I nostri nuovi schiavi

Il vescovo di Cassano all’Ionio Francesco Savino ha invocato "una rivolta delle coscienze" per dire basta a quel pensiero strisciante di chi crede che alcune vite valgano meno perché stranieri, poveri o migranti.

di Luigi Boggio - venerdì 5 giugno 2026 - 787 letture

Si spezzano la schiena per farci arrivare delle verdure sulle nostre tavole. Si spezzano la schiena per cucire degli abiti dell’alta moda. Si piegano per impastare e caricare nei cantieri edili per costruire. Montano bici o motori in qualsiasi condizione meteo per farci cenare o pranzare.

Sono i nuovi schiavi, sfruttati e pagati per poche lire e che vivono in condizioni disumane, e quando reclamano dei diritti vengono picchiati, violentati, arsi vivi come i quattro braccianti afgani di Amendolara.

Il vescovo di Cassano all’Ionio Francesco Savino ha invocato "una rivolta delle coscienze" per dire basta a quel pensiero strisciante di chi crede che alcune vite valgano meno perché stranieri, poveri o migranti. Gli arsi vive erano persone con un nome, una storia e una famiglia.

Come dargli torto quando non vediamo la schiavitù non dai racconti, ma negli agrumeti durante la raccolta delle arance o delle patate. Conosciamo il caporalato dalle nostre parti per averlo conosciuto e combattuto anche con successo, ma oggi ha assunto un altro volto e un’organizzazione più capillare dentro una fascia grigia di protezione che va dal caporale alla protezione mafiosa con la complicità e connivenza di proprietari spregiudicati.

Per fortuna non sono tutti, vero, però il fenomeno si trascina il non rispetto di alcune conquiste contrattuali. Da un lato le limature salariali dall’altro in alcune fase lavorative sono in cerca di mano d’opera.

Andiamo alla programmazione degli arrivi in rapporto alle richieste di mano d’opera e all’accoglienza perché non si possono fare vivere sotto le tende o dentro ruderi di campagna abbandonati.

I fenomeni si combattono soprattutto nella organizzazione della domanda dei flussi. Chi chiede e riceve per contribuire a mandare avanti la propria azienda deve provvedere anche ad un’accoglienza dignitosa.

Ma questo non c’è perché dopo le ore di lavoro vengono abbandonati al proprio destino senza un luogo dove potere vivere e riposarsi per l’indomani. Ogni cosa è affidata all’improvvisazione e al caso senza considerare che sono delle persone e che noi abbiamo bisogno di loro per mandare avanti la nostra economia.

Non sarà il generale Vannacci con i suoi adepti a rompersi la schiena per farci gustare i pomodorini di Pachino o le arance dell’agro lentinese. Però parla di cacciarli via senza considerare le implicazione da un punto di vista sociale ed economico. Programmazione dei flussi, accoglienza, controlli dovrebbero muoversi nella stessa direzione di marcia, ma è quello che purtroppo manca.

Nei vuoti sono altri che si inseriscono nelle forme più diverse di sfruttamento e di schiavismo. Fenomeno che conoscono anche nel ricco Nord non essendo più al Sud. Si è esteso in tutte le aree del Paese nell’indifferenza e nella passività.

Non basta più indignarci quando avvengono dei fatti criminali violenti e odiosi, ma sempre perché sono delle persone e degli esseri umani. Lavarsi la coscienza ogni tanto non serve.


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