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Il Testamento di Faber

... e sono 20.
di Piero Buscemi - venerdì 11 gennaio 2019 - 709 letture

L’11 gennaio, ormai da venti anni, è collegato immediatamente alla scomparsa di un artista che ha lasciato quell’orma indelebile nell’anima di chi ha avuto il pregio di raccogliere le sue parole, e di un amico che, con quelle parole, ha saputo far leggere le cose non scritte di un mondo ed un’umanità contraddittoria.

Chiunque si è rispecchiato nei suoi personaggi, presi dalla strada. Spesso, senza neanche saperlo. Perché lui ha avuto la sensibilità di osservarci, mentre distrattamente percorrevamo le strade del mondo, come se ne fossimo i padroni. L’arte di De André si riassume in questo: aver visto dove noi abbiamo chiuso gli occhi, averci messo uno specchio invisibile davanti la nostra arroganza per darci un’occasione per contraddirci. Sapendo che non l’avremmo persa.

Più volte abbiamo ribadito che le sue canzoni, oggi più di ieri, ci sarebbero venute incontro per togliere quel tanfo di nebbia dai nostri pensieri. Oggi, ci viene spontaneo chiederci perché? Sì, perché, se tutto quanto abbiamo visto passivamente aggredire la nostra vita negli ultimi due decenni, forse, gli avrebbe dato davvero lo stimolo giusto per ritirarsi dalla musica e andare in Sardegna a fare il contadino?

Ma, come abbiamo visto, ognuno ha la libertà di rubare le sue parole e trasformarle in slogan propagandistici da spiattellare nelle piazze. Impunemente. Incoerentemente, così distanti solo dall’essere Fabrizio De André, anche nella vita di tutti i giorni. Ma è la democrazia, quella inneggiata e speculata dal primo re nudo di turno. Anche se ci si illude ancora che "Non sta succedendo niente/Le fabbriche riapriranno/Arresteranno qualche studente/Convinti che fosse un gioco/ A cui avremmo giocato poco/", proveremo pure a crederci assolti, ma saremo lo stesso coinvolti.

Ci resteranno per sempre, queste sue gocce di splendore e questo è già sufficiente per ricordarlo. A venti anni dalla scomparsa di Fabrizio De André, tra le celebrazioni di rito solo una sua canzone può rendergli veramente merito per quanto ci ha lasciato. Quale migliore se non il suo Testamento di Tito.


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