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Gli studenti di Catania non ci stanno

"Non è la prima volta che veniamo a conoscenza di episodi simili a quello che riempie le pagine dei giornali in questi giorni. E ci dispiace dirlo ma ogni volta la reazione dell’Università tarda sempre ad arrivare..."
di Redazione - domenica 7 luglio 2019 - 1478 letture

Pubblichiamo il testo letto da Sara Zappulla all’assemblea del 4 luglio 2019 al Monastero dei Benedettini di Catania, in cui la Direttrice del Dipartimento di Scienze Umanistiche, Maria Caterina Paino, ha incontrato studenti e studentesse per discutere insieme dell’inchiesta "Università bandita".


Care colleghe e cari colleghi, sono una rappresentante in consiglio di dipartimento e qui parlo a nome di Link Studenti Indipendenti, un sindacato studentesco universitario indipendente.

Innanzitutto vogliamo ringraziare la Direttrice di Dipartimento, la professoressa Paino, per questo importantissimo confronto con la comunità del Disum.

Non è la prima volta che veniamo a conoscenza di episodi simili a quello che riempie le pagine dei giornali in questi giorni. E ci dispiace dirlo ma ogni volta la reazione dell’Università tarda sempre ad arrivare, quando infatti qualche mese fa il padre del nostro Sindaco Pogliese, membro del Consiglio di amministrazione dell’Università, finì sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta e altri reati tributari, l’Ateneo è rimasto per diversi giorni in silenzio, non si è levata una sola voce critica. Siamo stati noi i primi a dire che bisognava fare qualcosa e, aldilà delle responsabilità penali che devono essere accertate dalla magistratura, una persona che è stata arrestata per bancarotta, associazione a delinquere e evasione fiscale, non è esattamente la più indicata per stare all’interno dell’organo che gestisce i soldi dell’Università.

Nel caso oggi in esame è inutile dire che quello che sta emergendo è sconcertante e, se fosse confermato, sembrerebbero inaccettabili le logiche in atto all’interno di un’istituzione pubblica. Ma vogliamo precisare che nessuno è già condannato, sarà la magistratura a deciderlo. Siamo consapevoli che in questi anni si sono moltiplicati i fenomeni di spettacolarizzazione della giustizia, che le intercettazioni che abbiamo ascoltato tutti in questi giorni contengono frasi slegate dai contesti in cui venivano pronunciate, che il coinvolgimento di rettore, docenti e anche di alcuni rappresentanti degli studenti (i quali non risultano indagati) di cui si parla nei media è basato al momento solamente sulla versione dell’accusa, dato che ancora si deve svolgere il processo dentro il quale gli imputati avranno la possibilità di difendersi.

Non vogliamo dire però che bisogna stare fermi aspettando le sentenze. Infatti non bisogna condannare o fare il processo a nessuno, quello è compito dei giudici a cui non dobbiamo sostituirci. Vogliamo che ci venga spiegato qual è il significato di quelle intercettazione, che senso hanno alcune frasi sull’appartenenza dell’università ad élite e a famiglie, serve che venga fatta chiarezza, vogliamo sapere cosa sta succedendo e quali sarebbero le versioni dei fatti. Forse sarà pure tutto quanto falso, forse si tratta di una cantonata o - come dice qualcuno - di una montatura del Pubblico Ministero, può essere, non lo sappiamo.

Anche sulle dimissioni del Rettore, per noi si trattava di un atto doveroso e riteniamo che questa fosse la scelta migliore per dare maggiore serenità al nostro Ateneo. Vogliamo ribadire ancora una volta che non spetta a noi decidere se il Rettore è colpevole o meno dei reati che gli vengono contestati, sarà la magistratura a stabilirlo. Non vogliamo spostare i processi fuori dalle aule di tribunale, che solo gli unici luoghi in cui bisognerà accertare tutte le responsabilità penali.

