Genova 2001–2025: la memoria che brucia, la repressione che ritorna
"Ventiquattro anni fa, Genova fu l’epicentro di un’insurrezione morale contro il capitalismo globale. Una moltitudine irriducibile invase le strade per sognare un mondo diverso, per smascherare l’arroganza dei potenti" (Stefano Milani, Collettiva).
Ventiquattro anni fa, Genova fu l’epicentro di un’insurrezione morale contro il capitalismo globale. Una moltitudine irriducibile invase le strade per sognare un mondo diverso, per smascherare l’arroganza dei potenti. Oggi, mentre quel ricordo viene sterilizzato e rimosso dalla memoria ufficiale, il governo Meloni rilancia un “decreto sicurezza” che trasuda vendetta, disciplina e paura. Un’operazione dall’inconfondibile odore stantio di repressione già vista.
Il provvedimento criminalizza il dissenso, imbavaglia la protesta, concede pieni poteri alla forza pubblica e introduce pene aberranti per chi occupa, manifesta, interpella l’ordine. In sostanza, decreta la chiusura dello spazio democratico, proprio come accadde nel luglio 2001, quando manganelli, torture e menzogne di Stato si abbatterono su chi osava immaginare alternative.
Come allora, la parola “democrazia” si svuota quando l’opposizione sociale viene trattata come una minaccia. Come allora, la violenza non proviene dalla piazza, ma dalle istituzioni. E come allora, si costruisce la farsa moralistica dei “manifestanti buoni” contrapposti ai “cattivi”, per isolare la rabbia e depotenziare la collettività.
Genova fu un banco di prova. Le torture della Diaz e di Bolzaneto non furono deviazioni, ma parte di una dottrina. Oggi quella logica si rinnova: schedature, daspo preventivi, galera per chi turba il decoro pubblico o l’ordine del capitale. Un ordine che tutela i privilegiati, opprime i lavoratori, mercifica i beni comuni e trasforma il disagio in oggetto di controllo.
Il disegno è chiaro. Questa destra muscolare – spavalda con i fragili, prona con i potenti – vuole estirpare il conflitto, addomesticare la politica, sterilizzare la partecipazione. Le piazze fanno paura, il pensiero critico è intollerabile, la disobbedienza va estirpata con il codice penale.
Per questo ricordare Genova non è celebrazione ma resistenza. Non è un esercizio commemorativo, ma una dichiarazione d’intenti. È affermare che la verità sopravvive a silenzi, archiviazioni e falsificazioni. È riconoscere che lo spirito di allora – cosmopolita, radicale, generoso – resta un incubo per chi governa col manganello e la menzogna.
Ed è un avvertimento: chi oggi applaude il pugno duro, domani scoprirà di aver firmato la propria condanna al silenzio. La repressione non ha confini: parte dai “nemici interni”, ma finisce per travolgere chiunque osi deviare dalla norma imposta.
Nel nome di Carlo Giuliani e delle migliaia che sfidarono il G8, ricordiamo che la lotta non è archiviabile. Un altro mondo non è solo possibile: è indispensabile. E nessuna legge potrà mai estinguere il fuoco della dignità, della rivolta sociale, della solidarietà organizzata.
Fonte: articolo di Stefano Milani, direttore di:Collettiva.
I fatti della scuola Diaz
I fatti della scuola Diaz sono avvenuti al termine delle tre giornate del vertice G8 di Genova 2001, nel quartiere di Albaro, a Genova. Nella notte del 21 luglio 2001, nel complesso scolastico Diaz-Pertini e Pascoli, in quell’occasione adibito a centro stampa del coordinamento del Genoa Social Forum, rappresentato da Vittorio Agnoletto, facevano irruzione i Reparti mobili della Polizia di Stato con il supporto operativo di alcuni battaglioni dei Carabinieri. Furono fermati 93 attivisti e di questi, 63 furono poi portati in ospedale, tre dei quali in prognosi riservata e uno in coma. Il primo giornalista a entrare nella scuola Diaz fu Gianfranco Botta e le sue immagini fecero il giro del mondo: le immagini testimoniavano quello che fu definito lo scenario di un pestaggio da "macelleria messicana" dal vicequestore Michelangelo Fournier. Finirono sotto accusa 125 poliziotti, compresi dirigenti e capisquadra.
Tra i 93 giornalisti e attivisti, ospiti all’interno della scuola per passare la notte, dopo l’irruzione della polizia, 82 furono feriti e 63 finirono in ospedale, da qui parte di loro fu nella notte prelevata dalla polizia e portata nella caserma del reparto mobile di Genova Bolzaneto, i restanti 19 seppur feriti, vi furono portati direttamente dalla scuola.
All’operazione di polizia ha preso parte un numero tutt’oggi imprecisato di agenti: la Corte di Appello di Genova, pur richiamando questo fatto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, basandosi sulle informazioni fornite durante il processo dal questore Vincenzo Canterini, lo stima in circa "346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici".
I procedimenti penali aperti in merito alle responsabilità delle violenze, alle irregolarità e ai falsi dichiarati nelle ricostruzioni ufficiali sui fatti avvenuti alla Diaz e a Bolzaneto, si sono svolti nei successivi tredici anni, concludendosi nella maggior parte dei casi con assoluzioni, dovute all’impossibilità di individuare i diretti responsabili delle stesse o per l’intervenuta prescrizione dei reati.
Nell’aprile del 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano al pagamento di un risarcimento di 45.000 € nei confronti di Arnaldo Cestaro, uno dei feriti che aveva fatto ricorso alla Corte europea, evidenziando così come durante l’operazione fossero avvenuti eventi contrari agli articoli 3, 6 e 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, relativi alla tortura, alle vessazioni e condizioni degradanti e inumane. Il codice penale italiano, non prevedendo il reato di tortura, non ha permesso l’attribuzione di capi d’imputazione commisurati alle violenze verificatesi in quei giorni. Il 22 giugno 2017 la stessa Corte ha nuovamente condannato l’Italia per i fatti della scuola Diaz, riconoscendo che le leggi dello Stato risultano inadeguate a punire e a prevenire gli atti di torture dalle forze dell’ordine.
L’irruzione nella scuola
L’irruzione della polizia nella scuola, che ospitava attivisti e manifestanti legati al Genoa Social Forum, dopo il summit del G8, avvenne pochi minuti prima della mezzanotte. A dare il via all’irruzione è stato per primo il VII (settimo) Reparto mobile di Roma seguito da agenti appartenenti alla DIGOS e poi da altri agenti delle singole questure e commissariati mai del tutto individuati, mentre i Battaglioni dei Carabinieri non parteciparono attivamente all’irruzione, come dimostrato da numerosi video, ma si limitarono a circondare il perimetro e le zone adiacenti alla scuola.
Alcuni degli ospiti all’interno della scuola, tra i quali numerosi stranieri, riposavano nei sacchi a pelo, stesi nella palestra della scuola. Mark Covell, un giornalista inglese, la prima persona che i poliziotti incontrarono al di fuori dell’edificio, fu aggredito e percosso dagli agenti in tenuta antisommossa e finì in coma. Durante l’irruzione gli agenti di polizia aggredirono violentemente chi si trovava nella scuola, ferendo 82 persone su un totale di 93 arrestati. Tra i feriti 63 furono portati in ospedale e 19 furono portati nella caserma della polizia di Bolzaneto.
In base alla ricostruzione data nelle successive indagini e sentenze, per tentare di giustificare le violenze avvenute durante la perquisizione (e in parte la perquisizione stessa) alcuni dei responsabili delle forze dell’ordine decisero di portare all’interno della scuola Diaz delle bottiglie Molotov, trovate in realtà durante gli scontri della giornata e consegnate al generale Valerio Donnini nel pomeriggio, oltre a degli attrezzi da lavoro trovati in un cantiere vicino, prove che avrebbero dimostrato la presenza nella scuola di appartenenti all’ala violenta dei manifestanti.
