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Giusto “censurare” Trump?

Incitare a sovvertire la democrazia, esortare a bruciare i “negri” oppure cantare alla radio “Faccetta nera”, è libertà di pensiero?
di Adriano Todaro - mercoledì 20 gennaio 2021 - 846 letture

La scorsa settimana si è dibattuto molto su libertà d’informazione e libertà d’espressione. Gli account del presidente uscente Usa, Trump, sono stati bloccati e rimossi da alcune piattaforme (Facebook, Instagram e Twitter). La motivazione, ormai conosciuta, è chiaramente espressa da Mark Zuckerberg, il quinto uomo più ricco del mondo: «Il rischio di consentire al presidente di continuare a usare il nostro servizio in questo momento è semplicemente troppo grande».

Intanto sentire parlare di democrazia al quinto uomo più ricco del mondo fa specie perché, sino ad ora, questi signori del virtuale non si sono mai accorti di ciò che avveniva sulle loro piattaforme. Spesso sono solo ricettacoli di personaggi bisognosi di cure psichiatriche. Attraverso questi strumenti, piccoli personaggi senza arte né parte, dalla professione quanto mai incerta, sono diventati feticci da adorare. Spesso c’è stato l’incitamento all’odio razziale, hanno auspicato i campi di concentramento, hanno propugnato i forni crematori per gli ebrei e i “negri”. A causa di questi canali, qualcuno si è suicidato dopo che era stata data in pasto a “tutti” qualche sua fotografia intima, scattata in un momento particolare.

Bisogna, però, ritornare alla domanda iniziale. È giusto la censura a Trump? Lasciando perdere il famoso detto di Voltaire, citato a sproposito da personaggi chiaramente democratici come la signora Meloni e il signor Salvini, bisogna domandarsi se le “idee” violente o razziste sono tali o sono, piuttosto, incitamento al rovesciamento della democrazia. Se io, con il mio “cinguettio”, incito a massacrare “froci” e “negri”, se da Facebook chiedo ai fanatici di QAnon di assaltare la Casa Bianca sto portando avanti le mie “idee” oppure sto compiendo solo atti contro la democrazia? Non sto forse sovvertendo le basi su cui si fonda la convivenza civile? Quando l’assessora del partito della signora Meloni canta, dai microfoni della radio del Sole 24 Ore, “Faccetta nera”, cosa sta facendo? Se l’assessora all’Istruzione (sic!) ‒ la quale dovrebbe conoscere i valori fondanti della Costituzione italiana ‒ si comporta così, figuriamoci gli altri.

L’assessora è solo il simbolo di una regressione culturale e civile che in questi anni è andata avanti grazie al lassismo di chi doveva controllare e non l’ha fatto. Grazie a coloro che considerano queste pericolose esternazioni “ragazzate”. E “ragazzate” sono anche i raduni mangerecci con il capoccione di Mussolini sul tavolo e amenità del genere e anche il bullismo via Rete è considerato una “ragazzata”. Il problema più evidente è che la politica ha perso i colpi, è rimasta indietro mentre la tecnologia va velocissima. Ora ci si accorge della grande potenza che hanno queste piattaforme, ci si accorge solo ora dello strapotere, il potere senza limiti che hanno personaggi come il miliardario di Facebook, ci si accorge che essi possono determinare un risultato elettorale, possono far passare idee antidemocratiche, possono decidere, spesso, anche cosa devi leggere, come ti devi comportare, che programmi Tv seguire ecc.

C’è però un risvolto della medaglia. Se io chiudo quell’account, se è il miliardario americano che decide chi deve “cinguettare” e chi no, allora domani può capitare che chiudano anche il mio di account, quando scrivo, ad esempio, che la Resistenza è stata la pagina più importante della storia del nostro Paese. Inoltre chiudendo i siti di Trump si è dato a lui la patente del perseguitato. Lui è straricco e non avrà problemi a trovare l’alternativa a Facebook, ma io che non rappresento nessuno e non ho potere economico, cosa faccio?

E gli esiti si stanno già vedendo. La Commissione europea per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, ha approvato il “Regolamento antiterrorismo”, col voto dei socialisti e del PPE e col voto contrario dei verdi e della sinistra. Il quotidiano il manifesto lo spiega con un’iperbole. Lasciamo parlare il quotidiano: «Immaginiamo che sulle pagine Facebook di questo giornale – dove si può discutere, si possono commentare le notizie – un giorno sia pubblicato un articolo sull’Ungheria. Una notizia sull’ennesimo attacco ai diritti promosso dal governo Orban. E ipotizziamo anche che un utente, particolarmente arrabbiato, scriva un commento magari un po’ sopra le righe. Tipo: bisogna trovare qualsiasi modo per impedire al governo di Budapest di agire. Bene, grazie al regolamento appena votato, il governo Orban – o addirittura la polizia ungherese, come vedremo – potrebbe chiedere che il commento sia rimosso. Entro un’ora dalla sua pubblicazione. Perché ritenuto “contenuto terroristico”. Se quel breve commento restasse più a lungo, i fornitori di servizi hosting potrebbero andare incontro a sanzioni pesantissime…».

