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I veli d’ombra giudiziaria: intervista a Stefano Mormile

"Quindi, sapere se una persona è stata uccisa perché è corrotta o perché è incorruttibile, non fa nessuna differenza. Cosa importa se, poi, viene messo un marchio di infamia addosso alla vittima"

di francoplat - mercoledì 10 settembre 2025 - 694 letture

Quando termina l’intervista, Stefano Mormile è solo un po’ stanco. Per oltre due ore, due ore di ininterrotto dialogo – è mercoledì 20 agosto – ha narrato, con il tono appassionato, ironico, indignato che gli è proprio, la complessa vicenda che, l’11 aprile 1990, ha toccato lui e la sua famiglia. È il fratello di Umberto, educatore carcerario a Milano Opera, che, la mattina di quel lontano aprile, venne avvicinato mentre si recava al lavoro da una motocicletta. Un uomo scese, gli scaricò addosso il caricatore.

Un omicidio che ha segnato e segna in profondità la vita dei familiari della vittima. A partire dalla compagna di Umberto, Armida Miserere, all’epoca direttrice del carcere di Lodi, che si attivò per dare giustizia a un uomo il cui delitto prese una china processuale, se possibile, ancora più dolorosa della morte. Perché, a partire da quell’anno, il calvario giudiziario non è mai cessato ed è stato segnato, a lungo, da un’ombra, una terribile incrostazione su Umberto, quella del corrotto, quella di chi era stato ucciso perché, dopo aver intascato dei soldi dal boss Domenico Papalia – detenuto in quel carcere – al fine di fargli avere un permesso premio, a cui lo ‘ndranghetista era abituato, si era tirato indietro. Per questo, a dire di un collaboratore di giustizia, era stato ucciso.

L’ombra su Umberto è dura a morire. Ci sono voluti anni, con indagini ufficiali latitanti e inerziali e indagini private – quelle condotte da Armida Miserere –, per giungere, tramite collaboratori di giustizia più attendibili, a un’altra verità. Umberto non era stato ucciso perché corrotto, ma, al contrario, perché incorruttibile. E perché avrebbe dovuto farsi corrompere? Perché aveva intuito e scoperto che, all’interno del carcere in cui lavorava, vi erano frequentazioni illecite tra membri dei servizi segreti e boss mafiosi, a partire, appunto, da Domenico Papalia.

Un’ombra gettata sulla vittima, come capita non di rado nelle storie di mafia e non solo mafia in questo Paese. Si muore per storie di corna, si muore per un caffè avvelenato, si muore indotti al suicidio. Umberto morì perché sapeva ciò che molti addetti ai lavori sanno: le carceri sono un luogo ideale di incontro tra crimine e apparati segreti dello Stato. È lo stesso Stefano a ricordare, nel corso dell’intervista, che, qualche anno prima dell’omicidio del fratello, lo Stato andò a trattare con Raffaele Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno la liberazione dell’assessore regionale campano della Dc, Ciro Cirillo. Ma in carcere, giusto per fare un altro luminoso esempio, morì anche Gaspare Pisciotta, il braccio destro di Salvatore Giuliano, avvelenato con una tazzina di caffè alla stricnina, il 9 febbraio 1954, dopo aver minacciato di rivelare le collusioni tra crimine e Stato, forse la prima trattativa repubblicana tra i due poteri che si contendono e contrattano il controllo del territorio. Trentadue anni dopo, era marzo, toccò a Sindona; stavolta, il caffè sapeva di cianuro di potassio. Nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993, è la volta di Antonino Gioé, boss di Altofonte; in cella, il cosiddetto “boia di Capaci”, che aveva probabilmente maturato l’intenzione di collaborare con la giustizia, viene trovato impiccato, in circostanze che hanno aperto più di un dubbio e che, ancora, restano velate d’ombra.

