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Genova anche per noi

Al “movimento dei movimenti,” raggiunto l’apice a Seattle nel novembre 1999, si metterà fine a Genova. Per molti il trauma sarà inarrestabile e inestinguibile; tantissimi smetteranno di partecipare per sempre e scelsero di “stare a casa.” C’è chi ha continuato a fare politica, o ha deciso di cominciare da quei giorni.

di Massimo Stefano Russo - lunedì 19 luglio 2021 - 993 letture

Possono degli uomini in divisa, servitori dello Stato, limitare le libertà, violentare, pestare, e diventare così inaffidabili da passare per nemici? Si può pensare di applicare una gestione paramilitare dell’ordine pubblico? La fiducia nelle istituzioni, a difesa della libertà, si perde se la gestione pacifica dei conflitti, in grado di negoziare, è sostituita con la militarizzazione del territorio, inteso campo di battaglia e di scontro fisico. I partiti nell’appellarsi a ordine e legalità, come unici depositari, riconoscono l’esercizio della violenza istituzionalizzata, per proteggere e garantire, ma i corpi speciali accanendosi spesso degenerano. La parola tortura che si associa ai regimi autoritari e alle dittature arriva ad assimilare la violenza inaudita di agenti in nome dello Stato democratico. Il conflitto tra le istituzioni dello Stato evidenzia le radici profonde che invocano la protezione a fronte della fedeltà governativa. La furia punitiva toglie dignità alla persona, può trasformare la vittima nel colpevole, addossandogli la responsabilità della sua azione. Perché considerare l’accertamento giudiziale un attacco al corpo di polizia? E’ tollerabile lasciare le cose come stanno? Come spiegare che gli imputati condannati hanno occupato posti apicali con responsabilità operative? Gli organismi della democrazia vanno sempre garantiti, cosa che non accadde a Genova nei giorni cruciali, con la città divisa tra zona gialla e rossa.

Analizzare il contesto storico, i fatti visti e vissuti delle persone e la memoria che ritorna sull’attualità del passato è importante. Il contributo dei mezzi di informazione è rilevante, ma commenti e giudizi superficiali vanno evitati. E’ importante far conoscere e ricostruire i fatti, raccontando gli eventi attraverso le fonti, ma ancor di più analizzarli e approfondirli. Tenendo conto che c’è grande differenza tra verità storica e verità processuale, ma lo Stato di diritto necessita di entrambe.

Resta molto da capire dei fatti del G8 di Genova dove ci fu una “torsione antidemocratica”: vanno rivisitati alla luce dell’accaduto in questi anni. Per una generazione di giovani che si affacciava alla politica il G8 di Genova è stato l’ultimo impegno pubblico. Dopo verrà la cura delle ferite, fisiche e psicologiche, col ritorno al privato.

Genova nell’immaginario è “la Superba”, la città della lanterna, espressione di canzoni magiche e ricca di risate. Ma per anni il fantasma di Genova 21 luglio 2001, della violenza gratuita che scorre e coinvolge élite e massa, risuonerà minacciosa negli echi degli spari, potenzialmente letali [1]. Dal dicembre 1999 si sapeva che il G8 del 2001 si sarebbe svolto a Genova. Allarmismo, panico e fobia precedettero il G8. I riflettori mediatici accesi a fine maggio, parlavano di possibili contestazioni. Le proteste sociali, gli scontri di piazza e gli attacchi ai simboli della globalizzazione avevano contraddistinto i vertici precedenti e posto al centro dell’attenzione il conflitto tra capitale e lavoro. La paura di disordini, azioni violente, attentati e attacchi alle istituzioni si rifletteva nell’immaginario pubblico.

Genona 2001 G8 e piazza Diaz

A fine 2000 partiva la macchina organizzativa del contro vertice. Il 19 dicembre nasceva il “Patto di lavoro” un coordinamento di 1015 associazioni (1187 aggiunti i gruppi internazionali) per attivare e sensibilizzare la cittadinanza su temi specifici, nel rispetto di modi e percorsi autonomi. Il 27 febbraio si passa alla denominazione “Genova Social Forum”, ma le richieste del Gfs non avranno risposta. Si programmava una settimana di incontri sui temi della globalizzazione dal 16 al 22 luglio.

