Gramsci oggi: disarmo e verità per leggere il presente senza illusioni
Tra “pessimismo dell’intelligenza” e urgenza della nonviolenza, una riflessione sulle crisi globali e sulla deriva della deterrenza nucleare.
Nel pensiero di Antonio Gramsci, la nonviolenza non appare come una teoria sistematica o come un programma esplicitamente formulato. Eppure, leggendo in profondità i suoi scritti – in particolare i Quaderni del carcere – emerge una concezione della trasformazione politica che ridimensiona radicalmente il ruolo della violenza e valorizza, invece, processi culturali, sociali e morali. Una prospettiva che, oggi, può essere riletta come sorprendentemente vicina a un’idea forte e realista di nonviolenza.
La nonviolenza in Antonio Gramsci: forza, egemonia e trasformazione sociale
Gramsci scrive in un’epoca segnata da rivoluzioni, guerre e totalitarismi. Il suo punto di partenza è la consapevolezza che il potere non si regge soltanto sulla forza coercitiva, ma soprattutto sul consenso. È qui che si colloca il suo concetto chiave di “egemonia”: la capacità di una classe dirigente di guidare la società non imponendosi con la violenza, ma costruendo una visione del mondo condivisa, accettata e interiorizzata.
Questa intuizione rappresenta uno spostamento decisivo. Se il dominio si fonda sul consenso, allora la trasformazione sociale non può limitarsi alla presa violenta del potere. Deve piuttosto passare attraverso un lavoro lungo e profondo di educazione, cultura, organizzazione e partecipazione. In altre parole, una “guerra di posizione” che sostituisce la “guerra di movimento”: non l’assalto frontale, ma la costruzione paziente di alternative.
In questa prospettiva, la nonviolenza non è passività, né rinuncia al conflitto. È, al contrario, una forma più avanzata di lotta. Gramsci rifiuta l’idea che la forza bruta possa generare un ordine giusto e stabile. Anche quando riconosce che la violenza può emergere in determinati momenti storici, insiste sul fatto che essa non può costituire il fondamento di una nuova società. Una rivoluzione che si limita a sostituire una classe dominante con un’altra, senza trasformare le coscienze e le relazioni sociali, è destinata a fallire o a degenerare.
Il cuore della riflessione gramsciana è dunque etico-politico: trasformare la società significa trasformare le persone, i loro valori, il loro modo di pensare e di vivere insieme. In questo senso, il ruolo degli “intellettuali organici” è centrale. Essi non sono élite distaccate, ma soggetti immersi nella realtà sociale, capaci di costruire legami, diffondere consapevolezza e favorire processi di emancipazione collettiva.
Gramsci e Ghandi
Questa visione si avvicina, per molti aspetti, alle grandi tradizioni della nonviolenza del Novecento, pur sviluppandosi in modo autonomo. Come nelle esperienze di altri pensatori e leader nonviolenti, anche in Gramsci emerge l’idea che il vero cambiamento non si impone con la forza, ma si costruisce attraverso relazioni, cultura e partecipazione.
Un altro elemento fondamentale è la sua critica al determinismo. Gramsci rifiuta l’idea che la storia segua leggi inevitabili. Al contrario, insiste sulla responsabilità umana, sulla capacità di scelta e sull’importanza della volontà collettiva. È qui che si colloca la sua celebre formula: “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. Una tensione che invita a guardare con lucidità le difficoltà del presente, senza rinunciare alla possibilità di cambiarlo.
In questa chiave, la nonviolenza diventa una pratica esigente. Non è un rifugio morale, ma un metodo politico che richiede organizzazione, disciplina e visione. Significa costruire consenso senza manipolazione, esercitare il conflitto senza distruzione, immaginare il futuro senza replicare le logiche del dominio.
L’ attualità di una visione gramsciana
Oggi, in un mondo attraversato da guerre, crisi democratiche e nuove forme di autoritarismo, il pensiero di Gramsci offre strumenti preziosi per ripensare la politica oltre la violenza. La sua lezione invita a non confondere la forza con la coercizione, il potere con il dominio, la rivoluzione con la distruzione.
Rileggere Gramsci alla luce della nonviolenza significa riconoscere che il cambiamento più profondo non nasce dall’imposizione, ma dalla costruzione condivisa. E che la vera forza, in politica, non è quella che abbatte, ma quella che convince, unisce e trasforma.
Riproporre il suo realismo
Noi, disarmisti e pacifisti attivi, ci muoviamo da tempo dentro quella tensione che Antonio Gramsci ha definito “pessimismo dell’intelligenza”: la capacità di guardare senza illusioni le crepe del sistema globale. Tuttavia, ciò che oggi si dispiega davanti ai nostri occhi eccede persino le analisi più severe. La realtà non solo conferma le nostre preoccupazioni, ma le radicalizza. La civiltà umana si trova a un bivio tutt’altro che astratto: è il prodotto storico e concreto del fallimento di politiche fondate sul dominio.
Gli eventi recenti lo mostrano con chiarezza. Lo stallo dell’iniziativa militare promossa da Donald Trump nei confronti dell’Iran, alimentata anche dall’influenza politica di Benjamin Netanyahu, non ha prodotto alcun ordine strategico. Al contrario, ha generato paralisi, instabilità e un aumento esponenziale del rischio sistemico. La forza, lungi dall’essere uno strumento di soluzione, si rivela incapace di governare la complessità che pretende di dominare.