Il poliziotto Massimo Nucera, a dimostrazione di una possibile reazione da parte degli occupanti, mostrò una coltellata sul giubbotto antiproiettile, secondo lui inferta da un occupante della scuola, che però, seppur fermato, non venne identificato. L’agente è stato successivamente accusato di falso e di calunnia: i periti ritennero infatti che il taglio sul giubbotto del poliziotto fosse stato fatto ad arte in un secondo momento. Assolto in primo grado, venne condannato in appello e poi in via definitiva a tre anni e cinque mesi (di cui effettivi solo cinque mesi per via dell’indulto) nel gennaio 2014. A fine 2013 Nucera venne condannato dal Consiglio provinciale di disciplina della polizia a una sospensione di un mese dello stipendio, poi convertita nel marzo del 2014, dopo ricorso all’allora capo della polizia Alessandro Pansa, a un giorno di stipendio.
Chi decise formalmente
La decisione dell’operazione alla scuola Diaz fu presa in due riunioni: nella prima venne decisa l’operazione, la seconda fu di carattere operativo.
Alla prima riunione presero parte il vicecapo della Polizia Ansoino Andreassi, il prefetto Arnaldo La Barbera, il questore di Genova Francesco Colucci, il capo del Servizio centrale operativo della Polizia Francesco Gratteri, il dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola, il dirigente della squadra mobile di Genova Nando Dominici, il direttore dell’Ucigos Giovanni Luperi, il dirigente della Digos di Bologna Lorenzo Murgolo, e poi sopraggiunsero il vicequestore di Genova Massimiliano Di Bernardini e il vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi che riferirono della presunta aggressione ricevuta da una volante nei pressi della scuola Diaz. In questa riunione venne decisa l’operazione. A esprimere contrarietà o perplessità furono Andreassi, che in seguito dichiarò a questo riguardo che “tutti si stavano preparando ad andare a casa, la tensione stava scemando e dovevamo solo garantire il deflusso”, e Mortola. Venne contattato telefonicamente anche il capo della Polizia Gianni De Gennaro, che espresse il proprio assenso, raccomandando "prudenza e cautela".
Alla seconda riunione, di carattere operativo, sono presenti gli stessi della prima riunione, tranne Andreassi che aveva espresso contrarietà all’operazione, e altri dirigenti incaricati degli aspetti operativi.
Alla scuola Diaz, era affidata a Vincenzo Canterini, comandante del primo reparto mobile di Roma, l’irruzione e la messa in sicurezza dell’edificio, alla Digos, quindi a Spartaco Mortola, la perquisizione, a Lorenzo Murgolo il coordinamento tra i vari reparti. All’operazione presero parte anche Arnaldo La Barbera, che era quindi il più alto in grado nel luogo dell’operazione, Giovanni Luperi e Francesco Gratteri, che in qualità rispettivamente di capo dell’Ucigos e dello Sco erano i secondi in grado. Luperi poi testimoniò che La Barbera lasciò però il teatro dell’operazione, senza che lui se ne accorgesse, e quindi Luperi diventò il più alto in grado nel prosieguo dell’operazione, insieme a Gratteri capo dello Sco, ma come da lui dichiarato questo avvenne "senza accorgersene". Inoltre Canterini testimoniò che alla Diaz vi era una "macedonia di reparti" delle forze dell’ordine, per cui la situazione era confusa, e anche la direzione dell’operazione nell’edificio non era chiaramente attribuibile a lui, in quanto Canterini dirigeva solo il I Reparto Mobile, mentre ogni altro reparto impiegato nell’operazione rispondeva al proprio dirigente.
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Fonte: Wikipedia, consultato il 21 luglio 2025.
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