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Gesù e Cristo

Gesù e Cristo / di Vito Mancuso. - Milano : Garzanti, 2025. - 768 p. - ISBN: 88-110-1644-4.

di Redazione Zerobook - martedì 13 gennaio 2026 - 195 letture

Nel nome del padre / di Vito Mancuso

La figura storica di Gesù, e quella religiosa di Cristo vanno esaminate separatamente ma costituiscono due dimensioni comunicanti che si ritrovano in ognuno di noi

Gesù nacque a Nazaret; Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terreno; Cristo era il Figlio unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle; Cristo era figlio unico. Gesù ebbe come maestro Giovanni il Battista; Cristo era cugino del Battista e non aveva bisogno di nessun maestro. Gesù non si capisce senza il Battista; Cristo non si capisce senza Pietro e senza Paolo.

Nessuno di noi ha incontrato Gesù; tutti noi abbiamo incontrato Cristo. Gesù è sconosciuto; Cristo è conosciutissimo. Di Gesù ben pochi parlano e coltivano la spiritualità; di Cristo ogni giorno sulla terra si proclama la natura divina affermando che è «della stessa sostanza del Padre» e si celebra il memoriale della morte e risurrezione, dichiarando di attenderne la venuta: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta» (anche se di fatto, ormai, pressoché nessuno attende tale sua venuta).

Alla luce di queste affermazioni, che nel corso del libro verranno tutte documentate, deriva quanto segue: che Gesù e Cristo sono due personaggi diversi. Il che si contrappone alla comune interpretazione bimillenaria che fa di loro una cosa sola, tanto che i più intendono Gesù Cristo come nome e cognome. Ma Gesù e Cristo sono due personaggi diversi. E in quanto tali, rimandano a due religioni altrettanto diverse. La prima tramontò ben presto rimanendo pressoché sconosciuta; la seconda ebbe un successo mondiale divenendo la più diffusa del pianeta. La prima è il gesuanesimo, la religione di Gesù. La seconda è il cristianesimo, la religione fondata successivamente dai suoi discepoli, tra i quali emergono Pietro di Betsàida e Paolo di Tarso.

Gesù è un nome ebreo; Cristo è un nome greco. Ma non è solo una questione di nomi. I nomi sono così importanti proprio perché non è quasi mai solo questione di nomi, in quanto essi portano sempre con sé già nella loro esteriorità il sapore e il valore del contenuto. Gesù-Cristo è l’unione teoreticamente impossibile, e tuttavia da duemila anni storicamente esistente, di una spiritualità ebraica e di una spiritualità greca. Questa unione innaturale costituì la religione in cui l’Occidente per molti secoli credette e su cui fondò la propria civiltà. Atene e Gerusalemme ne costituirono l’anima, Roma il corpo.

Oggi non è più così. Oggi la maggior parte degli occidentali si dice del tutto serenamente non-cristiana. Oggi in questo Occidente (di cui non pochi abitanti neppure sono disposti ad ammettere un’identità culturale comune, tale da plasmare, non dico una civiltà, ma almeno una base per l’etica e la convivenza sociale), il progressivo declino del cristianesimo è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti e un processo, a mio avviso, inarrestabile. Gli occidentali avranno sempre meno a che fare con il cristianesimo, di cui non conoscono la dottrina e la storia, non frequentano i riti, non ne leggono il libro sacro, non accettano i valori, ignorano le preghiere. Dal punto di vista religioso qui in Occidente siamo di fatto in una situazione descrivibile come «post-cristiana».

La volontà di illustrare questa condizione e di concorrere in parte a risanarla è la causa che mi ha portato a scrivere questo libro, nella speranza che esso possa contribuire a quella che Teilhard de Chardin chiamava «Religione a misura della nuova Terra» di cui il nostro tempo ha urgente bisogno, anche se non lo sa. Rispetto a essa il teologo e scienziato gesuita scriveva: «Continuo a credere che sia il Cristianesimo – purché opportunamente pensato e ripensato – a contenerla in nuce». Io aggiungo che tale ripensamento non può che essere radicale, ed è in questa prospettiva che ho scritto questo libro.