E c’è un’aggravante. Si dà tempo un’ora per eliminare il commento “terroristico”. Questo lo possono fare solo le grandi multinazionali, i piccoli provider non lo potranno mai fare perché non hanno neppure il personale sufficiente, personale che, per risparmiare, durante il sabato o la domenica non lavora. E allora come si fa? La Commissione indica di utilizzare i filtri automatici. Per farlo è necessario dotarsi di software dal costo di centinaia di migliaia di euro. Quindi… Altro problema: chi potrà ordinare la rimozione? La risposta è nel testo: qualsiasi Stato membro dell’Unione. Non obbligatoriamente un giudice, come sarebbe ovvio. E non è ancora finita: perché anche autorità delegate da ogni singolo Stato potranno chiedere la cancellazione dei contenuti ritenuti terroristici. E l’ ”autorità” sarà indicata e decisa da ogni singolo Paese. A sua discrezione. Significa che anche la polizia potrà avere quel potere.

Chi ha la mia età si ricorderà quello che è avvenuto nel dicembre 1980, a Roma. Venne sequestrato il giudice Giovanni D’Urso che dirigeva l’ufficio terzo della Direzione generale carceraria, al ministero di Grazia e Giustizia. In cambio della sua vita le Br chiedevano la chiusura dell’Asinara. La politica, come al solito, si divise e il 28 dicembre divampò una rivolta nel carcere di Trani repressa dai Gis (Gruppo intervento speciale carabinieri). Per vendetta, il 31 dicembre, i brigatisti uccisero il generale Enrico Galvaligi. Un dicembre, quello del 1980, terribile. Nel frattempo D’Urso era stato condannato a morte ma si sarebbe salvato solo se la stampa avesse pubblicato un proclama sottoscritto dal comitato di lotta del carcere di Trani. Ci fu una divisione fra le testate disponibili a pubblicare il comunicato pur di salvare una vita umana e coloro che non volevano, assolutamente, fare da “cassa di risonanza” ai brigatisti. Nel primo gruppo Giuliano Zincone, direttore de Il Lavoro di Genova, decise di pubblicare i comunicati delle BR, insieme ai quotidiani Avanti!, il manifesto, Il Messaggero, La Nazione, Lotta continua. Nel secondo gruppo, la stragrande maggioranza dei quotidiani. Il Tempo (diretto in quel momento da Gianni Letta), fu il primo a dire di no; sulla stessa linea il Corriere della Sera, il Giornale nuovo, Il Giorno (impegno alla pubblicazione dei documenti solo dopo la liberazione di D’Urso), il Resto del Carlino, l’Unità, Paese Sera, Avvenire, il Mattino, la Repubblica.

D’Urso fu liberato e all’interno delle redazioni ci furono scontri fra i fautori della pubblicazione e quelli contrari. Ci furono anche ripercussioni. Giuliano Zincone si dovette dimettere da direttore mentre Il direttore della Nazione, Gianfranco Piazzesi, avrebbe voluto pubblicare, ma fu impedito dal proprietario del gruppo, Attilio Monti. Il Lavoro faceva parte del gruppo Rizzoli; la Nazione del gruppo Monti (Resto del Carlino). I proprietari della Rizzoli e del gruppo Monti, in seguito si scoprì che erano iscritti alla P2 di Licio Gelli.

La libertà di pensiero deve essere garantita a tutti ad esclusione, però, di chi fomenta l’odio e incita a colpire i nemici. Ma a decidere questo non può essere un miliardario americano, ma tribunali e giudici, leggi. Non mi sembra pertinente osservare che i social network sono aziende private e quando t’iscrivi è ben chiaro quali siano i limiti del tuo operato virtuale. Oggi, non nascondiamoci dietro al dito, i social sono piazze, sono gli strumenti che hanno sostituito purtroppo ‒ ma questo lo dico io ‒ la discussione politica e i comizi. Se faccio un comizio in piazza e dico che bisogna ammazzare tutti i “froci”, gli ebrei, i “negri” e via dicendo, intervengono i carabinieri. Perché, invece, sui social posso affermare questo e anche peggio? Siamo sicuri che sia censura togliere gli account a questi squadristi da tastiera?


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