Gli Egizi, la morte
L’Egitto in mostra a Ragusa
Palazzo Garofalo / Museo della Cattedrale - Ragusa
Sino al 26 ottobre 2025
Sono tanti tra gli umani i modi di affrontare la questione suprema, il morire. Sono tanti per i singoli membri della specie e sono tanti per le diverse civiltà che occupano il tempo e lo spazio.
Le società occidentali contemporanee cercano semplicemente di negarla o nasconderla, praticando a tal fine varie strategie: immergersi nel flusso quotidiano delle immagini come se altro non ci fosse al mondo; banalizzare la morte, sempre attraverso le immagini, in un profluvio di film, telefilm, documentari, video e notizie dentro cui qualcuno muore; immaginare epoche e strutture ‘transumane’ per le quali quali il morire non sia più un evento del vivere.
Come si vede, sono strategie non soltanto fallimentari ma che possiedono qualcosa di profondamente patologico. Anche in questo modo si spiega l’ossessione securitaria e il terrore che ha condotto molte persone a rinunciare a ogni libertà, dignità, buon senso, in nome della paura epidemica, del Covid19. Altre epoche e civiltà sono state più intelligenti, accogliendo il morire come una dimensione del tutto naturale, inevitabile e feconda, in quanto capace di illuminare di pienezza il καιρός - il tempo finito ed effimero che siamo - rendendo prezioso ogni momento della vita. Esperienze siffatte sono quelle che si riassumono nell’affermazione platonica per la quale
«un uomo che abbia davvero trascorso la vita occupandosi di filosofia affronta la morte senza timori» (Fedone, 63e, 31)
e che la filosofia dunque sia - debba essere - in gran parte una μελέτη θανάτου, una preparazione al morire (Ivi, 81a, 115).
Una saggezza del morire è quella che pervade i millenni egizi. Lo testimonia anche una piccola ma affascinante mostra in corso a Ragusa. Il tempo degli egizi è stato dedicato a preparare un viaggio che ha come guide e scorte gli dèi stessi, a una metamorfosi che è serena luce perché non ha niente di morale. Diversamente dalle religioni monoteistiche, in particolare diversamente dal cristianesimo, per gli egizi il defunto non subirà un giudizio che potrà condannarlo a delle pene infinite. È questa infatti una terribile assurdità moralistica, anche perché una conseguenza infinita di fronte alla brevità in ogni caso della vita che si è vissuta è un conrtrosenso logico e ontologico.
Il transitare al quale ogni elemento del mondo egizio è rivolto ha l’effetto di riempire di pienezza e di senso gli anni nei quali si è stati vivi. L’immagine di apertura mostra quattro vasi di alabastro destinati a conservare i visceri estratti dal corpo del morto, vasi chiusi dalle teste di quattro divinità, dei quattro figli di Horus, tre dei quali sono raffigurati in forma di testa animale, a sancire la profonda unità che nel mondo egizio vi è tra l’animale, l’umano, il divino.
Emblematico e disvelatore è il frammento di un edificio cultuale del re Djoser, un sovrano della III dinastia dell’Antico Regno, trovato nell’area del tempio di Eliopoli (2650-2580 a.e.v.). La colonna davanti alla quale sta il sovrano recita: «dotato di vita, stabilità, potere e gioia per sempre». In realtà il sempre è l’altrove degli umani e di tutti i viventi, un altrove che nessuno di loro potrà mai attingere. I divini abitano nel sempre ma i viventi abitano nell’adesso. Due temporalità diverse. Ma il desiderio degli umani, egizi compresi, è di esistere appunto in questo inattingibile altrove.
Inattingibile poiché l’adesso finito è la struttura di tutto ciò che esiste: tempo che da se stesso e in se stesso trova ed esplica il proprio divenire. Anche questo è il significato dell’invito spinoziano:
«Homo liber de nulla re minus quam de morte cogitat et ejus sapientia non mortis sed vitæ meditatio est; l’uomo libero a nulla pensa meno che alla morte e la sua sapienza è una meditazione del vivere, non del morire» (Spinoza, Ethica, parte IV, prop. LXVII).
Quello di Spinoza, infatti, non è un invito a nascondere ma ad accogliere sino in fondo il senso del morire nel tessuto inarrestabile e potente della materiamondo.
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