Lo scopo perseguito da questo libro è duplice: storico e teologico. A livello storico esso consiste nel liberare Gesù da tutte le indebite sovrapposizioni subite dalla sua figura, riportandone alla luce, per quanto possibile, la forma genuina.

A livello teologico lo scopo consiste invece nel mostrare che le sovrapposizioni operate lungo la storia creando il personaggio Cristo, per quanto storicamente indebite e talora anche spiritualmente dannose, avevano una loro necessità e costituirono nonostante tutto un passo in avanti. Il punto, infatti, è che Gesù e Cristo, la Storia e l’Idea, non si escludono a vicenda, non sono tra loro per nulla incompatibili; anzi, dato che rappresentano due dimensioni costitutive di ognuno di noi, Gesù e Cristo hanno in realtà bisogno l’uno dell’altro, così come ognuno di noi ha bisogno sia della Storia sia dell’Idea.

Il mio scopo, quindi, non consiste nel separare definitivamente Gesù e Cristo distruggendo la loro bimillenaria simbiosi, come molti hanno fatto e continuano a fare; consiste piuttosto nel separarli per poi ricostruirne la simbiosi su basi nuove, in modo che torni a essere accettabile per la coscienza contemporanea. È come se si trattasse di una delicata operazione chirurgica nella nostra interiorità per la quale prima si deve usare il bisturi per aprire e dividere, poi l’ago e il filo per ricucire e richiudere. Sono convinto infatti di due cose: che il modo tradizionale della configurazione di quella simbiosi oggi per noi non è più sostenibile; ma che di essa, in quanto unione di Storia e Idea, noi abbiamo strutturalmente bisogno.

Abbiamo bisogno sia dell’esattezza della Storia sia della speranza dell’Idea; abbiamo bisogno sia di sapere come andarono realmente le cose, sia di sapere come farle andare avanti noi qui e ora, trovando le energie necessarie alla mente e al cuore. La Storia senza l’Idea veicolata dal mito (non solo in ambito religioso ma anche filosofico e politico) è un insieme di pietre scomposte simili ai ruderi di un sito archeologico abbandonato; l’Idea senza la Storia è calce viva che brucia gli occhi causando cecità e superstizione. È solo dall’unione di pietre e di calce che si può costruire la casa della mente che ha bisogno di capire e al contempo la casa del cuore che ha bisogno di sperare. Il compito della storiografia è di generare comprensione, il compito della teologia è di generare speranza; ma occorre che quest’ultima lo faccia in modo compatibile con la comprensione acquisita. Gesù è storia, Cristo è idea: i due personaggi e i rispettivi ambiti vanno rigorosamente distinti, ma al contempo armoniosamente integrati.

Vito Mancuso, La Stampa domenica 9 novembre 2025


Sinossi editoriale

Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terrestre, Cristo era il Figlio Unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle, Cristo era figlio unico. Gesù denunciava le ingiustizie, Cristo toglieva il peccato del mondo. Gesù morì gridando la sua disperazione, Cristo la sua vittoria. Se nessuno di noi ha incontrato Gesù, tutti noi abbiamo però incontrato Cristo. Chi fu dunque Gesù, e chi Cristo? E di chi parliamo quando ci riferiamo a Gesù-Cristo? Se già in precedenza Vito Mancuso aveva indagato il ruolo di Gesù come maestro di vita spirituale, accanto ad altri tre grandi maestri dell’umanità – Socrate, Buddha e Confucio –, ora in quest’opera capitale e innovativa raccoglie le ricerche e le riflessioni di una vita, dimostrando come la fede cristiana sia il frutto di una tradizione che, a partire da fatti documentati, si è a poco a poco arricchita di nuovi significati e di nuovi simboli. Mancuso non si limita tuttavia a districare la Storia (Gesù) dall’Idea (Cristo), ma arriva a riconoscere come, lungi dall’essere incompatibili tra loro, esse rappresentino due dimensioni costitutive di ognuno di noi. Se infatti la dottrina di cui il cristianesimo istituzionale è portavoce appare ormai insostenibile, è vero però che dell’unione di queste due dimensioni noi abbiamo bisogno, oggi più che mai: proprio nella loro distinzione e nella loro integrazione consiste il duplice scopo, storico e teologico, di questo libro.

