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I limiti e le ambiguità del pensiero di Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman ha colto le miserie antropologiche e le derive distruttive e classiste del sistema capitalistico, ma nella sua analisi si è astenuto dall’uso della categoria della “totalità”, non ha messo in discussione il sistema nella sua interalità.

di Salvatore A. Bravo - mercoledì 14 febbraio 2024 - 498 letture

Le ambiguità di Zygmunt Bauman

Il capitalismo trova i suoi sostenitori più solidi tra i critici del modo di produzione capitalistico. Vi sono “analisti estremi del sistema” che con il loro successo editoriale e con le loro critiche ben fondate trovano ampio sostegno nei media e nell’editoria. Apparentemente siamo dinanzi a giudizi mordaci; il sistema riceve il contraccolpo e dal successo delle critiche si potrebbe dedure l’imminente crollo del “sistema capitale”. La verità è ben altra, le critiche ardite che non toccano la struttura ma riguardano unicamente gli elementi sovrastrutturali sono accolte dai media, in quanto non toccano il problema nella sua causa prima: la struttura economica. L’ampio spazio che ricevono è “il segno” della loro impotenza.

Si critica il sistema, ma non si mette in discussione la causa profonda che è all’origine dei disastri antropologici e ambientali, anzi la “critica evirata della causa prima” diviene il mezzo mediante il quale il sistema capitale può presentarsi ai popoli dichiarandosi democratico e mondandosi da colpe e da contraddizioni sanguinarie. In quanto “democratico”.

L’intento di taluni autori è sicuramente autentico, ma bisogna constatare che la critica scissa dall’individuazione della causa strutturale del male rende improbabile l’elaborazione di una chiara alternativa.

Zygmunt Bauman ha colto le miserie antropologiche e le derive distruttive e classiste del sistema capitalistico, ma nella sua analisi si è astenuto dall’uso della categoria della “totalità”, non ha messo in discussione il sistema nella sua interalità.

Nei suoi scritti non vi è la condanna filosofica ed etica al mercato in sè, vi è quasi la speranza che il sistema possa autocorreggersi attraverso l’analisi critica delle tragedie nell’etico come direbbe Hegel.

La stessa filosofia per Bauman dev’essere un’attività incompiuta, che oscilla tra risposte e domande, si lascia, di conseguenza, ampio spazio all’indeterminazione. Siamo in un tempo storico, invece, che esige la nettezza e la radicalità delle risposte. Una filosofia incapace di fondare una “ben tonda verità” è la via moderata al relativismo e di conseguenza è incapace di elaborare percorsi alternativi reali al capitalismo. La filosofia come eterna incompiuta non può che diventare organica al capitalismo, essa diviene liquida, mentre il capitalismo si struttura in modo solido, poiché nulla pare fermare la sua corsa:

“Dicendo che Rorty è un grande filosofo, intendo tutt’altra cosa. Rorty è grande nel senso che, dopo quello che ha dichiarato, non si può più filosofare come prima, anche se l’oggetto del filosofare dovesse essere il disaccordo e la polemica nei confronti fi quel che Rorty ha detto. Ma il filosofare dopo Rorty è necessario, poiché l’impossibilità di filosofare alla vecchia maniera indica appunto l’impossibilità di una filosofia che vive-verso-la morte; l’impossibilità del “limite della filosofia”. La “grandezza” di Rorty trae il proprio senso da una filosofia diversa, una filosofia guidata da Eros e, diciamo così, libidinale; una filosofia che si compie in una condizione di eterna incompiutezza e pone domande che temono risposte definitive più di quanto temano di restare senza risposte” [1].

La filosofia senza essenza è senza verità, pertanto non può che piacere al capitalismo che ha fatto della morte della verità la sua forza. Per Bauman la filosofia deve rinunciare a ciò che la connota per diventare inclusiva e adeguata a rispondere al nostro tempo. “Filosofia libidinale la chiama”, che si apre al mondo e rinuncia alla sistematicità veritativa, ancora una volta campeggia in modo silente il pregiudizio verso la verità associata all’esclusione.

Il pellegrino, il turista e il vagabondo

La modernità ha annichilito l’esistenza secondo la categoria del pellegrinaggio, ovvero non vi è meta veritativa e non vi sono salde identità comunitarie. Gli altari sono stati rovesciati, tutto è divenuto mobile e metamorfico, si può essere ingoiati dal dinamismo deregolamentato e si vive da serfista. Ogni centro permanente è stato mercificato. Anche in questo caso non vi è nessun cenno alla causa strutturale. Il sistema capitale ne esce parzialmente indenne. Si descrivono gli effetti, ma è rimossa la causa strutturale, in quanto non vi è che l’opzione liberale-liberista:

“Com’è possibile pianificare la propria vita come un pellegrinaggio verso una meta, se i luoghi santi non hanno un indirizzo fisso, se si aggirano per il mondo, se vengono in continuazione profanati e riconsacrati, ma sempre in un lasso di tempo incomparabilmente più breve di quello necessario al pellegrinaggio?” [2].

