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Dalle meringhe alla pettinatura di Draghi e Conte. Poveri 5 Stelle finiti nel tritatutto della politica assieme a Brunetta
di Adriano Todaro - mercoledì 17 febbraio 2021 - 859 letture

Sono molto contento di vivere in un Paese dove la stampa è libera e indipendente e dove, finalmente, abbiamo un governo come si deve: tecnico ma anche no; politico ma anche no; nuovo ma anche no. Un governo dei migliori e non, come prima, un governo inaffidabile. Che sia diverso, questo governo, lo si può capire leggendo, appunto, la stampa libera e indipendente. E lo si capisce anche dalle meringhe. La Stampa degli Agnelli ‒ quindi libera e indipendente ‒ va ad intervistare Marco Stefanini. Chi è, direte voi? Ora ve lo spiego: è il titolare del Caffè degli Artisti dove Draghi e sua moglie, Serenella, vanno ad acquistare le meringhe di cui sono ghiotti. E così veniamo a sapere che lui [Draghi] è «più riservato, lei più aperta e socievole». Poi il signor Stefanini ci illustra il «garbo e la gentilezza della signora Serenella» che va da lui ad acquistare le meringhe «che prepariamo quasi esclusivamente per lei». Attenta al colesterolo, verrebbe da dire. Panorama, invece, di proprietà di Berlusconi ‒ quindi libero e indipendente ‒ sta più sul versante medico e ci ricorda che il nostro Paese ha bisogno di un «ricostituente per ripartire sulla via della crescita. E Mario Draghi sembra la scelta migliore». Il Corriere della Sera, di proprietà di Urbano Cairo ‒ quindi libero e indipendente ‒ è più profondo come si conviene ad un giornale di lunga tradizione. Si rifà alla «visione di Spinelli e di De Gasperi». E chi si rifà agli europeisti? Naturalmente Mario Draghi. Il Riformista di proprietà prima degli Angelucci e oggi di Alfredo Romeo (processo Consip) ‒ quindi libero e indipendente ‒ preferisce far parlare gli altri di Draghi e va a sentire un grande politico come Bruno Tabacci vecchio democristiano che non rappresenta nessuno, ma proprio per questo è sempre al centro della scena politica. Tabacci così sentenzia e conviene che: «Chi non abbia mai conosciuto Draghi prima d’ora si possa sentire anche in soggezione una volta che ce l’ha davanti, per determinazione e lucidità». Apprendiamo anche che da come uno si pettina, si può determinare la sua fortuna politica. Per questo io, che sono calvo, non ho mai fatto carriera politica. Il tutto viene ricordato da quel grande quotidiano che, per molti anni, è stato scambiato per un giornale di sinistra, la Repubblica. Il quotidiano, di proprietà sempre degli Agnelli ‒ quindi libero e indipendente ‒ ci ricorda quanti siano importanti i capelli: «Se si guarda il capo degli ultimi due presidenti del Consiglio si coglie subito la differenza fra loro, Conte esibisce un ciuffo sbarazzino… Draghi usa invece la riga alla maniera tradizionale. Si chiama scriminatura…». Capito perché Draghi ha vinto e Conte silurato? Dopo qualche giorno, il medesimo quotidiano, la butta in musica: «Passare da Alfonso Bonafede a Marta Cartabia, al ministero di Grazia e Giustizia, è come togliere Al Bano e mettere Nina Simone».

La politica non è l’arte dell’impossibile. Di artistico non c’è proprio nulla nella politica. Rimane l’impossibile e questo va alla grande. E così al governo vedremo i discepoli di chi ha “una naturale capacità a delinquere”, la mamma dei neutrini, il grande economista che tutti c’invidiano strappato dagli ozi di Ravello, che scrive sul Riformista di Alfredo Romeo. Quanto all’appartenenza politica, ci sono 3 ministri del Pd (Franceschini, Orlando, Guerini), 3 della Lega (Giorgetti, Garavaglia, Stefani), 4 dei 5 Stelle (Di Maio, D’Incà, Dadone, Patuanelli), 3 di Forza Italia (Brunetta, Carfagna, Gelmini), 1 di Italia viva (Bonetti), 1 di Leu (Speranza). Gli altri ministri — 8 su 23 — sono “tecnici”.

In questa situazione chi sta peggio sono i 5 Stelle. I risultati delle votazioni degli iscritti danno 60 a 40. Non una grande vittoria per il sì a Draghi. Del resto, com’è pensabile che il futuro lo si possa scrivere con Giorgetti e Brunetta? Con Gelmini e Franceschini? Oppure con l’ex sindaco di Lodi Guerini?

Però Grillo ha strappato il ministero della “Transizione ecologica” e lo dirigerà uno che frequentava la Leopolda dello statista di Rignano. Valeva la pena tutto questo? Transizione ecologica è un bel termine ma dentro il governo ci stanno, corposamente, quelli che vogliono il ponte sullo Stretto, il Tav e altre sconcezze. E anche qua l’impossibile funziona a meraviglia. Grillo ha definito, negli anni scorsi, Draghi un personaggio che «ricompensa il crack finanziario azzerando il welfare dei paesi… per loro la Sanità è un costo, la pensione è un costo, la scuola è un costo. Stanno tagliando tutto questo per pareggiare il crack finanziario con l’economia reale. Il ricatto sull’articolo 18 è sulla Bce… un banchiere mai eletto da nessuno che lavora per conto della finanza, di chi vuole la garanzia che gli investimenti nelle imprese italiane comprate in questi mesi per un pezzo di pane e la quota di debito pubblico non vengano perduti».

Ora ci dice che Draghi è un grillino, che potrebbe iscriversi ai 5 Stelle. Sono proprio contento di non essere un loro iscritto.


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