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Copertina di Gesù e Cristo, di Vito Mancuso

GESÙ È CRISTO? DICO NO. GESÙ O CRISTO? NEANCHE

Intervista al prof. Vito Mancuso di Marco Ventura per il Corriere della Sera, domenica 9 novembre 2025

Sessantadue anni, genitori siciliani, nato e cresciuto in Brianza, bolognese adottivo, Vito Mancuso è da anni un autore di riferimento per chi cerca riflessioni teologiche e filosofiche alternative tanto al cristianesimo ufficiale quanto all’ateismo militante. Il suo nuovo libro, in uscita l’11 novembre, sviluppa i presupposti contenuti nelle tante opere precedenti, scardina consolidate elaborazioni religiose e laiche sulla coppia cui è dedicato il titolo Gesù e Cristo (Garzanti) e suggerisce una nuova lettura, tesa a creare tra i due "un’armonia a prevalenza Cristo". "La Lettura" raggiunge telefonicamente l’autore – che domenica 16 novembre chiuderà BookCity al Teatro Parenti con lo scrittore Javier Cercas – all’aeroporto di Istanbul, mentre rientra da un viaggio in Turchia.

Dunque, quale rapporto tra Gesù e Cristo?

Ci sono due ipotesi, due grandi tendenze. Per la prima, quella dei secoli del cristianesimo vincente e imperante, Gesù è Cristo. Non c’e nessuna distinzione. Tutto quello che è del personaggio storico è del Figlio di Dio e viceversa. Poi, con la nascita della coscienza storica, la ricerca storica ha opposto i due: Gesù o Cristo …

Lei da che parte sta?

Io non accetto l’identificazione canonica, Gesù è il Cristo, almeno non in quella maniera tradizionale. E non accetto l’opposizione, Gesù o Cristo.

Le preme anzitutto la distinzione tra i due.

In teologia dobbiamo onorare la coscienza storica, volenti o nolenti siamo tutti figli del metodo sperimentale, e dunque abbiamo il dovere deontologico di metterci di fronte a un frammento storico quale è stato Gesù di Nazareth e di rispettarlo nella sua peculiarità. Al contempo l’operazione che nel passato la tradizione cristiana ha fatto per unire Gesù e Cristo, nella misura in cui si fa teologia e non solo storiografia, va riproposta. È importante distinguere per poi unire a un livello più alto.

Che tipo di unione propone?

Se ha un senso la religione e quindi la teologia, che è riflessione sulla religione e sulla spiritualità, è esattamente comprendere che esiste una possibilità di salvezza. Riprendo nel libro varie volte quel passo di Ludwig Wittgenstein: "La risoluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo è al di là dello spazio e del tempo". Quindi il compito della teologia è pensare questo «al di là» e però pensarlo rispettando «l’al di qua».

Perché nel libro si parla di un’armonia a prevalenza Cristo?

Ma è evidente: perché solo Cristo, in quanto presenza del divino in un frammento storico, può salvare da questa catena di lutti, questo grande sarcofago mangiatore di carne, come lo definisco, che è la Storia. Di qui, la prevalenza decisa dell’Idea, avrebbe detto Hegel, o del Cristo Cosmico avrebbe detto Teilhard de Chardin. Anche Raimon Panikkar più di una volta nei suoi libri dice che Cristo è decisamente maggiore di Gesù.

Che cosa significa?

Ecco, Gesù è una modalità mediante cui questo grande paradigma della comunicazione di Dio agli uomini, che noi chiamiamo Cristo e altri chiamano in altri modi, ha raggiunto l’Occidente. Ma ne va proprio dell’essenza del cristianesimo – e, più ancora, della partita della religione e della spiritualità – che l’armonia si possa fare e debba essere a prevalenza Cristo e non a prevalenza Gesù. Altrimenti ci si appiattisce sul fenomeno storico, su ciò che la Storia consegna agli esseri umani.

