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Guerre di memoria

Viviamo di ricorrenze, spesso di eventi drammatici. Una forza invisibile ci guida sulle strade da ripercorrere, come se fosse possibile stilare una graduatoria di importanza. E di gravità.
di Piero Buscemi - mercoledì 24 febbraio 2021 - 709 letture

La memoria è l’unità di misura che ci ricollega al mondo ogni giorno. Entra in azione già dalle prime ore dopo il risveglio, quando da qualsiasi pagina principale del nostro navigare nel pianeta parallelo che è ormai quello internauta, qualcuno si prende la cura e l’incombenza di ricordarci dove eravamo e cosa stessimo facendo uno, due, tre anni fa. Molto meno cosa fossimo nello stesso periodo.

Accade per qualsiasi particolare che è entrato di prepotenza nelle nostre vite. Una regola, si proprio una di quelle mai sottoscritte ma che condizionano da sempre il nostro approccio agli eventi che circondano il nostro essere in questo mondo. Centellinate, come una cura per coscienze malate, spesso cronicizzate, le immagini di ricordi che forse non sarebbero stati mai nostri se la mano invisibile non avesse risvegliato il nostro torpore da distratti che aiuta ad immaginare uno scollamento da una cruda realtà, indispensabile in certi momenti per non rischiare di finire schiacciati da eccessivi sensi di colpa.

Chi sceglie allora i tasti sensoriali da far risuonare nei nostri cervelli? Chi ci suggerisce che una qualsiasi giornata che stiamo per affrontare sia anche la ricorrenza storica da condividere sullo schermo di un computer? Proviamo anche noi a inserirci in questo bizzarro gioco della memoria. Abbandoniamo per un attimo le più classiche ricorrenze delle due grandi guerre e scaviamo nella storia recente a cercare particolari che riescano ancora a farci commuovere. E a farci riflettere.

Tre anni fa, di questi tempi, dai teleschermi di casa e dalle pagine di giornale abbiamo imparato il nome di una località: Ghouta. Non crediamo che molti spettatori e lettori abbiano avuto il desiderio di soddisfare la curiosità di approfondire i dettagli che ci sono dietro questo nome. Ghouta è un insediamento, uno dei tanti presenti intorno alla città di Damasco. Il nome in arabo indica l’oasi, più precisamente una delle zone dedite all’agricoltura, ma la storia recente ha associato a Ghouta la parola morte. Forse più corretto, massacro di civili. Si, un altro olocausto dei tempi moderni, se vogliamo prendere a prestito una delle parole più ipocriticamente utilizzate parlando di umanità in senso stretto.

Il 19 febbraio 2018 il regime siriano di Assad perpetrò un assedio nella zona est di Ghouta provocando la cifra molto probabilmente sottostimata di 350 civili uccisi e quasi 900 feriti, a seguito di un attacco aereo che aveva l’obiettivo di falcidiare uno degli ultimi baluardi controllato dai ribelli. La cronaca del passato ci ricorda che questa zona fu già teatro di un altro massacro nel 2013, quando il 21 agosto di quell’anno un attacco condotto con armi chimiche consentì agli storici di "giocare" anche loro con i numeri. Da qualche centinaia di vittime a quasi duemila furono le cifre paventate su quell’ennesimo sterminio.

La Siria e la sua guerra sono argomenti riproposti periodicamente da qualche stralcio informativo che devia per pochi minuti l’attenzione dal monopolio di certe notizie di maggiore effetto mediatico. Le case sventrate e tra le macerie, bambini che giocano con palloni improvvisati vestendo magliette di squadre del ricco mondo occidentale. Lo stesso che fa decollare gli aerei che distruggono le loro case, che fanno esplodere emergenze sanitarie tra lacune di beni di prima necessità che, oltre al cibo, determinano una carenza incolmabile di farmaci, così grave che accostare tutto questo a ciò che è stata la pandemia dell’ultimo anno e le guerre economiche sulla produzione e la distribuzione dei vaccini, rende la situazione ancora più drammatica.

Tre anni fa davanti al silenzio e agli sguardi accondiscendenti del dramma siriano di quella parte del mondo che sulla vita dei bambini, degli anziani e delle donne ha costruito il proprio Pil nazionale, Amnesty International lanciò un appello che noi di Girodivite raccogliemmo con l’articolo del 6 marzo 2018 . Quest’anno siamo entrati nell’undicesimo anno di questa guerra civile.

Assad si è tranquillizzato avendo consolidato il controllo delle zone interessate dal conflitto, ma francamente a noi dei giochi politici e degli accordi del regime siriano con Putin poco ci interessa. Noi ci soffermiamo davanti ad altri numeri che dovrebbero far riflettere più delle frasi fatte e delle coscienze ballerine, risvegliate tra un’elezione negli Stati Uniti e un nuovo assetto politico economico in zona euro.

Un recente articolo di Save the Children (29 settembre 2020) riportava questi dati: Con infrastrutture e servizi di base decimati dal conflitto e 6,2 milioni di sfollati interni, ad oggi sono 11,7 milioni le persone, di cui 4.7 milioni di bambini, che hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria. Secondo alcune fonti, tra le 250.000 e le oltre 400.000 persone sono state uccise e molte altre sono rimaste ferite. 5,6 milioni di siriani sono fuggiti dal loro paese e sono rifugiati.

Una storia recente, attuale, drammatica e crudele che meriterebbe di essere menzionata ogni giorno, senza attendere un pretesto o un social network a ricordarcela ogni anno.

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Emergenza Siria Save the Children Italia


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