Adesso l’Università di Catania ha la possibilità di voltare pagina e di ricominciare da capo. Bisogna innanzitutto pensare alle studentesse e agli studenti e garantire che le nostre esigenze e il nostro futuro non vengano intaccati. Bisogna concentrarsi su una riflessione profonda dei meccanismi generali che hanno portato a questa drammatica situazione e formulare delle proposte affinché questo in futuro non si verifichi più. Esiste infatti una parte sana della comunità accademica, che va tutelata, incoraggiata e sostenuta, composta da docenti, personale amministrativo, rappresentanti degli studenti, associazioni studentesche, studenti e studentesse, che ogni giorno cercano di lavorare in ateneo per renderlo un luogo libero, uno spazio di diffusione dei saperi e di aggregazione. Questa componente rende nella sua interezza e complementarità i nostri dipartimenti tanto belli da meritare di essere vissuti, partecipati e difesi.

Molto spesso negli ultimi anni l’Università in Italia è stata al centro di vicende di questo tipo e ogni volta le soluzioni proposte sono state puramente propagandistiche oppure inefficaci a causa di una impostazione ideologica incentrata su concetti scivolosi come “merito”. Ma dobbiamo stare attenti, perché merito è una parola ambigua. Merito è la parola che è stata usata per giustificare la Riforma Gelmini, che voleva combattere il baronato e invece svuotando la democrazia dell’università e concentrando il potere nelle mani pochi ha creato un clima più favorevole per la nascita di tali sistemi; merito è la parola con cui sono stati tagliati i fondi alla quota base dei finanziamenti dell’università e con cui, attraverso meccanismi di valutazione che avvantaggiano gli Atenei del Nord, continuano a essere strappati fondi al Mezzogiorno, con conseguenze gravi sullo sviluppo socio-economico; merito è la parola con cui in questi anni migliaia di studentesse e studenti sono state escluse dal diritto allo studio e per cui in tanti sono costretti ad abbandonare questa città o, nel peggiore dei casi, gli studi. Per noi è importante dire che l’unico modello di università possibile è quello democratico, in cui solo con la partecipazione e il controllo dal basso da parte di tutte e tutti possiamo evitare il ripetersi di simili episodi.

Presto ci verranno a dire che per via di questa vicenda bisognerà iniziare a creare più competizione, tra i docenti e tra gli studenti. Ci verranno a dire che la comunità accademica non è in grado di autogovernarsi e che serve un intervento esterno. Ci verranno a dire che l’università pubblica non funziona più e che bisogna iniziare a privatizzare. Quando tutto questo accadrà noi saremo pronti: saremo pronti per dire che per noi la cooperazione e l’autonomia sono dei valori e per dire che l’università deve restare pubblica.

Per questo servono delle risposte, serve una reazione per dimostrare che la comunità accademica è in grado di autogovernarsi ed è in grado di voltare pagina anche quando attraversiamo i momenti più bui della storia del nostro Ateneo. Era importante dirlo perché siamo ben consapevoli che questa vicenda coinvolge anche noi, ed è per questo che la nostra associazione studentesca ha deciso di costituirsi parte civile nell’eventuale - e in realtà molto probabile - processo che si aprirà.

Vogliamo infine rivolgere un appello ai nostri docenti. C’è chi pensa che non bisogna fare niente, che bisogna aspettare e restare nell’immobilismo e che anzi bisogna tutelare l’immagine dell’università ed evitare che queste cose vengano a galla. E invece devono venire a galla, è utile che venga tutto fuori; il silenzio e l’omertà sono le uniche cose che ci danneggiano davvero. Non ci interessano le vicende specifiche, sarà la magistratura ad occuparsene, ma non possiamo non riflettere sul sul problema sistemico che coinvolge il nostro ateneo. Non è nascondendo i problemi che risolleveremo le sorti della nostra università: i problemi vanno affrontati e va trovata una soluzione. Solo così potremmo ridare dignità a questa istituzione e tutelare le tante e i tanti docenti che, con serietà e disciplina, lavorano per il benessere e la crescita culturale e sociale di una comunità: mettendo al centro noi studenti, il nostro diritto allo studio, la didattica, la ricerca e il ruolo della comunità accademica nello sviluppo di un intero territorio; e prendendo le dovute misure affinché logiche di questo tipo non si verifichino più.


In icona: Francesco Basile, ex rettore dell’Università di Catania.

Fonte: Facebook.


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