Il Primo Maggio deve restare "fedele alla linea"
Vedendo la scaletta, sinceramente non ho ascoltato il concertone del primo maggio. So che ci sono state anche un po’ di polemica, rivolte alla cantante Delia, che devo dire continua a piacermi, ma che in questa occasione, nel fare un suo "miscuglio", si è permessa di sostituire addirittura la parola “partigiano” in "Bella ciao" con "essere umano". Delia non è la stessa cosa, devi restare "fedele alla linea", non c’è giusitificazione che tenga, t’arraccumann!
Insomma, le scomuniche gli sono arrivate a stretto giro di social, da buona parte del mondo e non solo. Mi sono chiesto anch’io: ci vuole un coraggio, a modificare di questi tempi un testo sacro, un inno ormai universalmente condiviso in tutto il mondo come “Bella Ciao” eliminado la parola "partigiano" ? Restare "fedeli alla linea" non è un’opzione, ne tanto può giusticare in nessun caso una "licenza poetica". Le parole hanno sempre un peso; custodiscono significati e valori e per giunta al concertone del primo maggio, la festa dei lavoratori, sul quale la nostra Costituzione ha fondato le sue basi, i suoi valori ed i suoi principi democratici!
In questi giorni anche Sidney, una mia cara amica, che ha vissuto a Mosca per oltre dieci anni, ed ora ritornata in Italia, gli è venuta la fregola di’interrogarsi o meglio, è stata interrogata da alcune sue amiche russe, sul significato dell’Art. 1 della nostra Carta Costituzionale sul concetto: “fondata sul lavoro” (?).
“Ma cosa cavolo significa fondata sul lavoro?!”, mi chiese la mia insegnante di russo al quarto anno, quando stava studiando la costituzione italiana. E oggi, che insegno italiano per il livello B2 con Spazio Italia 4 (grazie, L, è bellissimo), me l’ha chiesto di nuovo una mia studentessa: “Cosa diamine significa?”. La mia prof di russo sosteneva che questa frase non avesse alcun senso, ma fosse pura propaganda. Perché: cosa significa fondare una Repubblica sul lavoro? Significa che la sua gente lavora? Che il lavoro è importante? Che chi non lavora non fa l’amore? Che lo stato provvede a dare un lavoro ai cittadini?" (NdR fonte)
Ora sinceramente non conosco bene le fondamenta attuali giuridiche e costituzionali della Russia e per questo ho provato a leggere qualche articolo della loro Carta Costituzionale più recente del 1992, ma, se devo farmi un’idea migliore, devo senz’altro partire dall’attuale situazione, e quindi, chiedermi anch’io: su quale è il rapporto tra i principi che richiama l‘attuale Costituzione Russa del 1992 e la realtà politica, sociale e culturale attuale? E ciò chiaramente in ordine alla sua applicazione. Ho grandi lacune che sto provando a colmare.
Certo ciò un po’ mi limita, ma almeno ho già provato a riflettere sull’argomento culturale, cosi come ho provato a fare nel precedente post nel ragionare e riflettere se la “Cultura Russa, non appartiene alla Russia” . Ora proverò anche a riflettere e rispondere alle domande di prima. Ammetto, che oggi, da lontano, ho forti dubbi sulla coerenza democratica ed applicativa di principi costituzionali da parte dello Stato Russo, e sul rapporto applicativo dei suoi principi, quindi perdonatemi ma mi sto acculturando meglio, anche con l’aiuto della mia amica Sidney.
Nel frattempo vi invito a leggere anche voi questo libro molto bello che lei mi ha suggerito di leggere e che ho letto tutto d’un fiato: "I Russi sono matti" sottotitolo: "corso sintetico di letteratura russa 1820-1991 - di Paolo Nori (2^Ed. Utet 2025)
Dopo aver letto questo libro mlto bello mi sento anche più pronto ad affrontare la loro pazzaria; cosi come ora mi sono convinto, nel leggere alcune dei principi della loro costituzione, che a metterli a confronto con i nostri, è un’operazione rischiosa se non anche pericolosissima, perché tende a far equivocare se non chiariti alcuni passaggi o riflettere meglio prima sui nostri principi costituzionali e ciò proprio per rispondere alle suddette domande.
Insomma, non vorrei rischiare di essere vago, se non fosse altro, proprio a partire dal versante dei diritti di critica, se non anche quello a manifestare liberamente il proprio pensiero. Però adesso non voglio divagare, come è il mio solito, sui diversi argomenti se no rischio di perdermi. Proverò a leggere meglio in futuro la Carta Costituzionale Russa del 1992.
Quindi passo direttamente alla mia riflessione che mi ha sollecitato le suddette domande e premetto, che proprio di recente, cosi come anche negli ultimi 30 anni, abbiamo avuto molto a che fare anche noi qui in Italia, con tentativi maldestri di modifica del testo di alcuni dei nostri principi costituzionali, come avventatamente ha fatto la cantante Delia con “Bella ciao”, al concertone del primo maggio 2026; tutti per fortuna respinti, ribadendo sempre, se ve ne fosse ancora bisogno – che al di là di chi li proponeva - questi quesiti referendari, destra o sinistra che sia: Berlusconi prima; Renzi poi e adesso la Meloni, con i governi delle libertà(?!), per motivi diversi ma simili, sono stati tutti bocciati. Cosi come pure "Partigiano" non può essere sostituito con altre parole in "Bella Ciao".
Insomma, LA COSTITUZIONE NON SI TOCCA! nei suoi principi fondamentali, cosi come "Bella Ciao".
Ma perché?
La Costituzione con i suoi proncipi è la stessa cosa di quando si dice che non si può sostituire la parola “Partigiano” con altre in "Bella Ciao". Sono testi che hanno una sacralità, perché condivisi ed apprezzati universalmente, da tutti nel mondo, oltre che qui in Italia e sono il frutto e simboli storici di libertà.
La Costituzione Italiana è il frutto di un “compromesso storico” tra tutte le forze e le anime presenti nell’Assemblea Costituente del 1947. I 558 partecipanti seppero dare alla Repubblica Democratica Italiana, dopo il ventennio disastroso della dittatura Fascista e del Nazismo in Europa, saldi principi di democrazia.
Lo stesso Art 1 con il suo: “…fondata sul lavoro…” ; fu un “compromesso”. Il più delle volte il termine “compromesso” resta per alcuni disprezzato, nel mentre rappresenta un processo fortemente democratico, che a molti oggi resta difficile da apprezzare e comprenderlo, se non addirittura disprezzarlo, per giustificare il ricorso al leaderismo, al presidenzialismo, alla dittatura, dove è più facile decidere ad altri scaricandosi dalle proprie responsabilità, e gli esempi del ricorso a queste degenerazioni e semplificazioni della vita politica, sociale e democratica, sarebbero molti da fare oggi.
Queste due parole “fondata sul lavoro” furono scelte per enunciare a chiare lettere proprio queste due parole anziché altre, perché il fondamento non doveva essere basato sul privilegio di nascita, sul censimento o sull’appartenenza nobiliare – proprio perché l’Italia era stata fino ad allora una Dittatura Fascista e Monarchica; menchè sulla ricchezza o sulla proprietà, ma sull’attività che ogni cittadino potesse svolgere per contribuire al progresso materiale o spirituale della società.
Dopo vent’anni di dittatura e monarchia che aveva permesso l’ascesa del fascismo, i padri costituenti volevano segnare una rottura netta.
All’epoca le basi ideologiche – non erano purtroppo quelle attuali – ma fu proprio la scelta di queste parole che esprimevano questo concetto, “compromesso” tra le diverse anime ideologiche dei padri e madri fondatori che componevano la costituente, e quindi, fu il frutto dell’incontro tra le tre grandi anime politiche dell’epoca, che sempre più oggi il liberismo selvaggio e capitalistico vuole mettere in discussione, illudendoci tutti di essere più liberi se ne facessimo a meno. Con poteri immensi in mano a leader che ormai si sentono dio sceso in terra. Per fortuna anche per questi stanno arrivando le scomuniche.
Certo c’è da stare attenti a quando si usano certe parole.
