Il Bene Comune
Regia di Rocco Papaleo (Italia, 2026 - durata 103’). Un film con Claudia Pandolfi, Rocco Papaleo, Teresa Saponangelo, Vanessa Scalera, Andrea Fuorto.
Alla fine della proiezione, viene spontaneo chiedersi: a cosa si è realmente assistito?
Non è una domanda che possa trovare una facile risposta, sicuramente non una sola, perché le emozioni e le riflessioni che il nuovo film di Rocco Papaleo suscita nello spettatore, vanno oltre ad una semplice valutazione della propria sensibilità personale, davanti a qualsiasi messaggio, più o meno occultato, che l’artista prova a trasmettere con la sua opera.
Durante le sequenze e le gag che, inevitabilmente, il regista intercala tra un momento di alta poesia riflessiva e un bizzarro bisogno di riportare tutti con i piedi per terra, lo spettatore viene sballottato in un mare di percezione sensoriale che, in alcuni momenti salienti del film, suscita la voglia di alzarsi e liberarsi di una sorta di oppressione di coscienza che, alla fine, inchioda fino ai titoli di coda.
I motivi di questa lotta intimistica sono da ricercare in noi stessi, perché i personaggi raccontati ne "Il Bene Comune", sembrano davvero dirci chi siamo, cosa crediamo di essere e, soprattutto, chi non saremo mai.
Ognuno con un pezzo della propria vita da nascondere, custodire ed esternare, al momento opportuno, quando l’essere umano sente il bisogno di mettersi a nudo davanti al silenzio che lo circonda. Davanti a quegli spazi immensi che la natura riesce ancora ad offrire all’occhio attento al mondo che lo circonda.
Che ci si possa rispecchiare nel personaggio principale, la guida turistica Biagio, interpretato dallo stesso regista, o in quello di Raffaella (Vanessa Scalera), l’attrice mancata che gestisce un laboratorio teatrale nella casa di accoglienza che ospita le altre protagoniste del film, nelle quali rispecchiarsi con le loro storie acide, scure come i loro pensieri e i loro rimorsi, ma vere come mai potrebbero essere, anche provando a nasconderle in un mutismo ossessionato o in un apparente rifiuto di continuare a vivere.
Che ci si possa rispecchiare in tutte queste particolari, convincenti e suadenti interpretazioni, si ha la sensazione di ricomporre i pezzi della propria vita, con la giusta fatica e il doveroso sacrificio che tutto questo comporta.
Un messaggio evidente che traspare dalla narrazione del film, è un giudizio fin troppo palese sulla natura umana, mai impeccabile e sicuramente imperfetta per sua stessa costituzione, dove nessuno può realmente ergersi a giudice e ipotizzare di sentirsi migliore.
Nel cast, una convincente Claudia Pandolfi nelle vesti di una folle, dolcissima donna, Samanta, madre martoriata dalla violenza fisica e verbale dell’immancabile figura patriarcale del marito, finita in carcere nel tentativo di sognare un futuro diverso per sé e per suo figlio.
Recensire l’interpretazione, poi, di Teresa Saponangelo nelle vesti di Gudrun, ex infermiera con problemi di tossicodipendenza, si rischia di essere davvero banali. L’attrice tarantina, adottata dal Vesuvio, non si smentisce mai. La Saponangelo non entra nei personaggi, ma prendendo a prestito una battuta del film recitata da Vanessa Scalera, sono i personaggi ad entrare nel suo essere attrice a tutto tondo.
Affascinante e misterioso il personaggio interpretato da Rosanna Sparapano, quell’Anny esperta ingegnere informatico, inizialmente confusa per una domestica dalla polizia postale e poi arrestata per illeciti su web. Un’altra occasione per Papaleo per risaltare i luoghi comuni e il sottile razzismo degli ital...idioti di turno, di fronte a un colore nel quale non si riconoscono.
Il cast è completato dalla cantante Livia Ferri, nei panni di Fiammetta, promessa della musica pop contemporanea alla quale verranno rubati i diritti di pubblicazione delle sue canzoni. Un’ingiustizia che comporterà una reazione violenta della protagonista.
Il compagno di sventura di Biagio, è il nipote Luciano, interpretato da Andrea Fuorto, giovane e promettente attore abruzzese che, nel film di Papaleo, interpreta i sogni spezzati dello zio, appassionato di atletica leggera di mezzo fondo, provando e avendo occasione di dimostrarlo, a superare i risultati sfortunati di Biagio che, nel frattempo, è diventato il suo allenatore.
Una dedica a parte meriterebbe lo scenario entro il quale si svolge la trama del film. Il Parco del Pollino, con le sue vallate, le sue cime, i suoi prati sconfinati e, un omaggio davvero personale e metaforico del regista, i suoi pini loricati, meta della gita che coinvolgerà l’intero gruppo dei protagonisti, rappresenta quel motivo in più per assistere alla proiezione.
Una scena in particolare merita di essere vista, quella del ponte in pietra sul torrente Raganello, protagonista nel 2018 di una tragedia che, con un’improvvisa piena, provocò la morte di 10 persone e ferendone altrettante. Non sappiamo se il regista abbia inserito questo luogo proprio a ricordo della tragedia, ma in ogni caso, la bellezza del paesaggio che si mostra dallo schermo, regala un ottimo spunto di riflessione.
Un ultimo aspetto da valutare è il sottofondo musicale ad impronta jazz, affidato alle mani sapienti di Michele Braga, che riaccende nello spettatore il dubbio citato a inizio articolo: a cosa si è realmente assistito?
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