redazione di Ristretti Orizzonti… Il mio fine pena è 31 dicembre 9999. Non voglio che questo luogo mi uccida”.

VITTIME ‒ In questa spirale non si possono dimenticare le vittime e, soprattutto, i familiari delle vittime. Dal 2008 lo fa molto bene Ristretti Orizzonti di Padova con i suoi convegni su questi temi, i temi che riguardano la sofferenza e il perdono. Come ha scritto Ornella Favero, direttrice di Ristretti orizzonti: da quell’anno abbiamo fatto parlare, in carcere, “solo le vittime e tutti gli altri, persone detenute e ospiti, hanno ascoltato in un silenzio assoluto. E da quel momento è iniziato un dialogo, continuo, profondo e quell’ascolto, che nelle aule del tribunale non hanno spazio, ma che diventano incredibilmente possibili in un luogo come il carcere”.

NON INTERESSA A NESSUNO – Si continua a morire nelle carceri italiane. Ma non interessa a nessuno o a pochi. Di certo non interessa ai nostri governanti tutti presi nel formulare i cosiddetti “Decreti Sicurezza” non riuscendo a capire che la vera sicurezza la si ottiene dando ai detenuti la possibilità di non ritornare in carcere quindi, di non commettere azioni criminose. Le parole come riabilitazione o recupero non sono popolari e non portano voti. Si preferisce rinchiuderli in strutture fatiscenti, non farli lavorare, studiare, in strutture dove non ci sono regole, dove impera la disumanità, dove si preparano nuovi delinquenti. Proprio l’opposto della sicurezza. Oggi c’è stato un altro morto? Beh, tanto era un delinquente. Uno in meno. Se continua questa vulgata popolare, se i nostri governanti non riusciranno a capire che è necessario dare la speranza, allora non ci può essere futuro. Non solo per i detenuti ma anche per noi. E così il carcere continuerà a uccidere i loro sogni e con essi la nostra sicurezza.


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