Quanto a Umberto, ci vollero anni, decenni, per cominciare a vedere qualche luce, a veder riabilitata la sua memoria e la sua persona, anni e decenni che non passarono indenni per Armida; nel 2003, sempre ad aprile, dopo essere stata oggetto di minacce e intimidazioni, di telefonate e proiettili nelle lettere, Armida si suicidò o, forse, fu indotta a farlo. Il ricordo di Stefano, il ricordo che tratteggia del fratello e della cognata, è affettuoso, delicato, carico di sentimento, un sentimento di tenerezza che si affianca, invece, alla profonda rabbia, mai sopra le righe, con la quale contrappunta emotivamente il racconto dell’iter giudiziario. Ricorre, a volte, all’ironia, una qualità umana che dice di aver tratto da Umberto e dalla madre, l’ironia che, in alcuni casi, può sciacquare quanto di torbido avvertiamo nella realtà.

E di torbido, in questa vicenda, c’è molto, dall’ostruzionismo dell’amministrazione penitenziaria del carcere Opera, nelle prime fasi delle indagini, a una certa inerzia delle inchieste negli anni successivi, talvolta rivitalizzate da inchieste o processi apparentemente estranei alla vicenda Mormile, ma legate a questa dalla presenza di una sigla, la Falange armata, che corre lungo un crinale di quattro anni, a partire proprio dall’omicidio di Umberto per arrivare a delitti eccellenti di magistrati, avvocati, per approdare alle stragi del 1992, 1993, 1994. Una sigla minimizzata, dice Stefano, negletta, non presa in considerazione, a dispetto della lungimiranza sospetta dei suoi comunicati, che preannunciano, con precisione chirurgica, la stagione stragista, indicando città, numero di attentati, finalità.

Umberto muore in un contesto politico aggrovigliato, muore in una fase di trapasso, di graduale trasformazione della prima in seconda Repubblica, con tutte le implicazioni, anche e spesso violente, che tale passaggio comportò. L’eloquio appassionato di Stefano – la cui ricchezza si potrà apprezzare nell’intervista qui allegata – allarga la cornice, passa dalla vicenda personale a quella collettiva, snocciola dati, fatti, uomini e vicende, e costruisce uno scenario fitto di stranezze e misteri, denso di omissioni e silenzi, di figure ricorrenti, i soliti noti nelle solite faccende sporche. Stefano dipinge un’altalena di sentimenti, la speranza di veder riabilitato il fratello e che fosse fatta giustizia, lo scoramento e l’impotenza, davanti alla morte di Armida, davanti a sentenze così contraddittorie che potevano tenere insieme, a dispetto della logica, la corruttibilità e l’incorruttibilità del fratello.

Vale la pena entrare nello scenario ricostruito da un uomo che, insieme ad altri familiari, ha cercato e cerca tutt’ora di veder scalfita l’omertà attorno a un punto: esecutori e mandanti mafiosi del delitto sono stati rintracciati e condannati, a partire da Domenico Papalia, ma ci sono altre responsabilità, osserva il mio interlocutore, responsabilità istituzionali, dei servizi segreti, del carcere, della magistratura di sorveglianza, responsabilità che non sono mai state sondate.

Che l’onda lunga del caso di Umberto sia tutt’altro che rifluita, lo dimostra un caso a noi vicino, molto vicino. Perché quel Carmine Gallo, morto d’infarto prima dell’udienza che lo vedeva coinvolto nel caso Equalize, era un uomo che aveva la gestione di alcuni collaboratori di giustizia al carcere Opera di Milano, al tempo di Umberto Mormile. E uno degli uomini che ha confessato di aver fornito armi e mezzi per l’omicidio, Salvatore Pace, è difeso da un avvocato, Salvatore Verdoliva, che è stato anche il braccio destro di Gallo nella vicenda Equalize. Detto per inciso, la Corte d’Appello di Milano, nel marzo di quest’anno, ha assolto Salvatore Pace, che era ricorso contro la sentenza di condanna del primo grado.

Una sentenza vergognosa, commenta Stefano. Il velo si chiude nuovamente. Come se tutto fosse tornato nella condizione silenziosa e nebbiosa con la quale, per decenni, abbiamo convissuto, camminando fianco a fianco con strutture di potere inaccessibili, invisibili ai più, alla gente comune, tranne quando un educatore arguto e onesto ne scorge la fisionomia. Ma è un attimo. Poi, torna il silenzio. Durato trentacinque anni e destinato, forse, a permanere.


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