I Promessi Sposi: un promemoria
Far leggere I Promessi Sposi come una sorta di “autobiografia della nazione” (sì, bisognerebbe far leggere anche Piero Gobetti in qualche punto del programma di storia).
I Promessi sposi: un promemoria
Non so come finirà con la decisione del ministro Valditara di eliminare il romanzo di Manzoni dai programmi del biennio, che ha suscitato un po’ di allarme fra gli addetti ai lavori, leggasi insegnanti (ma chi se ne frega degli addetti ai lavori?).
Mi sembra l’occasione giusta per fare un promemoria di alcuni punti irrinunciabili del romanzo, con l’aiuto della memoria personale di chi – la sottoscritta – lo ha letto e lo ha fatto leggere a scuola per alcuni anni.

- I promessi sposi - sceneggiato tv 1967 - con Paola Pitagora e Nino Castelnuovo
La prima lettura l’ho fatta anch’io al biennio, ed ha accompagnato la prima presa di coscienza femminista mia e di altre compagne di classe e penso anche di molte altre della mia generazione.
Stiamo parlando della metà degli anni Settanta, Lucia era il modello femminile da combattere: sempre vittima, pudica, ubbidiente.
La mia insegnante di italiano, cattolica e clericale, sottopose alla nostra lettura solo le parti edificanti, e ciò non depose bene né per Lucia né per il povero Alessandro Manzoni.
La seconda lettura la feci al terzo liceo, autonomamente: scoprii che Manzoni denunciava il potere, in tutte le sue forme, dalle piccole alle grandi; mostrava come si manipolano le masse; mi piacevano anche le digressioni, poetiche e storiche.
Lo rilessi ancora all’università e per la preparazione dei concorsi, scoprendo ogni volta quanto l’ironia e non il bacchettonismo caratterizzassero la prosa dell’autore.
Finalmente ebbi l’occasione di farlo leggere ai miei alunni del biennio. Certo, recalcitravano un po’, si procuravano i riassunti dei capitoli facendomi imbestialire, poi però, quando facevo leggere i brani per me più importanti, facendo loro superare lo scoglio della lingua senza la noia delle note, le cose cambiavano.
Ecco perché ho pensato ad un promemoria, sperando che colleghe e colleghi di italiano del biennio continuino a far leggere I Promessi Sposi come una sorta di “autobiografia della nazione” (sì, bisognerebbe far leggere anche Piero Gobetti in qualche punto del programma di storia).
Ecco la scena fra i bravi e Don Abbondio, con la lunga e necessaria digressione sulle grida, cioè le leggi che si moltiplicavano e diventavano sempre più confuse, una smentiva l’altra, l’altra ritornava con qualche cambiamento, eccetera, sembra di vedere l’imbroglio dell’ultimo decreto dell’attuale governo sul “premio” da dare agli avvocati se convincono gli immigrati a tornarsene a casa.
Una satira indovinata, esilarante, un esempio di come sempre dovrebbe essere presentata la sopraffazione e la vigliaccheria.

- I promessi sposi - miniserie tv del 1990 - Il Trio
Don Rodrigo: frustrato nobilotto di provincia, che vuole esercitare la sua rivalsa su una ragazza - una specie di corso accelerato sulla frustrazione maschile e il suo rapporto con la violenza sessuale (gli esempi contemporanei, dagli stupri ai files di Epstein non mancano di certo);
La monaca di Monza: la parte dedicata alla sua educazione in una famiglia nobile che non può permettersi di dividere l’eredità e vuole quindi costringerla a farsi monaca è un capolavoro psicologico (un capitolo che in qualche modo anticipa il classico femminista “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti e dice molto sulla Chiesa e sulla condizione femminile nel XVII secolo);
Sì, certo Don Ferrante e Donna Prassede sono due figure cosiddette minori, non sempre i capitoli dove si parla di loro vengono letti in classe, ed è un peccato. Oltre a descrivere una tipica biblioteca secentesca, con gli errori e gli orrori legati ad una certa cultura del tempo, arretrata e superstiziosa, ci offrono una satira preziosa del cosiddetto “senso comune” interpretato da una “tipica” coppia della borghesia dell’epoca (ma forse non solo di quell’epoca).
Lui, Don Ferrante, immerso nei libri della sua biblioteca a occuparsi e a pontificare del nulla, ripetendo pedissequamente le cosiddette “idee prevalenti”, il classico erudito (a proposito, i ragazzi capiscono con lui il significato della parola erudito, e non è poco).
Donna Prassede, la moglie, è una persona pratica, tutta immersa nei compiti domestici e negli affari degli altri. Frequentatrice assidua della parrocchia e interprete di tutti i pregiudizi parrocchiali (per lei il povero Renzo è un gaglioffo di prima categoria, un violento, un avanzo di galera), pretende di sapere sempre cosa è bene per gli altri (nel caso specifico per Lucia) senza preoccuparsi di capire, e rischia di fare danno, sempre, non solo con Lucia, possiamo pensare.

- I promessi sposi - versione a fumetti sponsorizzato da Magnesia san pellegrino, 1953
Non parlerò di Fra Cristoforo o dell’Innominato perché sono troppo famosi e perché fanno parte delle letture “edificanti”. Ma anche nelle pagine a loro dedicate Manzoni non manca di affilare la sua satira, vanno nel promemoria anche loro.
E poi c’è Renzo, e la folla, e i mestatori, e gli untori.
Non a caso Manzoni era figlio dei Lumi…
Sono andata a memoria, ma credo che a questo punto ci vuole l’ennesima rilettura, per difendere il padre del romanzo italiano dagli imbrogli del potere, che lui ci ha descritto così bene.
Ah, dimenticavo l’azzeccagarbugli (esempi a bizzeffe dagli avvocati di Berlusconi a quelli della Minetti)...

- I promessi paperi - rivisitazione in fumetto Disney, 2023
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