Come si arrivò a compiere e giustificare le violenze della Diaz e di Bolzaneto? Dal 19 al 21 luglio 2001 scesero in piazza persone con età anagrafiche diverse, esperienze di piazza pregresse e livelli di partecipazione politica diversi. Guidare avvenimenti complessi, con le tensioni inasprite dilaganti, è difficile, ma la violenza rivolta al futuro, prevedibile e presumibile, non va sottovalutata.

“Un altro mondo è possibile” era lo slogan scandito per le strade, dove si incrociavano memorie politiche diverse, persino inconciliabili o incompatibili, ma con lo stesso intento. Manifestava chi era politicamente attivo, ma c’erano anche migliaia di persone senza appartenenze dichiarate o legami specifici a protestare contro le ingiustizie. In una città angosciata e violentata si predispose di chiudere il porto civile e commerciale, l’aeroporto e il centro della città dal 18 al 22 luglio, inaccessibile senza pass. A Genova arrivarono oltre 200.000 persone dall’Europa e dal mondo. Centinaia le associazioni, le organizzazioni non governative, i gruppi religiosi, la “sinistra diffusa”. Nella città militarizzata, sotto il sole cocente, tra sudore e lacrimogeni e paura degli scontri, un clima cupo e mortifero. La zona rossa prevedeva il controllo militare dei varchi, il blocco della rete fognaria, ma i Black Bloc, furono lasciati liberi di muoversi per la città a sfasciare banche e negozi, spinti da polizia e carabinieri verso i cortei e saranno il pretesto per caricare a freddo la stragrande maggioranza pacifica. L’uccisione di Carlo Giuliani, da parte di un carabiniere che non doveva stare lì, fu l’esito tragico della condotta repressiva, diffusa e reiterata delle forze dell’ordine. La gestione dell’ordine pubblico fu fallimentare e violenta, un disastro sul piano organizzativo, si tradurrà in paura e senso di impunità, alimentati da improvvisazione, disordine e violenza. Niente è rimasto di quel movimento, nell’Italia aderente al neo-liberismo, con la sinistra “moderata” debitamente distante. Come tenere insieme culture e pratiche politiche diverse?

In tanti, di fronte alla libertà tolta arbitrariamente a migliaia di persone inermi e innocenti, ritornarono a fare quanto facevano già in associazioni, centri sociali, gruppi e gruppetti. Al “movimento dei movimenti,” raggiunto l’apice a Seattle nel novembre 1999, si metterà fine a Genova. Per molti il trauma sarà inarrestabile e inestinguibile; tantissimi smetteranno di partecipare per sempre e scelsero di “stare a casa.” C’è chi ha continuato a fare politica, o ha deciso di cominciare da quei giorni.

Chi sostiene l’eccezionalità degli eventi del G8 come un fatto isolato non tiene conto che violare il diritto è intollerabile. Sospendere la legge fa precipitare nel “luogo del non diritto”.

A Genova agì e si utilizzò una cultura fascista violenta, contro decine di migliaia di giovani e meno giovani che anche quando manifestavano pacificamente erano considerati nemici molto pericolosi.

Interessi forti e convergenti si mossero per distruggere quel movimento, con una risposta militare violentissima, pianificata per eliminare un movimento dalle solide tracce politiche, l’ultimo politicamente incisivo. (Il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini e altri quattro parlamentari di An si stabilirono per due giorni nella centrale operativa delle forze dell’ordine). Se manca il confronto, il distacco dalla coscienza critica della società è definitivo. L’oblio va contrastato con impegno ricorrendo ai tanti altri sguardi, dando voce alle storie ricche di sfumature che appartengono a tutti e soprattutto riprendendo la politica del cambiamento possibile.

[1] Guccini, Piazza Alimonda; Cristicchi, Genova Brucia.


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