Il Cristo che dovrebbe prevalere, secondo lei, non è tuttavia il Cristo redentore della tradizione?

Questa è la questione centrale: salvezza senza redenzione. Ovvero, non è un evento storico a costituire uno spartiacque prima del quale le cose erano in un modo e dopo del quale le cose sono mutate in un modo tutto diverso, a cui é necessario credere e partecipare per potersi salvare. Dunque non è un evento sacrificale, (a cui si partecipa mediante i sacramenti, battesimo ed eucaristia, quello che la grande tradizione ha sempre pensato) che ha cambiato il corso della storia e ha consegnato la salvezza in quanto perdono agli esseri umani a seguito del sacrificio della croce.

Quale salvezza, allora?

Io penso e affermo che il mezzo salvifico è l’etica, è la vita buona, è la vita giusta. Questa etica professata e vissuta non fa altro che esprimere una logica eterna, una logica che da sempre innerva il farsi del mondo. La salvezza non è qualcosa che avviene contro il mondo, a dispetto del mondo, quindi a dispetto della creazione.

Non è più, perciò, una salvezza attraverso il Cristo?

Cristo non è colui che salva perché ha offerto il suo corpo sulla croce con un sacrificio, con il suo sangue, con l’espiazione del peccato originale, ma è colui che salva nella misura in cui aderiamo a questa logica eterna che da sempre accompagna il mondo e che il lui si è manifestata. È questa la posta in gioco nel mio libro.

Si tratta di una critica fondamentale del cristianesimo.

Sostengo che il cristianesimo come redenzione è triplicemente infondato. È inverosimile storicamente, perché, come argomento nel libro, Gesù non voleva morire. È incomprensibile teologicamente, perché nessuna teoria sulla salvezza che proviene dalla croce resiste all’indagine circa le ragioni per cui Gesù ci avrebbe salvato morendo sulla croce. E poi è inaccettabile eticamente, perché si fa di Dio colui che usa Gesù per salvare gli esseri umani, uno strumento di espiazione, come San Paolo continua a ribadire in Romani 3,25.

Spieghi meglio.

Si strumentalizza Gesù e questo è eticamente inaccettabile. Viene meno la libertà di Gesù, la sua coscienza, la sua creatività, la sua responsabilità, se ne fa semplicemente un agnello immolato, «Ecco l’agnello di Dio», la vittima immolata per la nostra redenzione. Ho appena visto qui in Turchia le icone della natività: Gesù bambino non è in una culla, ma in un sarcofago, non è avvolto nelle fasce ma nelle bende mortuarie, proprio a significare il suo destino fin dall’inizio.

La sua triplice critica non dovrebbe portare ad abbandonare il cristianesimo? Perché parlare di neo-cristianesimo?

Secondo me non c’è alternativa. Sono molto preoccupato dalla situazione spirituale dell’Occidente. Siamo la prima società umana che nella storia mostra di essere priva di religione, il che ci rende stranieri morali gli uni con gli altri. Quello che per alcuni alcuni è un sommo diritto, per altri è un terribile delitto. Ci ritroviamo scollegati, sconnessi, disorientati. Quello che la religione ha sempre costituito per gli esseri umani è proprio l’orientamento di fondo, a livello individuale, e poi per la sua capacità di connettere tra loro le diverse libertà e di costituire una societas, un insieme non di stranieri morali, ma di soci.

Come arriva da qui al suo neo-cristianesimo?

Perso che in Occidente il cristianesimo tradizionale non sia più in grado di essere questo collante delle singole libertà che ci rende soci. Al contempo, però, penso che nessun’altra spiritualità lo possa essere. Non penso che possiamo aderire a qualunque altra religione. Penso che l’Occidente sia chiamato a penetrare fino in fondo la propria tradizione, a rinnovarla nella linea di quei teologi a cui mi ispiro, come Hans Kung, Raimon Panikkar, Paul Tillich, prima ancora l’autore di "Senza Buddha non potrei essere cristiano" Paul Knitter. Non a caso Knitter non scrive: "Basta cristianesimo"; ma scrive: "Senza Buddha non potrei essere cristiano".