La stessa frase “Il lavoro rende liberi” dalla tragica espressione nazista “Arbeit macht frei” nei campi di concentramento è una profonda distorsione del concetto di dignità lavorativa, trasformando il lavoro in uno strumento di tortura e morte, anziché di emancipazione. Ma ciò rappresenta quella banalità del male sulla quale ho riflettuto in un precedente post e sul quale ancora oggi ci dobbiamo e c’è urgenza di confrontarsi e comprendere bene da che parte stare.
Il nazismo il fascismo cosi come altre dittature hanno sempre utilizzato le parole per distorcere il loro vero significato e per camuffare una realtà molto ben più drammatica. Il processo della democratizzazione della menzogna è costante e mai come oggi attualissimo.
Per tornare ai nostri tempi l’azione stessa di propaganda, di ostracismi, di arroganza di un governo è contrapposto al risultato del referendum ultimo, che resta il frutto di quello zoccolo duro, che ancora oggi fa vivere e resistere gli anticorpi della nostra democrazia e del senso comune di giustizia sociale e del nostro restare partigiani ed umani.
Non ho ancora capito se questi anticorpi per la democrazia si siano già sviluppati a distanza di pochi anni (1992) anche all’interno del bio-territorio popolare Russo(!?). Noi siamo impegnati già da 80 anni e siamo qui, quo, qua, ancora a resistere trasformando ogni giorno ogni minuti in una festa della liberazione.
Allo stato delle mie conoscenze l’impressione che ho oggi della Russia e che non sa che cosa vuole fare da grande? Se attendere al sacrificio in attesa he si compia il miracolo.
Se è uno Stato in cui il Popolo vorrebbe o potrebbe provare a fare una piccola e pacifica Rivoluzione Democratica oppure continuare a manifestare la sua anima più tesa al sacrifico in attesa del miracolo(?). Oppure se è sempre spinto più a destra alla ricerca di una “nuova identità” con il più nostalgico riferimento dei propagandisti nazionalisti alla Grande Madre Russia o Zarismo che sia; con tutti i simboli richiamati anche sui suoi carri armati "Z" "V“ nell’Operazione Militare Speciale” o sempre per nostalgia far indossare a tutti la maglietta del Ministro degli Esteri Russo “CCCP" per restare anche semmai più "Fedeli alla Linea”. Nome di uno dei nostri mitici gruppi musicali degli anni ’80.
Chiedendomi anche se lo stesso Stato Russo resterebbe oggi con la sua Carta Costituzionale del 1992 più Democratico e Repubblicano, con al massimo due partiti; oppure per semplificare la cosa, ne basterebbe uno solo?
Insomma, la questione anche per noi resta quella dell’essere “FEDELI ALLA LINEA” che è proprio rappresentata dai nostri anticorpi-principi della nostra Carta Costituzionale del 1947 e che hanno formato il nostro DNA e sviluppato la formula chimica e bio-psico-sociale-emozionale-ideologica-democratica-laica-socialista-libertaria (no liberismo che è un’altra cosa), che resta alla base del nostro sistema immunitario, poggiato su un’etica giuridica, una matrice comune, una morale, una laicità, che resta per certi versi, proprio dello stesso cristianesimo sociale, che vede nel lavoro lo strumento per la realizzazione della dignità umana e della solidarietà, e che quando viene a mancare, ci girano i “…blip…”.
In sintesi l’anima italiana resta fedele alle sue anime e principi ispiratrici:
Socialista e Comunista: Voleva il lavoro come centro del potere politico (“Repubblica di lavoratori”);
Anima Laico-Liberale: Accettava il lavoro come motore dello sviluppo economico e della libertà individuale. Infatti, inizialmente, le sinistre presenti nella commissione costituente proposero: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”.
Queste due formule però spaventavano i moderati perché ricordavano il modello sovietico.
Fu Amintore Fanfani - terza anima: cattolico-democristiano a proporre la formula attuale del primo articolo della costituzione: “fondata sul lavoro”.
Questa dicitura fu così accettata da tutti perché includeva tutti (anche chi non era un operaio) e metteva l’accento sul valore etico e sociale dell’impegno personale. In breve, il lavoro fu scelto come base perché è l’unico valore che unisce l’individuo alla società senza discriminazioni, definendo il cittadino non per quello che “ha”, ma per quello che “fa” per la comunità.
