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Inquinatori dell’Africa

Sostanze inquinanti nel continente nero: è la storia scandalosa di persone senza scrupoli che infrangono le leggi e che approfittano dei paesi più deboli...

di Thierry Avi - giovedì 21 settembre 2006 - 3689 letture

Sostanze inquinanti nel continente nero: è la storia scandalosa di persone senza scrupoli che infrangono le leggi e che approfittano dei paesi più deboli. È la storia di una globalizzazione dal volto spaventoso, quella del laissez faire più sfrenato paragonabile a lupi voraci introdottisi nell’ovile. È la storia che imbarazza l’Europa che inquina l’Africa. È una storia che deve avere un seguito, politico giudiziario e amministrativo.

Un battello che trasporta sostanze chimiche, il Probo-Koala, nave registrata a Panama, ma che appartiene ad una società greca, ha scaricato, il 19 agosto 2006, 581 tonnellate di rifiuti tossici nel porto di Abidjan, in Costa d’Avorio. La barca è concessa da un mediatore del settore petrolifero, la Trafigura Beheer BV, operante nei Paesi Bassi per ragioni fiscali, ma la cui vera sede è a Lucerna, in Svizzera. A Abidjan, la società Puma Energy, filiale di Trafigura, prende contatto con un intermediario, la società Waibs, che consiglia di intraprendere operazioni commerciali con la società Tommy, autorizzata dalle autorità ivoriane ad operare soltanto dal 12 luglio. Quest’ultima si incarica dello scarico dei prodotti inquinanti in una decina di luoghi intorno alla capitale economica ivoriana.

La popolazione viene immediatamente colpita e quindi fortemente intossicata dalle esalazioni di questi scarichi. Migliaia di persone rischiano l’asfissia. Le autorità ivoriane hanno registrato più di 26.000 consultazioni mediche, 23 ricoveri e sette decessi di persone colpite dalle emanazioni dei rifiuti tossici riversati a fine agosto ad Abidjan. L’Europa si muove, invia esperti che chiedono lo sgombero immediato dei rifiuti.

Di che cosa sono fatti questi rifiuti? Trafigura ha superficialmente spiegato che si trattava di rifiuti marittimi, di fanghi che dovrebbero restare nella stiva della nave. Questi "slops" sono oggetto di una convenzione internazionale detta Marpol, che proibisce ormai di scaricarli in mare. E’ consentito tuttavia esportarli per sottoporli ad un trattamento in impianti adeguati. Ma si sospetta che Trafigura abbia mentito e che si sia sbarazzata in Africa dei residui che provengono da magazzinaggi industriali dell’ Europa. Questi rifiuti, secondo la convenzione di Basilea, devono essere sottoposti a un trattamento nel paese più vicino in possesso degli impianti adeguati e non possono essere esportati senza verificarne prima la destinazione.

La giustizia dovrà agire con molta fermezza contro le sostanze inquinanti che vengono scaricate in Africa. Ma l’Europa non può essere soddisfatta di vedere la convenzione di Basilea disattesa o male interpretata. È tempo di mettere ordine in questi settori del trasporto in cui agiscono intermediari, armatori e “traders” privi di scrupoli che si sospettano di comportamenti illeciti ma che si lasciano agire impunemente.

L’affare dello Probo Koala non è un caso isolato. Quattro o cinque fatti comparabili, sia di scarichi, sia di tentativi, sono riportati ogni anno dalla Segreteria della convenzione di Basilea, che rimane l’unico strumento di regolazione delle esportazioni di rifiuti pericolosi. I flussi mondiali sono difficili da quantificare: da un lato, i paesi rinunciano a dichiarare la loro produzione, dall’altro, il traffico è spesso illecito.

Secondo i dati parziali raccolti dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNET), la quantità di rifiuti pericolosi prodotti ammontava a 108 milioni di tonnellate in 2001, mentre la quantità di rifiuti esportati è passata da 2 milioni di tonnellate nel 1993 a 8,5 milioni di tonnellate nel 2001. "……ma non abbiamo un idea precisa del traffico illecito effettuato dal crimine organizzato, ciò che rende in denaro si quantifica in miliardi di dollari…. ", sostiene il sig. Portas, della Segreteria della Convenzione di Basilea. L’Africa e le ex repubbliche sovietiche, le cui regolamentazioni sono lente, fungono generalmente da contenitori per le sostanze pericolose derivate dalle industrie (arsenico, mercurio, piombo, fluoro, amianto, solventi, ecc..).

La ratifica della convenzione di Basilea che faceva seguito a molti scandali - fra cui il più emblematico fu lo scarico di rifiuti a Koko Beach in Nigeria, nel 1987 - non è bastato ad arginare questo fenomeno. "….da una decina di anni, la globalizzazione degli scambi di merci ha anche comportato parimenti una globalizzazione del traffico di rifiuti pericolosi….", spiega il sig. Portas. Questa attività illegale si serve di tutti i mezzi di trasporto: autocarri, treni, aerei, ma soprattutto navi. La fluidità del traffico, la diluizione delle responsabilità grazie alle losche compiacenze e la scarsità di controlli nei porti permettono di sottrarsi alla regolamentazione.

“….al porto di Havre o ad Amsterdam, migliaia di containers transitano ogni giorno, è quindi impossibile controllare tutto, siamo sopraffatti dagli eventi…. ", deplora il sig. Portas, che auspica un maggiore controllo sugli spostamenti delle navi e sul percorso dei carichi.


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