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Guerra ed ecologia: verso una nuova cultura della pace globale

Nel pieno della ripresa dei flussi turistici dopo le crisi degli ultimi anni, ecco la crudi energetica indotta dall’attacco di Usa e Israele all’ Iran e al Libano...

di Laura Tussi - venerdì 24 aprile 2026 - 271 letture

Nel pieno della ripresa dei flussi turistici dopo le crisi degli ultimi anni, ecco la crudi energetica indotta dall’attacco di Usa e Israele all’ Iran e al Libano, e così appare evidente che la guerra non è più un fenomeno distante: incide sulle destinazioni, sulle economie locali e sull’immaginario dei viaggiatori. In questo scenario, la sociologia del turismo offre una chiave per leggere il legame tra pace, ambiente e mobilità globale

L’attuale fase storica impone una riflessione profonda sul rapporto tra guerra, pace ed ecologia, anche alla luce delle trasformazioni del turismo contemporaneo. L’obiezione di coscienza, tradizionalmente intesa come scelta individuale contro il servizio militare, può oggi essere reinterpretata come pratica collettiva di responsabilità civile, estesa a tutti quei sistemi economici e culturali che rendono possibile la guerra. In un mondo globalizzato, infatti, anche il turismo – spesso percepito come ambito neutrale – risulta coinvolto nelle dinamiche geopolitiche, ambientali ed economiche che alimentano o contrastano i conflitti.

La guerra del XXI secolo non è più circoscritta ai campi di battaglia, ma mobilita intere società: infrastrutture, trasporti, energia, finanza e comunicazione. In questo quadro, il turismo globale diventa un indicatore sensibile delle crisi. Le destinazioni colpite da conflitti – dall’Europa orientale al Medio Oriente – vedono crollare i flussi, mentre altre aree diventano rifugi temporanei o nuove mete alternative. La mobilità turistica riflette così le disuguaglianze e le tensioni del sistema internazionale.

La guerra in Ucraina, così come l’instabilità mediorientale, ha evidenziato quanto il turismo sia legato alla sicurezza percepita e reale. La cosiddetta “Guerra Grande” descritta da alcune analisi geopolitiche non è solo un conflitto regionale, ma un processo che ridisegna mappe, economie e immaginari. Anche il turismo ne risente: cambiano le rotte, si ridefiniscono le priorità, cresce la domanda di destinazioni considerate sicure e sostenibili.

Allo stesso tempo, la crisi ambientale si intreccia con quella bellica. I conflitti producono devastazione ecologica, ma anche il turismo di massa, se non regolato, contribuisce a modelli insostenibili di sfruttamento delle risorse. La distruzione di ecosistemi, l’inquinamento e il consumo intensivo di territori mostrano come guerra ed economia estrattiva condividano una logica comune: quella del dominio sulla natura.

Per questo motivo, la sociologia del turismo invita a ripensare il viaggio non solo come esperienza individuale, ma come pratica sociale e politica. Il concetto di “terrestrità” – cioè la consapevolezza di appartenere a un unico sistema vivente – implica una trasformazione anche del modo di viaggiare. Scegliere destinazioni responsabili, sostenere economie locali, ridurre l’impatto ambientale diventano atti che contribuiscono a una cultura della pace.

In questo contesto, l’idea di “guerra giusta” appare sempre più fragile. I conflitti contemporanei hanno effetti globali e intergenerazionali che coinvolgono anche chi ne è apparentemente lontano, compresi i turisti. La sicurezza non può più essere pensata solo in termini nazionali, ma come condizione condivisa che riguarda l’intera umanità.

La nonviolenza, dunque, non è soltanto un principio etico, ma una prospettiva concreta per ripensare le relazioni globali, inclusi i flussi turistici. Un turismo orientato alla pace può favorire l’incontro tra culture, la comprensione reciproca e lo sviluppo sostenibile, contrastando le logiche di conflitto e sfruttamento.

La sfida del presente consiste nel superare la separazione tra viaggio e responsabilità. In un mondo segnato da guerre, crisi climatiche e interdipendenza globale, il turismo può diventare uno strumento di consapevolezza e trasformazione. Scegliere la pace, anche nel modo di viaggiare, significa riconoscere che il destino dell’umanità è comune e che ogni movimento, ogni scelta, contribuisce a costruirlo.

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Dalì - Il volto della guerra

Nella foto: Dipinto di Salvador Dalí, Il volto della guerra, 1940 Come suggerisce il titolo, ‘Il volto della guerra’ (in catalano: El rostre de la guerra; in spagnolo: El rostro de la guerra), tratta il tema del conflitto armato ed è ricorrente in molte opere di Salvador Dalí realizzate durante la seconda metà degli anni trenta, ed è da intendere come una visione dei traumi e gli orrori della guerra. L’opera raffigura una testa umana mozza con tre teschi incassati nelle orbite e nella bocca; essi contengono a loro volta altri tre teschi dando così l’impressione che tale schema sia destinato a ripetersi all’infinito, suggerendo così un senso di morte e orrore eterni. Il volto è circondato da piccoli serpenti e collocato in un paesaggio desertico; sulla destra alcune rocce formano l’ingresso di una caverna dall’interno della quale il pittore ritrae la testa che si trova al di fuori della grotta. Nell’angolo in basso a destra, a modo di firma, si trova quella che è considerata l’impronta della mano del pittore spagnolo. Artista interessato alla matematica, Dalí ha realizzato l’opera usando una dimensione frattale di circa 1.171701±0.0006913.


Articolo diffuso da Faro di Roma.



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