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Grindhouse - A prova di morte

Un film di Quentin Tarantino. Con Kurt Russel, Rosario Dawson, Sydney Tamiia Poitier, Vanessa Ferlito, Jordan Ladd, Tracie Thoms, Zoe Bell, Mary Elizabeth Winstead, Rose McGowan, Quentin Tarantino e Michael Parks

di Antonio Cavallaro - mercoledì 6 giugno 2007 - 4888 letture

Stuntman Mike è un vecchio stunt psicopatico che si serve della macchina da lavoro come un ‘arma, un auto “deathproof” a prova di morte, da usare soprattutto contro le automobili delle belle ragazze che incontra. La prima volta gli andrà bene, la seconda avrà pane per i suoi denti.

Il progetto originale Grindhouse si proponeva di rinverdire i fasti dei B-movie americani anni settanta tutti violenza, sesso e azione, proiettati uno dietro l’altro in sale cinematografiche che usualmente non si curavo neanche della qualità della proiezione. Grindhouse, quello originale, è composto da due film, “A prova di morte” di Tarantino appunto e “Planet Terror” di Rodriguez, inframmezzati da trailer finti di film inesistenti girati dagli stessi registi e da altri autori come Eli Roth, ma lo scarso successo al botteghino americano ha convinto i produttori a smembrare il progetto per l’uscita nel mercato europeo (tranne nel mercato U.K.), proponendo separatamente i due film. Per l’occasione e la bisogna quindi, Tarantino ha rimontato “A prova di morte” aggiungendo delle scene per rimpolparne la durata.

Tali premesse sono necessarie per chiarire come “A prova di morte” sia in realtà un film estirpato dal contesto per cui era stato pensato e realizzato, e che necessità di cassa hanno snaturato, affidandolo al richiamo che il nome Tarantino riesce ad esercitare nell’opinione pubblica (a cui non è immune neanche il tanto pompato festival di Cannes, visto la scelta abbastanza gratuità di concedere ad un film come questo “l’onore” del concorso).

“A prova di morte” è totalmente un film tarantiniano, ma adattato ai canoni di un B-movie di genere, quindi accanto a personaggi fedeli all’iconografia dell’autore, a dialoghi prolissi e arguti, citazioni e autocitazioni, troviamo rigature sulla pellicola, tagli, sfocature, finti salti di rullo e un improponibile, ma coerente con lo spirito dell’operazione, soluzione narrativa per il finale. Chi ha visto entrambe le versioni ritiene che le correzioni apportate abbiano fatto bene al film, ma date le imposizione subite quale valore possiamo dare al film? Gli spettatori, gli amanti del cinema o gli amanti solo di Tarantino come devono giudicare “A prova di morte”?

Tarantino è in grande forma, si occupa brillantemente anche della fotografia e la sua regia ne conferma ancora una volta la genialità, tanto per le scene d’azione quanto per le mere rappresentazioni visive. Gli attori sposano benissimo i loro ruoli, Kurt Russell è magnifico nel rendere il pazzo-ammiccante-ridicolo Stunman Mike, Sydney Tamia Poitier è una piacevole rivelazione, Zoe Bell (vera stuntwoman, controfigura della Thurman in Kill Bill) è bravissima nell’interpretare se stessa.

Recentemente Tarantino ha sollevato uno sterile polverone in Italia, dichiarando a TV Sorrisi&Canzoni di trovare deprimente il cinema italiano degli ultimi anni. La casta del nostro cinema (leggi registi, sceneggiatori e quant’altro), con Marco Bellocchio giurato a Cannes in testa, si è subito prodotta in rimproveri e invettive ai danni del regista americano, accusandolo fra le righe di una qualche “lesa maesta” (sigh!), salvo poi ammettere, con piccoli barlumi d’onesta intellettuale, che… si forse.. il cinema italiano sta vivendo un periodo difficile (sigh, sigh!!).

L’unico rimprovero che può essere mosso a Tarantino, è anche una speranza. Che abbandoni l’abuso di quello spirito puramente manieristico che sempre più sta permeando le sue opere. Sarebbe molto interessante se l’autore decidesse di rimettersi in gioco, liberandosi dai forzati condizionamenti impostosi, senza però il bisogno di snaturarsi, senza privarsi di quelle connotazioni che contribuiscono a farne uno dei personaggi più singolari e eccezionali dell’intero panorama cinematografico mondiale, come ha ampiamente dimostrato nei suoi primi tre film.


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