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Gabriel Rockhill e l’industria della conoscenza anticomunista

Durante la Guerra fredda la Scuola di Francoforte, M. Foucault, Hannah Arendt ecc. furono, pur con diverse prospettive, parte di una strategia di attacco al comunismo storico e di divisione all’interno del blocco occidentale dei dissidenti.

di Salvatore A. Bravo - sabato 5 settembre 2026 - 571 letture

La democrazia atlantista non è mai stata tale, essa ha prodotto la “democrazia come merce con l’industria culturale”. Anche la democrazia è solo un prodotto per la propaganda dell’oligarchia al potere che si autolegittima mediante la produzione mediatica e culturale con la quale il cittadino medio, e non solo, si percepisce come parte di un sistema nel quale la libera scelta è parte determinante del sistema. Si delinea in tal maniera una realtà sociale al limite della psicosi di massa. Si proietta sul nemico, l’impero del male, la pratica imperiale e di dominio che il “sistema democratico” pratica in modo ordinario. L’impero invisibile, scompare, tra propaganda e organismi legali e illegali che producono in serie opinioni e visioni del mondo attraverso scrittori, filosofi, giornalisti, case editrici, accademie e social. Tale pratica si è acuita dopo la Seconda Guerra mondiale e persiste nel nostro tempo. Essa cambia forma, ma lo scopo è sempre il medesimo produrre il consenso attraverso una “cultura artificiale”. Parte integrante del sistema di distorsione pianificata della realtà è l’apparato intellettuale.

Nelle pubblicazioni di Gabriel Rockhill, giovane filosofo americano, l’attenzione non è solo sugli intellettuali chiaramente schierati sul versante liberista, ciò che connota il suo impegno di denuncia è lo svelamento dei legami organici diretti e indiretti tra intellettuali solitamente percepiti come pensatori anti-sistema e le sue istituzioni. Durante la Guerra fredda la Scuola di Francoforte, M. Foucault, Hannah Arendt ecc. furono, pur con diverse prospettive, parte di una strategia di attacco al comunismo storico e di divisione all’interno del blocco occidentale dei dissidenti. Herbert Marcuse con il suo testo l’uomo a una dimensione rappresenta compiutamente l’asse di spostamento dal conflitto capitale-lavoro alla critica sociale di una realtà ad una dimensione ma senza alternativa comunista. Per H. Marcuse il comunismo era ormai un sogno, poiché il capitalismo aveva risolto il conflitto di classe ma inaugurato il tempo dell’uomo ad una dimensione:

“Uno dei libri più famosi di Marcuse, L’uomo a una dimensione (1964), era, come spiegò a Raya Dunayevskaya, una “controparte occidentale del marxismo sovietico”. Nel 1958, aveva proposto alla Fondazione Rockefeller un progetto di ricerca intitolato “Cambiamenti culturali nella società industriale contemporanea”, che può essere riconosciuto come una bozza preliminare di il libro. Marcuse raccomandò due suoi amici che aveva conosciuto lavorando per il governo degli Stati Uniti, Barrington Moore e Philip Mosely, come referenti per il progetto (insieme al teologo Paul Tillich). Entrambi parlarono molto bene di Marcuse e fecero riferimento diretto al suo lavoro per lo stato di sicurezza nazionale degli Stati Uniti nelle loro lettere di raccomandazione. Dopo essere stato informato da un manager della Rockefeller che la fondazione avrebbe avuto maggiori probabilità di finanziare il suo lavoro se fosse stato in continuità con i suoi scritti precedenti, lo stesso Marcuse descrisse il progetto come "certamente la continuazione (e forse anche il culmine... del mio lavoro)". Ricevette 6.250 dollari per il progetto, l’equivalente del 50% del suo stipendio annuale alla Brandeis University, il che gli permise di essere esonerato da metà dei suoi impegni annuali di insegnamento e altri doveri. Non è un’esagerazione affermare, quindi, che One-Dimensional Man fu finanziato dalla classe dominante capitalista e vagliato da attuali (Mosely) ed ex (Moore) agenti dei servizi segreti” [1].

Herbert Marcuse fu fautore dell’isolamento dell’Unione Sovietica e della contrapposizione fra socialdemocrazia occidentale e comunismo sovietico. La contrapposizione aveva l’intento di dimostrare la superiorità dell’occidente sul nemico sovietico. Divenne un’icona della democrazia occidentale, fu intellettuale osannato dai media e posto sugli altari dalle accademie universitarie nelle quali si spingeva per una interpretazione non comunista di Marx:

“Grazie alla scrupolosa ricerca d’archivio di Tim Müller, è stato ora dimostrato che Marcuse era un importante agente del Dipartimento di Stato che collaborava regolarmente con la CIA e con la più ampia comunità dell’intelligence statunitense, svolgendo un ruolo centrale nella guerra imperialista al comunismo. Il fatto che in seguito abbia palesemente travisato il suo passato – una tendenza continuata da molti dei suoi seguaci – suggerisce che sapesse benissimo che la storia del suo decennio circa a Washington avrebbe screditato almeno alcuni aspetti del suo lavoro” [2].

I “comunisti critici” furono sostenuti e finanziati per dividere il fronte comunista interno e ridurre la cultura comunista a semplice critica volta ad un docile compromesso con i poteri economici. Il conflitto di classe veniva sostituito con formulazione freudiane sulla società capitalistica borghese repressiva, mentre il comunismo storico era condannato senza appello perché totalitario. I “comunisti critici furono i seppellitori del comunismo” e furono i sostenitori della liberalizzazione dei costumi di cui il capitalismo consumista necessitava. Una strategia di ampia portata e capillare che ha certamente contribuito alla caduta del comunismo storico, il quale ha dovuto lottare per sopravvivere contro i “nemici e gli amici”:

“Il CCF aveva un budget annuale di circa 15.000 dollari (circa160.000 dollari nel 2024) per la pubblicazione di libri, e produsse 170 titoli secondo i calcoli di Coleman (Coleman era il direttore della rivista Quadrant del CCF).73 I libri furono pubblicati in diciannove paesi e in almeno sette lingue. Il fronte della CIA collaborò a questi progetti con alcune delle principali case editrici del mondo, tra cui, nella sfera anglofona: Oxford University Press, MIT Press, Beacon Press, Free Press, Routledge e Frederick A. Praeger. Fu anche direttamente coinvolto in operazioni segrete di guerra psicologica, come la gestione di programmi di libri e riviste in paesi comunisti o filo-comunisti, dove inviò migliaia e migliaia di sue pubblicazioni a istituzioni e intellettuali che rappresentavano "una potenziale forza di liberalizzazione" (creando al contempo opportunità di pubblicazione per loro in Occidente). Gli autori coinvolti nei programmi di libri e riviste sono troppo numerosi per essere riassunti, ma tra loro figurano personalità come Arendt, Aron, Bell, Dewey, Jaspers, Koestler, Orwell, Theodor Adorno, Albert Camus, André Malraux e Richard Wright. Il CCF, grazie ai suoi mezzi e alle sue connessioni, era in grado di offrire accordi incredibilmente redditizi e opportunità di fama intellettuale. Per fare solo un esempio significativo, nel 1961 invitò l’antropologo Clifford Geertz a tenere una serie di conferenze all’Università di Khartoum, dove aveva anche in programma di invitare una mezza dozzina di studiosi altrettanto eminenti provenienti da tutto il mondo, e altrettanti tra "gli studiosi più eminenti della regione” [3].

I burattinai non erano e non sono percepiti, in quanto la logica del finanziamento a case editrici, università, istituzioni e scuole è silente e impersonale. La democrazia assomiglia ad un immenso palco in cui gli attori recitano e producono opere senza essere pienamente consapevoli di essere comparse senza alcuna autonomia reale. Intellettuali, docenti universitari e giornalisti corrotti sono stati il fondamento di un apparato che ha convinto tanti, in buona fede, di essere dalla parte giusta della storia attraverso una “campagna culturale di propaganda ossessiva e terrorizzante”, la cui dialettica era solo immagine da vendere per gli inconsapevoli cittadini. Un inganno dagli effetti catastrofici a livello geopolitico si è consumato sotto l’ala atlantista a guida USA. I complici sono stati ben remunerati con carriere e visibilità e omaggiati come “pensatori liberi”:

“Sebbene il CCF sia stato smascherato nel 1966, le strutture e le strategie da esso instaurate sono continuate, talvolta in forme leggermente diverse e più palesi. Inoltre, l’inerzia istituzionale ha permesso la realizzazione di numerosi progetti, promuovendo i suoi intellettuali corrotti a posizioni di potere di rilievo e consolidando una rete anticomunista di istituzioni, associazioni e reti. Una delle maggiori eredità del CCF è stata quindi il consolidamento di un sistema anticomunista di produzione, circolazione e consumo intellettuale, che continua a rappresentare una delle migliori garanzie per la preservazione dell’egemonia capitalista. Intellettuali e produttori culturali in cerca di lavoro saranno quindi costretti a trovare il proprio posto al suo interno, conformandosi ai suoi vincoli per ragioni molto concrete. Un sistema del genere non ha fili, per così dire, perché non ci sono burattinai o marionette, solo un teatro rigidamente controllato con attori che recitano come se – e spesso credono – di essere liberi di dire qualsiasi cosa vogliano (dato che le loro battute non si discostano mai molto dal copione anticomunista)” [4].

La CIA fu responsabile del Dottor Živago di Boris Pasternak. La promozione dell’opera fu capillare e fu usata per la rappresentazione a tinte fosche del comunismo sovietico. L’opera fu diffusa attraverso numerosi canali, essa doveva penetrare nelle coscienze del maggior numero possibile di persone, in modo da garantire l’anticomunismo militante e preconcetto. Si alzavano muri nelle coscienze e le prigioni erano nella psiche, pertanto in modo semplicistico si rifiutava il comunismo associandolo ad una feroce dittatura. Il contesto storico era ignorato, ci si soffermava solo talune scelte della Russia sovietica senza spiegarle nella sua genesi. Il testo fu tradotto in molte lingue in modo che diffondesse la “buona novella” al lettore, ovvero che egli viveva nel “migliore dei mondi possibili”, mentre al di là del muro c’era l’inferno in terra:

“Mentre la CIA promuoveva l’opera della sinistra anticomunista occidentale in Oriente, si occupava contemporaneamente di pubblicare, distribuire e promuovere gli scritti dei dissidenti orientali. Per citare uno degli esempi più importanti, la CIA fu responsabile della pubblicazione del Dottor Živago di Boris Pasternak in russo come stratagemma propagandistico, dopo che era stato rifiutato dalla rivista letteraria sovietica Novyi Mir, che lo giudicava antisocialista e condannava la Rivoluzione d’Ottobre, così come tutto ciò che ne era seguito.136 L’Agenzia promosse l’opera di Pasternak attraverso i suoi ampi canali, in vari formati e traduzioni in altre lingue. "I funzionari dell’Agenzia si congratularono con se stessi perché ’in una forma o nell’altra, inclusi libri integrali e condensati e pubblicazioni a puntate in lingue locali, questo libro è stato diffuso in tutto il mondo, con l’assistenza di questa agenzia in diverse aree in cui normalmente l’interesse potrebbe non essere grande’" [5].

La strategia anticomunista, dunque, procedeva su due fronti: repressione e promozione. Si promuoveva l’anticomunismo in tutte le sue forme e con particolare attenzione si utilizzavano filosofi e intellettuali che si dichiaravano comunisti, ma erano critici verso l’URSS al fine di delineare il comunismo occidentale, pronto al compromesso con il capitalismo. Si contrapponeva il comunismo orientale totalitario e sanguinario al comunismo occidentale democratico e pronto al compromesso. Si moltiplicavano i comunismi per corrodere dall’interno il fronte, mentre si elargivano cattedre universitarie a “filosofi comunisti”, in modo da integrarli nel sistema dei consumi. La maglietta con l’immagine di Che Guevara è stata emblematica della mercificazione e del depotenziamento del comunismo. Il processo trasformava il comunismo in un prodotto culturale da consumare nei salotti che gradualmente si scollava dalla realtà della classe operaia e degli aggiogati. Gli intellettuali comunisti vendevano al sistema il loro capitale culturale e il sistema ne promuoveva la circolazione:

“Promozione e repressione sono dunque due facce della stessa guerra di idee. Sebbene questo studio si concentri principalmente sul primo aspetto, descrivendo nel dettaglio le reti materiali globali che hanno promosso l’intellighenzia di sinistra compatibile, non bisogna mai dimenticare che queste sono andate di pari passo con reti repressive volte a distruggere la cosiddetta sinistra incompatibile e i sistemi di conoscenza alternativi. Mentre la promozione cerca di consolidare l’egemonia, la repressione si sforza di escludere – e idealmente eliminare Voci contro-egemoniche. L’obiettivo generale è quello di produrre, più o meno dietro le quinte, l’illusione di un consenso accademico, giornalistico e culturale liberamente raggiunto dall’intera società” [6].

Dopo la caduta del comunismo la radicalizzazione della produzione industriale della conoscenza ha fatto un ulteriore balzo. I processi di privatizzazione e accumulazione plutocratica delle ricchezze hanno concentrato l’informazione e la produzione della conoscenza in pochi soggetti con tale tattica si condiziona l’opinione pubblica in modo pervasivo. Le università, anche quando sono pubbliche, ricevono finanziamenti dai privati e sono gestite come un’azienda, esattamente come la sanità e la scuola, pertanto l’aristocrazia intellettuale è selezionata secondo criteri di fedeltà assoluta al sistema. La desertificazione culturale è la materializzazione dell’industria culturale. Giornalisti e opinionisti infestano con la loro mediocrità i media per il popolo, ormai plebe, e pubblicano saggi omologati. L’aristocrazia dello spirito, invece, occupa gli scranni più alti e presta la propria immagine e la propria mente ai giochi del potere presentandosi come neutrale e scientificamente inattaccabile con le sue tesi “politicamente corrette”. Samuel Huntington e Francis Fukuyama sono due “straordinari esempi” di intellettuali integrati nel sistema e resi “icone globali” del “politicamente corretto”:

“Così come esistono un’industria cinematografica e un’industria musicale, esiste anche un’industria della teoria. La produzione intellettuale non è il risultato del pensiero individuale o dell’ingresso in un libero mercato delle idee. È una conseguenza delle relazioni sociali complessive della produzione teorica e, quindi, nel capitalismo moderno, di un’intera industria che non solo crea e distribuisce prodotti intellettuali, ma forma anche le persone che li producono e li consumano. Questa industria si è evoluta significativamente nel tempo. Mentre la mercificazione delle idee ha accompagnato il capitalismo come la sua ombra, nell’era moderna si è assistito a una vera e propria industrializzazione della produzione di conoscenza. Sebbene questo processo sia stato privo di brusche interruzioni, almeno all’interno del mondo capitalista, la fase imperialista del capitalismo ha portato con sé un’industria intellettuale globale il cui livello di sviluppo supera di gran lunga quello del XIX secolo. Ai giorni nostri esiste un’industria immensamente potente, con reti globali per la produzione, la circolazione e il consumo di idee. Il suo apice si trova nel nucleo imperiale, guidato dagli Stati Uniti. I principali produttori dell’industria imperiale delle idee fanno parte dell’aristocrazia intellettuale del lavoro, ovvero un gruppo di pensatori privilegiati nel nucleo imperiale, elevati socialmente ed economicamente al di sopra della società in generale, nonché di coloro che si trovano nella periferia e nella semiperiferia (dove esiste un’aristocrazia intellettuale del lavoro compradora che trae vantaggio dalla sua sottomissione alla nobiltà teorica del nucleo). Per diventare membro di questa aristocrazia del lavoro, non diversamente da altri settori, è necessario trascorrere anni, persino decenni, a dimostrare la propria fedeltà all’establishment e a superare prove di capacità di prestazione e conformità. I vertici di questa aristocrazia accademica sono generalmente occupati da coloro che – come Samuel Huntington e Francis Fukuyama – hanno dato il maggior contributo all’agenda ideologica di coloro che possiedono e controllano i mezzi di produzione intellettuale. Sono i pensatori di spicco del momento perché sono i principali produttori di prodotti ideologici. È così che dobbiamo comprendere ciò che spesso, piuttosto ingenuamente, viene definito sistema stellare” [7].

Dinanzi a un potere pervasivo e invisibile è necessario riprendere la lotta con lucidità. Ancora una volta il metodo olistico della filosofia è un alleato prezioso. La parte va riportata al tutto all’interno dei processi genealogici del potere, i quali non sono entità generiche, come M. Foucault li rappresenta nei suoi scritti, ma si materializzano in istituzioni e nomi ben definiti che bisogna denunciare. M. Foucault con il suo anticomunismo e il suo relativismo è l’icona del capitalismo senza frontiere etiche. Non esiste per il filosofo una natura umana, pertanto la particolarità individuale non dev’essere in alcun modo limitata. L’impero della conoscenza è la forza invisibile dell’imperialismo finanziario:

“I servizi segreti delle potenze imperialiste hanno fatto tutto il possibile per fomentare divisioni nella sinistra, creando una spaccatura tra quella che considerano la sinistra compatibile dei socialisti, inclini all’accondiscendenza tra capitalismo e imperialismo, e la sinistra incompatibile del comunismo. Questo libro, come i due che seguiranno, si concentra sul fronte intellettuale – e in particolare accademico – di questa guerra al comunismo e, più specificamente, sul tentativo di consolidare una forma di teoria critica di sinistra compatibile. Poiché non è stato possibile eliminare semplicemente il marxismo a causa del suo ampio consenso pubblico, del suo chiaro potere esplicativo e della sua comprovata capacità di trasformare l’ordine socioeconomico, i responsabili della società borghese si sono trovati di fronte al dilemma di come gestire al meglio la sua esistenza. Come vedremo, la loro tattica preferita è stata quella di usare il loro controllo monopolistico sulla sovrastruttura per promuovere a livello internazionale una versione mercificata del marxismo, spesso definita marxismo occidentale o culturale, nonché forme di teoria provocatoria che pretendono di superare il marxismo in radicalità e sofisticazione. Semplificando, potremmo dire che il mantra implicito che guida l’industria della teoria imperiale è stato: se non puoi battere i tuoi concorrenti (i veri marxisti), allora inonda il mercato di imitazioni seducenti ma economiche, promuovile all’infinito e cerca di seppellire i tuoi concorrenti come superati” [8].

Il comunismo mercificato è un comunismo decaffeinato. Il sistema include le alternative, ne finanzia lo studio e seleziona i professionisti della conoscenza per poterne disinnescare la carica rivoluzionaria e critica. La pedagogia woke finanziata dalle multinazionali attraverso i parlamenti asserviti è paradigmatica di tale tendenza. Il soggetto umano addestrato a pensarsi nella sua particolarità pulsionale e di genere fluido è scisso dalla classe e dal popolo. I diritti individuali sponsorizzati nelle università, nelle scuole e nei media controllati in modo diretto e indiretto dai padroni del capitalismo inaugurano il tempo dell’industria culturale che impone e impera il culto del privato e del desiderio, mentre invisibili sono i padroni e gli effetti distruttivi dell’annichilimento dell’universale e della progettualità politica.

Destra e sinistra sono speculari, sono categorie utilizzate dai poteri che le finanziano in modo eguale per far percepire al suddito reso analfabeta dalla distruzione dei contenuti storici e filosofici di vivere nel sogno di una democrazia realizzata. L’università di Trento nel 2024 ha elaborato un regolamento nel quale si usa femminile anche per i ruoli ricoperti da uomini, ciò dimostra quanto le istituzioni siano suddite di un sistema che produce falsi nemici (gli uomini) per occultare i reali rapporti di forza. La logica della Guerra fredda è sempre in atto: divide et impera. Con il woke si divide e si ricaccia il cittadino nel privato tanto che non riesce a concepire l’esistenza del pubblico e dell’universale.

Il pubblico è solo lo spazio in cui enclave di diversi esigono di essere riconosciuti nella sola differenza. Le multinazionali sponsorizzano tali diritti con pubblicazioni e slogan, poiché “le differenze” non contestano il sistema e non denunciano le disuguaglianze sociali. Le nicchie che utilizzano lo spazio pubblico per la propria visibilità sono adialettiche. Rifiutano la contraddizione e la critica, pertanto navigano tra le acque perigliose del niente. Il sistema finanzia, applaude ed esalta le particolarità, poiché con esse muore la dialettica e la prassi si inabissa. Non conoscono la realtà materiale, poiché perseguono solo la loro “particolarità”. L’ignoranza del sociale avanza sulla punta di baionetta dell’idolatria del “privato”.

