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Greenpeace e il lavoro che gli altri non fanno

Quello che abbiamo visto è stato straziante. Ma non potevamo restare a guardare: abbiamo deciso di agire.

di GREENPEACE - martedì 5 agosto 2025 - 874 letture

Nelle ultime settimane, l’equipaggio della Rainbow Warrior ha navigato nel sud del Pacifico per affrontare i pescherecci industriali nelle acque tra Australia e Nuova Zelanda. Lì, i nostri compagni hanno denunciato i brutali attacchi alla vita marina che avvengono in alto mare.

Abbiamo confiscato quasi 20 km di palangari e oltre 210 ami da un peschereccio industriale battente bandiera spagnola. Abbiamo anche liberato più di una dozzina di animali vivi, tra cui uno squalo mako in pericolo di estinzione, otto squali blu e quattro pesci spada.

Inoltre, abbiamo documentato la cattura di squali in pericolo durante le operazioni di recupero delle attrezzature. Salvare queste creature è stato emozionante, ma assistere al saccheggio industriale dei nostri oceani ci ricorda quanto lavoro resta da fare. Vedere queste splendide creature lottare per sopravvivere, e poi il loro sangue spargersi in mare dopo essere state massacrate, è stato un incubo.

I palangari sono macchine industriali di morte. Dichiarano di pescare pesce spada o tonno, ma i nostri attivisti hanno visto catturare squalo dopo squalo, anche in pericolo di estinzione, nel giro di pochi minuti.

Con quanta leggerezza si compiono atrocità su questi animali? Con quanta normalità i profitti vengono messi davanti alla salute della natura? È insopportabile…

La pesca industriale — a strascico, con palangari o tonnare — va superata. Il nostro modello alimentare si basa su importazioni e tecniche distruttive che spingono lo sfruttamento sempre più lontano. Serve un cambio di rotta: una pesca sostenibile, che rispetti il mare e le persone.

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Squalo volpe

Negli ultimi anni Greenpeace ha lottato ovunque – nei mari, nelle piazze, all’ONU – per ottenere uno strumento concreto in difesa degli oceani.

E oggi quel trattato esiste. Il Trattato Globale per gli Oceani è realtà. Un risultato storico, frutto di anni di campagne e mobilitazione. Non era affatto scontato, ma ce l’abbiamo fatta. Ora dobbiamo renderlo operativo. 51 paesi hanno ratificato il Trattato ONU per proteggere gli oceani. È una notizia bellissima: ne mancano ancora 9 perché entri finalmente in vigore! E tra i 9 Paesi che non hanno ancora ratificato, purtroppo, c’è anche l’Italia…

Eppure proprio il nostro mar Mediterraneo è tra i mari più colpiti da inquinamento, crisi climatica e pesca intensiva. La sua straordinaria biodiversità è in pericolo ogni giorno. Per questo Greenpeace sta lavorando a stretto contatto con le Aree Marine Protette, per ampliare la superficie di mare protetto e raggiungere il 30% di protezione entro il 2030.

Ora il nostro timore è veder vanificati tutti questi anni di durissimo lavoro, dove abbiamo raccolto dati, condiviso testimonianze, portato alla luce crimini ambientali inaccettabili e raccolto le voci di milioni di persone.

È il momento di aumentare la pressione: quello che stiamo proteggendo ha un valore inestimabile, un tesoro che dobbiamo tramandare, intatto, a chi verrà dopo di noi.


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