Goya, l’arte che smaschera la guerra
Lo studio di Silvia Battisti per la Tre Giorni per la Pace 2026 del Coordinamento per la Pace di Milano.
La Tre Giorni per la Pace 2026, promossa dal Coordinamento per la Pace di Milano, ha proposto una riflessione sul rapporto tra arte, memoria e nonviolenza nella figura di Francisco Goya, attraverso uno studio di Silvia Battisti che restituisce l’attualità di un maestro capace di parlare ancora oggi alle coscienze.
Nato a Fuendetodos, in Aragona, nel 1746, Francisco Goya occupa una posizione decisiva nella storia della modernità perché rompe definitivamente con la tradizione dell’arte celebrativa. La sua pittura non nasce più per esaltare il potere o ricercare l’armonia estetica, ma diventa un’indagine radicale sulla condizione umana, capace di mostrare senza veli la brutalità della guerra.
Prima di lui, opere come le Miserie della guerra di Jacques Callot (1633) o la Ballata degli impiccati di François Villon avevano già raccontato il dolore dei conflitti con intenso valore morale. Con Goya, tuttavia, avviene una svolta decisiva: la violenza non viene più interpretata o consolata, ma mostrata nella sua irriducibile disumanità.

- Goya - Il 2 maggio 1808
I Disastri della guerra. Quando l’orrore diventa testimonianza: l’arte oltre la bellezza e la nascita del pensiero critico
Tra il 1812 e il 1820 Goya realizza gli 82 fogli dei Disastri della guerra, una delle più potenti accuse artistiche contro ogni conflitto armato. I protagonisti non sono gli eroi, ma i civili, i contadini, gli uomini e le donne travolti dalla storia.
Scompaiono la retorica dell’eroismo e la grazia classica: i corpi mutilati, frammentati e privati di ogni dignità diventano il linguaggio stesso della verità. L’artista rifiuta qualsiasi estetizzazione del dolore e ci costringe a guardare ciò che normalmente la propaganda nasconde.
Dalla corte ai Lumi: il cammino di un artista moderno
Nominato pittore di corte nel 1786, Goya vive una svolta drammatica nel 1793, quando una grave malattia lo rende definitivamente sordo. Da quel momento la sua produzione assume toni sempre più inquieti e visionari.
L’eredità di Diego Velázquez e il pensiero illuminista orientano la sua ricerca verso una concezione dell’arte come esercizio della ragione. Nei Caprichos del 1799 compare il celebre principio secondo cui il sonno della ragione genera i mostri: superstizione, fanatismo religioso, violenza e guerra diventano i veri nemici dell’umanità.
Al posto dell’ideale classico del bello, Goya introduce il brutto come categoria etica, anticipando la grande pittura di denuncia sociale dell’età contemporanea.
Il 3 maggio 1808: il volto umano della guerra
L’opera simbolo di questa rivoluzione è Il 3 maggio 1808 (nella foto), dipinta nel 1814 e conservata oggi al Museo del Prado di Madrid. Il quadro racconta la repressione della rivolta popolare contro l’occupazione napoleonica e rappresenta uno dei manifesti universali della pace.
Al centro della scena un uomo in camicia bianca apre le braccia davanti al plotone di esecuzione. Non è un condottiero, ma un cittadino qualunque che affronta la morte con disperata dignità. La lanterna illumina le vittime, mentre i soldati appaiono senza volto, trasformati in una macchina anonima di morte.
Nei condannati non esiste alcuna enfasi eroica: c’è paura, incredulità, preghiera, silenzio. Un uomo si copre gli occhi, un altro spalanca lo sguardo, un altro ancora morde le dita in un grido soffocato. Ai loro piedi giacciono i cadaveri già fucilati, immersi nel sangue e nel fango. Goya afferma così che la vera storia delle guerre appartiene ai fragili, ai poveri, agli sconfitti.
Le Pitture nere e l’eredità della pace
Deluso dalla Restaurazione e isolato dalla sordità, Goya si ritira nel 1819 nella Quinta del Sordo, dove realizza le celebri Pitture nere. Qui la sua riflessione diventa ancora più profonda: il male non è soltanto nella guerra, ma abita le pieghe dell’animo umano.
Proprio questa consapevolezza costituisce il messaggio più attuale della sua opera. Riconoscere la violenza che attraversa la storia e le coscienze significa impedire che essa continui a riprodursi. Per questo Goya non appartiene soltanto alla storia dell’arte, ma alla cultura della pace.
Trasferitosi a Bordeaux nel 1824, il maestro spagnolo morì il 16 aprile 1828. La sua eredità continua a vivere nelle opere di artisti come Pablo Picasso, Renato Guttuso e Hans Hartung, ma soprattutto nella convinzione che l’arte possa diventare memoria, responsabilità e resistenza contro ogni forma di guerra.
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