Ho imparato a suonare la chitarra da ragazzo solo per poter cantare le canzoni di Guccini
Non perché fossero facili, ma perché mi sembrava che dentro quelle canzoni ci fosse qualcosa che valeva la pena capire, pur non avendo ancora la maturità per farlo (e chissà se la mia cosiddetta maturità di adesso mi abbia permesso di capirle per davvero fino in fondo). Ho suonato e cantato Guccini per tutta la mia vita: da solo in casa, alle Feste dell’Unità, e poi con gli amici, seduti su un muretto o in piazza, convinti che il mondo si potesse cambiare anche con quattro accordi e "una voce che non è voce" (cit. Guccini).
L’ho fatto anche, coraggioso ed incosciente, nei falò o nei festival estivi del mio paese, sempre con Carlo, noi gucciniani dentro. "Te ne vai o no, te ne vai sì o no?" era il coro che il più delle volte ci accoglieva quando attaccavamo Auschwitz o Dio è morto. E avevano ragione anche loro, perché intorno c’era il mare, le granite, le prime cotte estive, la voglia di leggerezza che agosto porta con sé.
Noi, invece, arrivavamo con canzoni che parlavano di coscienza, di memoria, di guerra, di sconfitte. Eravamo completamente fuori contesto. Ma eravamo ragazzi, e i ragazzi hanno questo meraviglioso difetto: sono ingenui e proprio per questo duri e puri. Credono davvero che una chitarra, qualche accordo e delle parole sincere possano cambiare qualcosa. Non so se abbiano mai cambiato il mondo. So, però, che hanno cambiato me.
Per imparare quelle canzoni consumavo i polpastrelli. Fermavo lo stereo ogni secondo per capire un accordo, tornavo indietro, ricominciavo da capo, sbagliavo, ricominciavo ancora. Pensavo di stare imparando a suonare una chitarra. In realtà, senza saperlo, stavo imparando ad ascoltare le parole. E quelle di Guccini erano parole forti, che si conficcavano nella tua mente e facevano tana.
Forse è anche per questo che oggi mi piace raccontare storie. Perché molto prima di provare a scriverle ho imparato dal Maestrone che le parole, se sono quelle giuste, possono fare male (o bene, dipende da quale lato sei della barricata) più di uno sparo. Poi la vita è passata. Sono cambiate le piazze, gli amici, le estati. Sono cambiato anch’io. Le dita sono un po’ più rigide, la voce decisamente meno generosa e Carlo, che ogni volta che ci rivediamo mi dice: "Dai, cantiamole ancora, un’ultima volta insieme".
Eppure c’è una cosa che il tempo non è riuscito a cambiare: ogni volta che prendo una chitarra, senza pensarci, le dita vanno ancora a cercare quegli accordi, quelle quattro semplici note delle canzoni di Guccini, come se avessero una memoria tutta loro. Come se, da qualche parte, quel ragazzo che ero, fosse sempre lì ad aspettarmi.
Oggi è morto Francesco Guccini. Che strano effetto fa sentirlo dire. Perché ci sono persone che finiscono per abitare così a lungo dentro la nostra vita da sembrarci immortali. Non fanno parte della famiglia, non sono amici, non li abbiamo mai conosciuti davvero, eppure attraversano le nostre stagioni con una discrezione tale da diventare quasi una presenza abituale.
Poi arriva un giorno come questo e capisci che non stai piangendo soltanto una persona. Stai piangendo una voce che attraverso le parole che cantava stava raccontando storie che ti hanno accompagnato per una parte, forse quella più importante, della tua vita.
Ciao Francesco. Da qualche parte dentro di me c’è ancora quel ragazzo con una chitarra in mano che prova ad attaccare Auschwitz. Stavolta, però, prima di iniziare aspetterà qualche secondo in più. Ma non per ricordare gli accordi. Per ricordare te.
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