L’alternativa al pellegrinaggio è l’identità liquida. Le identità mercificate sono come vestiti, passano di moda, sono soltanto orpelli con cui l’essere umano ridotto a manichino perennemente in esposizione veste il “niente”. Si tratta della morte dell’uomo. Vi è una morte biologica e una morte politica. Il capitalismo produce identità in serie per i suoi clienti, l’offerta delle identità intercambiabili sono sul mercato, niente è vero, tutto è merce da consumare:

“Non si tratta quindi di scoprire in sé una vocazione data una volte per tutte, né di costruire con pazienza, mattone per mattone, il proprio essere; si tratta invece di “non lascarsi definire”, in modo che ogni identità adottata sia una veste e non una pelle, e che non aderisca troppo strettamente alla persona: così, appena se ne presenti il bisogno o il desiderio, uno se la potrà togliere di dosso come una camicia intrisa di sudore” [3].

Il turista è la metafora utilizzata da Bauman per rappresentare “l’uomo del nostro tempo”. Il turista è l’essere umano deterritorializzato e deresponsabilizzato che vive senza legami con il proprio territorio e con la comunità. La condizione economica è il fondamento del turista. Egli vive il pianeta come un immenso parco giochi, in cui gli incontri liquidi si consumano in un arco di tempo veloce. Il turista si consuma fino ad evaporare in esperienze estetiche mutanti, è la nuova ignoranza assoluta. Si ignora la realtà politica dei luoghi abituali come dei distanti, li si usa per il proprio piacere e per curare la noia di un’esistenza che precipita nel “non senso”. Ciò malgrado il turista si percepisce libero e aperto al mondo delle differenze ridotte a folklore:

“La figura del turista è la personificazione di tale dribbling. Con tutta evidenza i turisti degni del loro nome sono maestri supremi nell’arte di sciogliere i nodi e di liquefare i corpi solidi” [4].

Il turista è senza meta, non ha un percorso, pensa di scegliere e di essere l’archetipo della libertà, in realtà non ha prospettiva storica. La sua biografia si consuma in rapide vedute disfunzionali ad una visione olistica e reale della condizione storica in cui è gettato. Si sposta per il mondo, gioca con le differenze; tutto si celebra all’interno di una individualità senza essenza, dal caos del totalitarismo del mercato si fugge e ci si consola derealizzandosi tra viaggi ed esperienze multicolori ma senza concetto. La vita estetica descritta da Kierkegaard è pienamente realizzata:

“Il mondo del turista si compone di vedute non di forme” [5].

L’antitesi del turista è il vagabondo. Quest’ultimo è il paria dell’economicismo globale. È lo sconfitto dal sistema, è colui che è stato usato e gettato via come scarto. Il turista e il vagabondo sono interscambiabili: l’uno può diventare l’altro. Tutto è mezzo nella globalizzazione capitalistica, pertanto ogni essere umano può iniziare la sua vita da turista e può terminarla da vagabondo:

“Il vagabondo viaggia perché non ha altra via d’uscita. È solo per mancanza di scelta che diventa una caricatura del turista” [6].

Bauman coglie il rifiuto del turista nel vedere nel vagabondo se stesso, ma non ne analizza la motivazione profonda. Il turista è sottilmente disperato, perché sa che vive in un sistema violentissimo e irriformabile e il vagabondo è l’essenza-verità di una struttura economica iniqua e nichilistica che persegue solo gli interessi oligarchici:

“Non c’è da stupirsi che l’anima del turista sia lacerata per quanto riguarda il rapporto con il vagabondo. Il vagabondo scimmiotta il turista e al tempo stesso ne ridicolizza lo stile di vita. Come caricatura del turista, il vagabondo fa emergere la bruttezza nascosta dallo strato nascosto del belletto” [7].

Dietro il belletto del turista non c’è il vagabondo ma il capitalismo nella sua verità. Bauman non si spinge a denunciare il sistema liberale che crede si possa riformare con appelli alla solidarietà. Non si può cambiare la natura della bestia del capitale globalizzato, non si può chiedere alla tigre di essere un agnello. L’egoismo trionfa e il capitalismo è la divinità pagana che decreta quotidianamente la caduta di tanti e la vittoria di pochi:

“Le sofferenze del vagabondo, visibili a tutti, inducono chi le guarda a ringraziare Dio ogni mattina per averlo fatto diventare un turista” [8].

Bauman immagina e ipotizza un’alternativa al vagabondo e al turista, ma tale alternativa non parte da un fondamento veritativo, si risolve in un fare. Le identità si costruiscono a posteriori in una comunità progettuale. Non vi è un a priori, ma senza la chiarezza del bene e della verità la stessa progettualità è impossibile, si è sottoposti alle tempeste ingovernabili della storia:

“I costruttori del Municipio di Leeds non erano venuti al mondo pronti come i loro nonni e bisnonni. Non sapevano chi erano finché non cominciavano a vivere in modo corrispondente a quello che erano. Per essere qualcuno, dovevano prima diventare qualcosa. L’identità non precedeva le loro azioni, ma veniva al loro seguito (…). Noi, le generazioni dei loro pronipoti, per essere dobbiamo diventare come loro. Tuttavia, a differenza di loro, non disponiamo di quei potenti alleati” [9].

Il problema del fondamento

Le critiche di Bauman sono preziose per decodificare il presente globale, ma il vuoto veritativo non può che essere consustanziale all’appiattimento delle differenze all’interno di una modalità di vita esclusivamente sincronica. Senza verità tutto è disposto sulla medesima linea d’orizzonte, ogni progettualità politica decade a semplice chiacchiera con grande soddisfazione del modo di produzione capitalistico. Per oltrepassare il nichilismo capitalistico e l’irrilevanza onto-assiologica è necessario il “ fondamento veritativo”:

“Quando la sincronia scalza la diacronia, quando la successione cede il posto alla compresenza, e un eterno presente si sostituisce alla storia, allora si ha la concorrenza invece della crociata e sparisce ogni traccia di missione, di promozione, di verità assoluta capace di mettere fine alle mezze verità. Tutti gli stili, vecchi e nuovi, devono ottenere il proprio diritto di esistere con gli stessi mezzi, soggiacendo alle leggi che oggi governano l’insieme delle creazioni artistiche calcolate, secondo l’eccellente definizione di George Steiner, per <>” [10].

Affinché le figure del turista e del vagabondo si dissolvano è necessaria la progettualità politica. Senza fondamento veritativo le critiche al capitale non possono che trasformarsi, malgrado le intenzioni degli autori, in oggetto di mercato usate dal sistema per autocelebrarsi come democratico e come il “migliore dei mondi possibili”:

“Bauman non offre affatto un pensiero che favorisca la costituzione di anticorpi culturali alla attuale società liquida, ma lascia anzi sostanzialmente passare come neutrale ed ineluttabile il fatto che le persone debbano sentirsi <> come l’acqua per il semplice motivo di doversi adattare, per sopravvivere, al recipiente capitalistico che le contiene” [11].

Il lavoro dello spirito che ci attende “nel presente” consiste nel riorientarci verso una prospettiva politica alternativa; senza il fondamento veritativo vi sono solo visioni che appaiono e si dileguano nel nulla della macina del capitalismo. Per fermare la spremitura a cui l’umanità è sottoposta è necessario un impegno corale verso un comunismo dialettico e democratico capace di pensare gli errori del passato per riprogettare il comunismo nel presente:

“Porre l’essenza razionale e morale dell’uomo a fondamento della vita sociale aiuta a comprendere ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è ingiusto: non porre l’uomo come fondamento della verità, ovvero lasciare oscuro il tema del fondamento, può al più portare a dichiararsi “riformisti”, ossia a dire che ci vuole “più solidarietà”, “più democrazia”, ecc., ma ciò non consente alcuno strutturato miglioramento della vita sociale complessiva (la quale appunto dovrebbe fondarsi su una differente struttura socio-economica)” [12].

Le critiche non sono sufficienti per rimettere al centro l’essere umano, solo la verità coralmente elaborata può condurre alla liberazione dal giogo invisibile del capitale che si insinua vischioso nell’anima e nel corpo per deformarli. La natura umana resta, malgrado i cantori della morte dell’uomo e della natura umana. In primis bisogna riattivare la categoria della totalità per rendere palese il legame tra struttura e sovrastruttura, in modo che ogni alternativa possa essere radicale, ovvero vera e reale nel suo intento teorico e pratico. Non si può chiedere al capitalismo di riformare una sua parte lasciando invariato il resto, tale scelta e proposta è debole e irrazionale in sé e dunque non percorribile. Verità e Totalità sono i capisaldi di ogni nuovo inizio, sono le categorie metafisiche da riattivare malgrado i ricatti e l’ostracismo del sistema capitale.

[1] Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità, Laterza Bari, 2024

[2] Ibidem pp. 123-124

[3] Ibidem pag. 126

[4] Ibidem pag. 126

[5] Ibidem pag. 128

[6] Ibidem pag. 131

[7] Ibidem pag. 133

[8] Ibidem pag. 134

[9] Ibidem pp. 122-123

[10] Ibidem pag. 141

[11] Luca Grecchi, Il Presente della filosofia nel mondo, Petite Plaisance, Pistoia 2012, pag. 20

[12] Ibidem pag. 37


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