Parallelamente, sul piano interno italiano, il risultato referendario ha segnato una frattura evidente tra istituzioni e società. La sconfitta politica del progetto sostenuto dal governo guidato da Giorgia Meloni non può essere letta come un episodio contingente, ma come il segnale di una distanza crescente tra il “palazzo” e un sentimento diffuso che reclama partecipazione, diritti e responsabilità condivisa, piuttosto che gerarchie imposte e logiche securitarie.
In questo contesto, la mobilitazione del 28 marzo, No Kings, si inserisce come un momento emblematico di resistenza diffusa. Non si tratta semplicemente di una manifestazione, ma di un’onda che attraversa confini e culture, opponendosi a ogni pretesa assolutista e alla normalizzazione della guerra come strumento politico. Essa segnala che, accanto al collasso delle logiche di potenza, esiste una vitalità sociale che non accetta di essere ridotta al silenzio.
Una situazione mai così pericolosa
Le guerre contemporanee, in questo quadro, non appaiono più come episodi isolati. Sono piuttosto sintomi di una crisi più profonda, che riguarda il paradigma stesso con cui interpretiamo sicurezza, potere e convivenza. Diventa allora inevitabile porsi una domanda che, fino a poco tempo fa, veniva liquidata come ingenua: perché non riporre fiducia nella nonviolenza?
La risposta, oggi, non è soltanto etica, ma razionale. La nonviolenza si configura come l’unica strategia capace di sottrarsi alla spirale autodistruttiva del conflitto armato. Essa implica un passaggio decisivo: dal “potere su”, fondato sul controllo e sulla minaccia, al “potere con”, costruito attraverso relazioni di cooperazione e interdipendenza. In termini simbolici, è il passaggio da Thanatos a Eros: dalla pulsione di morte che alimenta il complesso militare-industriale — nelle sue declinazioni energetiche e digitali — alla forza vitale che rende possibile la convivenza.
In questo scenario si inserisce uno degli argomenti più insidiosi del dibattito contemporaneo: l’idea che il possesso dell’arma nucleare possa garantire stabilità. Secondo questa logica, se l’Iran sviluppasse una capacità atomica, potrebbe scoraggiare aggressioni esterne, contribuendo a un equilibrio regionale. Ma questa tesi si fonda su presupposti fragili: immagina attori perfettamente razionali, capaci di controllare ogni variabile e di agire sempre secondo calcoli lucidi. La storia recente mostra invece leadership spesso condizionate da dinamiche interne, pressioni elettorali o forme di hybris politica.
L’introduzione dell’arma nucleare in un contesto già instabile non produrrebbe equilibrio, ma una rapida proliferazione. Attori regionali come l’Arabia Saudita e altri Paesi sarebbero spinti ad avviare programmi analoghi, innescando una corsa al riarmo difficilmente arrestabile. In un sistema così saturo, i tempi di reazione si ridurrebbero a pochi minuti, rendendo quasi impossibile qualsiasi intervento diplomatico efficace. Il rischio non sarebbe più soltanto quello di un attacco deliberato, ma anche – e forse soprattutto – quello di un errore tecnico, di un falso allarme, di decisioni irreversibili basate su informazioni incomplete.
La follia del riarmo
La deterrenza, in questo senso, si rivela per ciò che è: una promessa di omicidio-suicidio elevata a principio di sicurezza. Se l’identità di uno Stato si fonda sulla capacità di annientare l’altro, quel sistema politico è già entrato in una zona di morte etica. Inoltre, la realtà materiale delle armi nucleari smentisce ogni illusione di controllo: la nube radioattiva non riconosce confini né rispetta le costruzioni simboliche dei nazionalismi.
Per rendere evidente l’assurdità di questa logica, si può ricorrere a un’immagine semplice: sostenere che l’atomica garantisca sicurezza equivale ad affermare che, in un capannone saturo di benzina, distribuire fiammiferi a ciascun individuo in conflitto con gli altri aumenti la probabilità che nessuno li usi. In una simile condizione, la sicurezza non è solo fragile: è un ossimoro.
È proprio per spezzare questo circolo vizioso che nasce il Trattato di proibizione delle armi nucleari. Esso non rappresenta un’utopia giuridica, ma un tentativo concreto di ridefinire le basi della sicurezza internazionale, sottraendola alla logica della minaccia reciproca. La sua esistenza afferma un principio radicale: la vera forza non risiede nella capacità di distruggere, ma nella possibilità di cooperare.
In questa prospettiva si colloca anche l’impegno internazionale dei movimenti disarmisti, presenti nei consessi globali — come quelli di New York — con un obiettivo non solo testimoniale, ma politico: rafforzare un processo che conduca le potenze nucleari verso impegni vincolanti, a partire dal principio del “No First Use”, il non primo uso, come primo passo verso uno smantellamento progressivo dell’arsenale nucleare globale.
In quale mondo vogliamo vivere
La posta in gioco, tuttavia, va oltre la questione atomica. Riguarda il modo stesso in cui definiamo sicurezza e convivenza. Continuare a investire nella deterrenza significa accettare un mondo sospeso sull’orlo della catastrofe. Scegliere la nonviolenza, al contrario, significa intraprendere un percorso più difficile, ma anche più realistico: quello che riconosce la vulnerabilità come condizione condivisa e la trasforma nel fondamento di una politica diversa.
In questo senso, la nonviolenza non è un rifugio per idealisti, ma una pratica esigente, che richiede lucidità, coerenza e immaginazione. È, oggi più che mai, l’unica strada che consente di sottrarsi alla logica dell’autodistruzione e di mantenere aperta la possibilità di un futuro umano.
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -