Hai perso, torni a casa. Punto
L’Iran quella qualificazione se l’è presa. Sul campo. Novanta minuti alla volta, senza scorciatoie. Con i gol, con gli errori, con le vittorie sudate sul campo.
Se vinci vai avanti, se perdi torni a casa. Tertium non datur. È una regola così semplice, talmente semplice che la capiscono tutti, anche i bambini. Tutti. Tranne, a quanto pare, chi decide. Perché in questi giorni gira questa idea del ripescaggio dell’Italia ai danni dell’Iran. Come se fosse una roba normale. Come se il calcio fosse un ristorante con lista d’attesa: “scusi, si è liberato un tavolo, vuole accomodarsi?”. Manca solo il guardaroba e siamo a posto.
Ora, io capisco tutto. Davvero. Capisco la geopolitica, le tensioni internazionali, le riunioni infinite dove qualcuno decide cose che noi comuni mortali possiamo solo commentare con un caffè in mano e una bestemmia trattenuta. Capisco pure che il calcio ormai è un carrozzone enorme dove dentro ci metti di tutto: soldi, interessi, strategie, pure qualche partita ogni tanto. Ma c’è un limite oltre il quale capire diventa complicità. E quel limite si chiama rispetto delle regole.
L’Iran quella qualificazione se l’è presa. Sul campo. Novanta minuti alla volta, senza scorciatoie. Con i gol, con gli errori, con le vittorie sudate sul campo. Non con una riunione, non con una telefonata fatta bene, non con un sorriso al momento giusto. E allora la domanda è semplice, quasi banale: che c’entra la guerra con un risultato sportivo? Che c’entra la politica con una classifica? Che c’entra infilare una squadra che non ce l’ha fatta al posto di una che ce l’ha fatta? Spoiler: non c’entra niente.
L’Italia non si è qualificata. Punto. Non è una tragedia greca, non serve un consiglio di sicurezza, non serve un’interpretazione creativa. È sport. Hai perso. Torni a casa. Fine della storia. Il ripescaggio va bene in mare, quando qualcuno sta affogando e tu lo tiri fuori. Qui invece c’è qualcuno che ha perso e qualcun altro che sta cercando di farlo rientrare dalla finestra, sperando che nessuno guardi. Peccato che stiamo tutti guardando.
E diciamolo senza girarci intorno: una partecipazione così sarebbe imbarazzante. Sarebbe una specie di elemosina con tanto di ricevuta fiscale, di quelle che poi le racconti abbassando la voce, come quando confessi una figuraccia. Perché lo sport, piaccia o no, è anche dignità. E la dignità non si assegna a tavolino. Se cominciamo ad accettare scorciatoie, allora tanto vale dirlo chiaramente: non è più sport. È un’altra cosa. È uno spettacolo con gli invitati scelti a tavolino, quasi sempre disposti a pagare qualsiasi cifra pur di esserci. Gli altri, prego andare.
E a quel punto togliamo pure il pallone e facciamola finita. Perché è finito il rispetto delle regole. Per chi gioca, per chi guarda, per chi ancora crede che una partita si decida sull’erba e non dentro una stanza con l’aria condizionata e i sorrisi di circostanza. Ecco, questa roba qui non è solo sbagliata. È proprio squallida. E no, grazie. Questa volta proprio no.
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -
