Gaza, dentro il cuore dei bambini: la paura della morte e il diritto di tornare a sognare
La tragedia di Gaza che non può essere misurata soltanto contando i morti, i feriti, le case distrutte o le scuole trasformate in rifugi. Non è quantificabile infatti ciò che la guerra ha fatto dentro i bambini e negli adolescenti: la paura diventata quotidiana, il lutto, l’insicurezza, la nostalgia per una vita normale, ma anche il bisogno ostinato di giocare, imparare, incontrare gli amici e immaginare un futuro.
Le loro voci raccontano una realtà che spesso le statistiche non riescono a restituire. Non sono soltanto vittime da proteggere. Sono persone che continuano a pensare, desiderare, progettare. E proprio per questo ascoltarle significa comprendere fino in fondo che cosa la guerra sta sottraendo a una generazione.
La paura che entra nella vita quotidiana
Un recente rapporto UNICEF sulla condizione dei bambini a Gaza rileva una diffusissima sofferenza psicosociale, associata all’esposizione al conflitto, agli sfollamenti ripetuti e all’insicurezza prolungata. Tra i cambiamenti osservati dai familiari compaiono disturbi del sonno, enuresi, aggressività e isolamento. Nel 92 per cento dei casi segnalati, questi comportamenti sarebbero comparsi dopo l’ottobre 2023.
Ma dietro queste percentuali ci sono emozioni molto concrete.
La paura di un rumore improvviso. La difficoltà ad addormentarsi. Il bisogno di non separarsi dalla madre o dal padre. Il timore che qualcosa possa accadere alla propria famiglia. Il senso di smarrimento provocato dallo spostarsi continuamente da un luogo all’altro.
Sono sentimenti che UNICEF aveva già raccolto direttamente dalla voce dei bambini negli anni precedenti e che la guerra prolungata ha ulteriormente aggravato. Un bambino raccontava di aver paura persino di andare in bagno da solo durante i bombardamenti; un adolescente descriveva il terrore provocato da ogni forte rumore. Un altro diceva di pensare continuamente alla possibilità di perdere la propria famiglia. (UNICEF)
È una paura che modifica il significato stesso degli spazi. La casa non è più necessariamente il luogo della sicurezza. La notte non è più il momento del riposo. Un rumore può diventare un segnale di pericolo. Una fuga può diventare una componente ordinaria dell’infanzia.
Quando l’infanzia viene sostituita dalla sopravvivenza
A Gaza molti bambini hanno dovuto imparare troppo presto comportamenti che non appartengono all’infanzia: cercare acqua, aiutare la famiglia, spostarsi alla ricerca di un riparo, vivere in tende o strutture provvisorie, adattarsi alla mancanza di servizi essenziali.
La conseguenza più profonda è forse la perdita della normalità. Un bambino dovrebbe misurare il tempo attraverso la scuola, le vacanze, i compleanni, le partite, gli amici. A Gaza il tempo è stato invece scandito per anni dalla guerra, dagli spostamenti e dalla ricerca di ciò che serve per vivere.
Eppure proprio nei racconti dei bambini emerge quanto sia forte il desiderio di riappropriarsi di quella normalità. Una tredicenne, Tala, ha raccontato recentemente a UNICEF che durante le attività estive riusciva ad allontanarsi per qualche ora “dall’atmosfera della guerra e dalla distruzione intorno a noi”. Giocare a calcio, ha spiegato, la aiutava a liberare l’energia negativa e a ritrovare quella positiva. Un’altra bambina, Noor, undici anni, la cui casa è stata distrutta e che vive sfollata, ha raccontato quanto fosse importante poter giocare e imparare. Sono parole semplici. Ma proprio per questo potentissime. Perché mostrano che il gioco non è un lusso da concedere dopo l’emergenza. È una forma di cura. È il modo attraverso il quale un bambino può tornare, almeno per qualche momento, a essere bambino.
Il dolore non cancella i sogni
Tra le testimonianze raccolte più recentemente c’è anche quella di Hadeel, quattordici anni, che sogna di diventare poetessa. Ha raccontato che le attività di sostegno psicologico l’hanno aiutata a parlare di ciò che aveva vissuto, a recuperare fiducia e a imparare il valore dell’empatia e delle parole gentili. (UNICEF)
È forse questo il dato umano più importante: la sofferenza non ha cancellato completamente la capacità di immaginare.
Nel febbraio 2026 UNICEF ha raccolto attraverso l’iniziativa “The Gaza We Want” le idee dei bambini sulla Gaza che vorrebbero vedere ricostruita. Le loro priorità non sono astratte: prima sicurezza, case, luoghi per imparare e sostegno psicologico; poi scuole, parchi, ospedali e abitazioni permanenti; successivamente università, industrie, centri culturali e luoghi della memoria. (UNICEF)
Sono bambini che hanno conosciuto la distruzione e che, proprio per questo, sanno descrivere con straordinaria concretezza ciò che manca.
Una quattordicenne, Mayar, ha raccontato di avere ancora paura quando sente un attacco aereo, dopo essere rimasta ferita durante la guerra. Ma nello stesso tempo ha parlato della Gaza che vorrebbe: un luogo bello, con ospedali, scuole e edifici sicuri.
La speranza, dunque, non è l’assenza della paura. È la capacità di immaginare qualcosa oltre la paura.
Gli adolescenti e il peso di diventare grandi troppo presto
Per gli adolescenti la situazione assume una dimensione ancora più complessa. Sono abbastanza grandi per comprendere ciò che accade, ma ancora troppo giovani per disporre degli strumenti necessari ad affrontarlo.
Devono confrontarsi con il lutto, la perdita della casa, la sospensione degli studi, l’incertezza sul futuro e, in molti casi, con responsabilità familiari che normalmente appartengono agli adulti.
La guerra rischia così di rubare non soltanto il presente, ma anche l’idea del futuro. Per un adolescente il futuro dovrebbe essere una domanda aperta: quale scuola scegliere, quale professione, quale città conoscere, quale persona diventare. A Gaza quella domanda rischia di essere sostituita da un’altra, molto più elementare: dove saremo domani?
Eppure proprio per questo assumono un significato enorme le parole di quei ragazzi che continuano a parlare di università, professioni, poesia, medicina, sport.
Noor, undici anni, ha detto di voler diventare medico dopo aver visto il fratello ferito e non aver trovato le cure di cui aveva bisogno. Hadeel vuole scrivere poesie. Altri bambini chiedono campi sportivi, scuole, biblioteche e luoghi sicuri dove incontrarsi. Non stanno chiedendo qualcosa di straordinario. Stanno chiedendo una vita normale.
Il bisogno di essere ascoltati
C’è allora una responsabilità che viene prima ancora della ricostruzione materiale: ascoltare. UNICEF ha sottolineato recentemente che per anni si è parlato dei bambini di Gaza soprattutto attraverso i numeri delle vittime e dei feriti, mentre molto meno spazio è stato riservato alle loro voci. L’iniziativa “The Gaza We Want” nasce proprio dal riconoscimento che i bambini devono poter partecipare alla definizione del futuro che li riguarda.
Ascoltare non significa soltanto offrire assistenza psicologica dopo il trauma. Significa restituire ai bambini la percezione di essere soggetti della propria storia.
Per questo sono fondamentali la scuola, il gioco, lo sport, l’arte, la possibilità di stare con i coetanei, gli spazi protetti e il sostegno alle famiglie. Non sono elementi secondari rispetto agli aiuti umanitari: sono parte della ricostruzione della persona.
Gli interventi di salute mentale e sostegno psicosociale sono oggi una necessità enorme. Le Nazioni Unite hanno segnalato nel 2026 una vera emergenza di salute mentale infantile a Gaza e una domanda molto ampia di servizi per bambini e giovani.
La pace comincia anche dalla possibilità di dormire senza paura
Quando si parla del futuro di Gaza, si discute necessariamente di ricostruzione, infrastrutture, abitazioni, ospedali, scuole, economia e sicurezza. Ma esiste una ricostruzione ancora più delicata: quella dell’infanzia.
Ricostruire significa anche permettere a un bambino di dormire senza temere un’esplosione, di andare a scuola senza paura, di giocare in un parco, di avere un amico da incontrare, di poter pensare al proprio mestiere da adulto.
Significa restituire al tempo la sua dimensione naturale. Il presente non può essere soltanto sopravvivenza e il futuro non può essere continuamente rinviato.
I bambini di Gaza non chiedono di essere trasformati in simboli. Chiedono di essere bambini.
Nei loro racconti convivono il trauma e la speranza, il dolore e il desiderio di giocare, la paura della morte e la voglia di diventare medici, poeti, studenti, professionisti. È proprio questa convivenza a mostrare la profondità della ferita e, insieme, la forza della vita.
La misura di una pace autentica sarà allora anche questa: se una nuova generazione di bambini palestinesi potrà tornare a pensare al domani non come a qualcosa da cui difendersi, ma come a qualcosa da costruire.
E forse la voce più importante da ascoltare, quando si parla di Gaza, è proprio quella di chi dovrebbe avere davanti a sé tutta una vita e che continua, nonostante tutto, a chiedere semplicemente di poterla vivere.
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