Tutti furono concordi sul fatto che il lavoro era uno strumento di democrazia e di uguaglianza contro ogni forma di schiavitù, come può essere purtroppo in alcuni casi ancora oggi, per quelle condizioni di lavoro sottopagato o di precarietà lavorativa.
Cosi come sarebbero molti gli esempi da fare sul come, nel corso di questi anni, i diversi Governi Italiani hanno risposto, per la concreta applicazione di questo principio.
Ultimo in ordine di data – solo per citarne uno – è stato il “reddito di cittadinanza”, che ha provato ad eliminare da quelle forme di schiavitù lavorative i cittadini oppressi dal ricatto di un lavoro precario e sottopagato, applicando questo principio di diritto e di tutela costituzionale. Prontamente messo in discussione dai padroni di turno, cosi come il giusto salario o minimo sindacale.
Poi qualcuno si potrà anche inventare in futuro che la Repubblica si basa sul principio della felicità di ogni singolo cittadino, salvo poi comprendere che la felicità non è un diritto ma l’espressione temporanea ed emotiva di un essere che può essere felice anche con poco, e quindi ottimo per giustificare bassi salari?
È chiaro che il liberismo liberticida ha tentato e tenterà sempre di abolire queste misure di sostegno economico, in nome della difesa del libero mercato, cosi come richiamando il principio illusorio di libertà e di felicità per tutti, perché ciò illuderà solo le persone, per continuare a ricattarle con salari da fame e semmai poter dire: ma tu non puoi essere felice perché non vali niente, quindi non hai diritto ad essere felice e noi hai diritto neppure ad un salario dignitoso.
In proposito consiglio sempre la lettura de: “Il Banchiere Anarchico” di Pessoa.
Il lavoro quindi fu scelto dai nostri padri e madri costituenti perché è l’elemento che rende tutti i cittadini non solo uguali, ma concettualmente e di fatto liberi da ogni schiavitù, e più che essere felici, poter così essere sereni di progettare e costruire la propria vita, svincolati anche dal ricatto del licenziamento, e di non avere rispettata la propria dignità.
E’ importante ricordare che l’altro aspetto che fece accettare la parola “lavoro” anziché “lavoratori”, fu perché avrebbe avuto un significato di “classe sociale” unica, sulla quale si sarebbe fondata la repubblica; nel mentre la parola “lavoro”, proprio attraverso il suo significato letterale, affidava la sovranità non ad una singola classe sociale, ma a tutti i cittadini, impegnati in qualsiasi mestiere: manuale, intellettuale, dipendente o autonomo, che potevano fare, quindi salvaguardando la stessa dignità di ognuno davanti alla legge.
Certo, negli anni purtroppo, nella mutazione bio-sociale-ideologica, ha prevalso ed il virus del liberismo selvaggio che attraverso la precarietà, si è sempre più manifestato anche con diverse varianti e sempre più virali come: co.co.co; a termine; a contratto; a collaborazione; a quanto ti chiamo io; tieniti disponibile, etc. non tutelando neppure lo stesso accesso al libero mercato cosi detto da parte della maggioranza delle persone, tanto che oggi illustri economisti prima liberali oggi criticano il sistema stesso del capitalismo spinto.
In ogni caso il motivo del successo del principio: “Fondata sul lavoro” a maggior ragione resta valido ancora oggi e ci ricorda che il lavoro è la base, la radice, ma non l’unico elemento della società.
È un termine che riconosce il valore sociale del lavoro senza trasformare l’Italia in uno Stato di classe:
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art1).
Il legame tra lavoro e sovranità è il “cuore” del sistema democratico italiano. Ecco perché questi due concetti sono stati messi insieme. Cosi come "Partigiano" in Bella ciao!
W il primo maggio.
NdR: l’immagine del logo è condivisa dai social ed è del Ministro degli Esteri Russo Sergej Viktorovič Lavrov. La maglietta "CCCP" fu indossata da Lui in occasione dell’incontro tra Putin e Trump in Alaska nell’estate del 2025.
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