Grisbi

Una rapina in Francia e le tante che avvengono in Italia

di Adriano Todaro - mercoledì 27 agosto 2014 - 2647 letture

Nel milieu francese era tempo che si parlava di fare rififi, un colpo grosso. E il colpo era stato preparato nei minimi particolari. C’era stata la soffiata, si erano trovati gli specialisti, i fornitori di armi e di auto con targa posticcia, si erano provati i tempi dell’azione. Insomma, tutto era stato preparato. Si trattava di assaltare un convoglio di auto mentre si recava all’aeroporto parigino di Le Bourget. A bordo di un’auto, un principe saudita. In tasca del saudita, 250 mila euro.

Il convoglio, secondo l’Ansa, era formato da una quindicina di automobili ed era partito dall’Hotel Georges V sui Champs Elysées, uno dei più chic della Ville Lumière, di proprietà del miliardario saudita al-Walid Ben Talal. Verso le 21, secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, era giunto all’altezza di Porte della Chapelle, quando è stato attaccato da otto malviventi a bordo di due Bmw. Gli assalitori, "manifestamente ben informati" sul tragitto del principe e sui suoi accompagnatori, hanno puntato le loro armi da fuoco (anche kalashnikov), contro il guidatore dell’ultima auto del gruppo, obbligandolo a fermarsi e scendere, e si sono poi messi al volante del veicolo, una Mercedes, volatilizzandosi. Circa un’ora dopo, i tre veicoli sono stati ritrovati in un villaggio nei dintorni di Parigi, completamente carbonizzati. Dalla Mercedes del convoglio saudita erano spariti 250 mila euro in contanti e un plico di documenti diplomatici, che secondo voci di stampa erano "sensibili".

La giustizia francese ha aperto un’inchiesta volta ad appurare l’obiettivo dei rapinatori perché se si scoprisse che "erano alla ricerca dei documenti, e non dei soldi, la vicenda cambierebbe di natura. Non saremmo più di fronte a criminali, ma a qualcosa di ben più complesso".

Vi racconto questa notizia, che naturalmente avete letto sui giornali, perché nello stesso giorno della rapina al principe saudita, si è venuti a conoscenza della faida che ha scosso la Lega. Questione di soldi. Un po’ volgare, certo. Ma per un partito che ce l’aveva duro, cosa volete sia. Dunque, l’avvocato Matteo Brigandì (un altro Matteo), leghista bossiano nel senso di seguace di Umberto, ha citato Matteo il Pensatore, segretario della Lega. L’Umberto, naturalmente, non sa nulla ma resta il fatto che Matteo (l’avvocato) ha affermato un concetto talmente limpido che è impossibile confutarlo. Dice Brigandì: "Dovremo tutti riconoscere il ruolo di padre nobile a chi ha creato la Lega dal nulla, invece di correre per vedere chi arriva primo ad uccidere il padre".

Ohibò, ho pensato, qua la faida sta assumendo le sembianze di una tragedia greca. Invece le cose sono molto più semplici e venali di quanto appaiano. All’Umberto, il padre nobile, gli sono stati sospesi i circa 900 mila euro l’anno che il partito della Roma ladrona gli passava, per autisti, spese mediche, assistenza e qualche partita a biliardino e scopone. Intanto che c’è, l’avvocato comunica che vuole essere pagato per il lavoro svolto: 6 mila euro per dieci anni di attività. In realtà i giornali avevano travisato, come fanno al solito. La faida si sta ricomponendo. Non si parla più di 900 mila euro ma di 400 mila poi ridotti a 200 mila. La vicenda è chiusa dallo statista Calderoli che quando arriva porta sempre con se un po’ di gaiezza. Anche ai funerali. Afferma che "È completamente falso che ci sia un’azione giudiziaria da parte di Bossi nei confronti della Lega... L’iniziativa è stata opera di un singolo per motivi professionali che nulla hanno a che fare con Bossi: la Lega è unita, e uniti si vince".

Il Democristiano con i Nei, quello che si fa gli autogavettoni, invece, ha riposato a Forte dei Marmi nell’esclusivo hotel "Roma Imperiale". Il nome dell’hotel si addice perfettamente al boy scout fiorentino. La suite Delux costa 1.600 euro a notte; con uno sconticino, seimila euro per sei giorni. Non capisco perché molti si sono scandalizzati. Dove doveva andare? Forse alla pensione Miramare di Cesenatico, dove per altro non si sta neppure bene? Sono le solite ipocrisie della sinistra che vorrebbero vedere tutti con le pezze sul culo. Pura demagogia.

Uno invece, che pezze non ne ha proprio, è Giuseppe Cangemi. Lui prende 6.800 euro al mese e di mestiere fa il consigliere regionale nel Lazio dopo essere stato assessore ma anche paracadutista della Folgore. Giuseppe Emanuele (così si chiama questa cima, militante nel partito di Alfano), qualche giorno fa si era lamentato con il Messaggero del suo basso stipendio: "Sono pochi soldi... Tenga conto che non ci pagano più il permesso della ztl, non ci sono altri soldi per la segreteria, se mi sposto nel Lazio lo faccio con la mia macchina a mie spese". I lavoratori, invece, come si sa, per andare sul posto di lavoro, ricevono dal padrone macchina e benzina. E possono scorazzare, allegramente, grazie ai permessi, nelle zone a traffico limitato.

Classe 1970, il paracadutista della Regione Lazio, tra sei anni prenderà anche il vitalizio, perché nella scorsa legislatura è stato assessore esterno alla Sicurezza, non votato. Ha due grandi passioni: collezionare soldatini di piombo e sigari cubani che sono innocenti passioni. Passioni che hanno un po’ tutti, anche i cassintegrati di Termini Imerese. Qualche settimana fa, il Giuseppe Emanuele ha avuto un problema mica da niente: dove andare in ferie? Pensa e ripensa, ha fatto due calcoli ed ha deciso per Montecarlo. Ha preso una tenda fronte mare al "Beach" al costo di 400 euro al giorno. Nella tenda vicino puoi trovarci Carolina di Monaco, a fianco un dipendente dell’Ilva di Taranto. E per dormire? Nessuna scelta è possibile. La media s’aggira a mille euro a notte.

Leggendo queste cronache mi è venuto un magone, ho avuto pena di coloro che per fare qualche soldino sono costretti, armati di kalashnikov, a rapinare principi sauditi. Un lavoro rischioso che non vale più la pena fare. Una volta pagato il basista, quello che ha rubato le auto, quello che deve piazzare la refurtiva, quello che ha procurato le armi eccetera, non ti resta poi molto.

La rapina di Parigi ha fruttato 250 mila euro. Una miseria. Se invece di fare rapine si iscrivevano alla Lega o a qualche altro partito, se diventavano consiglieri regionali o assessori, con un po’ di pazienza anche presidente del Consiglio, i soldi li avrebbero fatti ugualmente.

In questi casi, parafrasando la giustizia francese, "Non saremmo più di fronte a criminali, ma a qualcosa di ben più complesso".


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