Di che cosa c’è bisogno, soprattutto?

Il cristianesimo ha bisogno di un rinnovamento, di aria diversa, di onestà. Guardi, dell’ onestà di guardare in faccia seriamente questa tradizione, senza avere nulla da difendere, senza volere mentire anzitutto a sé stesso e poi agli altri per far tornare i conti.

E le altre religioni? Può il cristianesimo rinnovarsi senza che tutte le religioni si rinnovino?

Ciascuno deve fare il suo. Ora mi trovo in un Paese musulmano. Non posso andare da un musulmano e dire tu devi fare così e cosà. Questo non spetta a me. Non posso andare da un fedele ebreo e dire: devi mettere da parte quello che io chiamo israelismo e accettare invece la verità profonda dell’ebraismo. Penso che questo sia un compito della coscienza universale.

Che cosa intende precisamente con coscienza universale?

Ricordo ancora il giorno in cui mi commossi quando scoprii Il capitolo 125 del Libro dei morti dell’Antico Egitto, tale e quale il Vangelo di Matteo, ma scritto 1.500 anni prima. «Ho onorato Dio con ciò che egli ama. Ho dato da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, una veste all’ignudo e una barca a chi non l’aveva». Ecco, questo è il nucleo della spiritualitá universale. Di quell’etica universale che ti fa sentire al cospetto di una logica di bene.

Ma così non si riduce tutto a etica?

Niente affatto. E che partendo dall’etica e arrivando all’etica il banco di prova effettivo è la spiritualità. Si sente proprio questa comunione con tutti i giusti di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Ho appena visitato a Konya il mausoleo di Rumi, questo poeta sufi innamorato dell’amore di Dio e del fatto che questo amore di Dio è nel cuore di ogni singolo umano. Questa cosa io la credo profondamente e mi gioco tutto il mio pensiero sul radicamento della spiritualità nel cuore dell’essere umano. Non il cuore in quanto psiche, ma il cuore in quanto spirito.

Il suo neo-cristianesimo è poco storico, si direbbe.

O il cristianesimo è escatologia e soteriologia al contempo, o serve a ben poco. La forza del cristianesimo deve essere la sua capacità di tornare a ripresentarsi come teoria della salvezza e come teoria delle cose ultime, come contatto, comunione con l’eterno. Solo a questo patto c’è religione e spiritualità. Se no, va bene, son tanti saggi storici, il Gesù storico faceva e diceva, ma non c’è quella capacità di parlare all’anima del credente. Insomma, non c’è lo specifico della religione.

Come vede il suo ruolo.

Il mio ruolo è quello di "guida dei perplessi", il sottotitolo del mio libro pubblicato da Garzanti nel 2011, Io e Dio. C’erano cinquanta persone in questo viaggio in Turchia non credenti, credenti perplessi, persone alla ricerca. Sono loro i miei lettori. Non si ritengono più del tutto conformi alla tradizione cristiana, al catechismo, insomma al cattolicesimo istituito, e al contempo non si sentono di poter abbracciare l’ateismo. Ma perché io stesso sono così, non è che mi son cercato una fetta di mercato (Ride).

Pensa di fondare una nuova Chiesa?

Per l’amor del cielo, sono lontanissimo anche semplicemente dal voler fondare una comunità, non dico un movimento, meno che mai una Chiesa, ma neanche una comunità. Io credo che il mio compito sia quello di offrire la mia ricerca onesta, questo ci tengo a dichiararlo, naturalmente perfettibile, ma insomma di far pensare le persone, il mio ruolo è questo.

Come dobbiamo presentarla?

Mi definisco al contempo teologo e filosofo. Ci tengo molto alla dimensione filosofica, alla dimensione del dubbio, dell’indagine, della ricerca. Non c’è nessuna istanza superiore alla coscienza, alla mia coscienza, alla coscienza umana. Io penso che obbedendo alla coscienza si obbedisca allo Spirito Santo.


Questo libro è stato acquistato in libreria ed è presente nella bibliotheca. Ha un tentativo di recensione.



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