Una copia omosessuale che lotta per il matrimonio egualitario non si accorge che, una volta conquistato il matrimonio egualitario, se è composta da due lavoratori dipendenti è egualmente suddita del sistema di sfruttamento come qualsiasi coppia eterosessuale di lavoratori dipendenti. Il sistema pianifica le rotture, incentiva la formazioni di false contrapposizioni dove la comunicazione perisce, in tal modo la società cade nell’informe e la politica evapora. Il conflitto capitale-lavoro resta fuori dalle nicchie, le quali sono il mezzo più formidabile per disarticolare il pubblico.

Le nicchie (enclave) sono prive di progettualità politica, poiché non si combatte per l’uguaglianza ma solo per affermare la differenza. I diritti individuali finanziati e sponsorizzati sono il mezzo con cui l’oligarchia governa, in quanto i sudditi hanno rinunciato alla vita pubblica per trincerarsi nel privato.

Dinanzi alla normalità della manipolazione, profondamente antidemocratica, non bisogna disperare. La salvezza dell’occidente non verrà dai “grandi ben pagati”, per i ruoli ricoperti, ma dagli uomini e dalle donne che si sono congedati da tali dinamiche di asservimento complice.

Le case editrici minori sopravvivono malgrado la spietata concorrenza, in esse lavorano forze e prospettive antisistema con le quali è possibile riprendere il lungo cammino verso l’emancipazione. Nell’oscurità e nell’invisibilità (reale) una minoranza consapevole continua a spendersi per la prassi dell’emancipazione. È una scommessa non garantita da nulla, ciò malgrado siamo in sistema nel quale dobbiamo scegliere se essere persone o automi, il resto lo farà la storia con le sue infinite variabili e con il nostro impegno. Il compito per i comunisti del nostro tempo è reso in modo iconico con la metafora dell’alpinista di Lenin:

“L’orientamento pratico della DHM ha portato a una comprensione più raffinata del rapporto tra tattica e strategia in quella che possiamo definire la dialettica del socialismo. Lenin ha fornito una delle metafore più concise e illuminanti per comprenderla. Descrisse una scena in cui un alpinista, cercando di raggiungere una vetta mai conquistata prima, era "costretto a tornare indietro, scendere, cercare un altro percorso, forse più lungo, ma che gli consentisse di raggiungere la vetta". A distanza di sicurezza, le persone sottostanti osservavano i suoi movimenti attraverso un telescopio e lo criticavano aspramente per non essere riuscito a raggiungere il suo obiettivo. Alcuni festeggiavano con gioia il suo insuccesso e lo denunciavano come un pazzo, sperando che cadesse, mentre altri nascondevano la loro gioia e fingevano tristezza per il fatto che il poveretto non avesse atteso il completamento del loro piano ben congegnato per la scalata della montagna. Tutti concordavano, tuttavia, sul fatto che ciò che vedevano davanti ai loro occhi fosse un chiaro caso di fallimento. In questa metafora, gli osservatori si affidano alla percezione sensoriale per giungere alla loro conclusione. Ciò che videro fu un alpinista che tornava indietro dalla vetta e iniziava la discesa. Ciò che mancava loro era la comprensione: poiché l’alpinista non poteva proseguire sul sentiero scelto, l’unico modo possibile per raggiungere la vetta era scendere e trovare un’altra via. Questo testo fu scritto undici mesi dopo la promulgazione della Nuova Politica Economica (NEP) nel marzo 1921, che introdusse temporaneamente "un libero mercato e il capitalismo, entrambi soggetti al controllo statale" [9].

Sta a noi pensare il comunismo nel nostro tempo storico e rimetterci in cammino per nuovi sentieri e sintesi innovative. Gli errori sono possibili, ma è meglio rischiare il fallimento che subire l’ordine liberista vigente. Il subire, in questo caso, è complicità, malgrado le manipolazioni e l’esasperato dispositivo sicuritario che opera specialmente a libello mediatico e digitale, la realtà è vissuta, e ogni giorno, si aprono varchi in cui la verità si presenta a noi. Sta a noi non distogliere lo sguardo e avviarci verso l’esodo.


In icona di questo articolo, Herbert Marcuse nel 1968.


[1] Gabriel Rockhill, Who Paid the Pipers of Western Marxism?: The Intellectual World War, Marxism vs. the Imperial Theory Industry, 2025, CAPITOLO 6: Il pifferaio radicale dell’Occidente Marxismo: Marcuse.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem, Capitolo 2: Apparato intellettuale imperiale.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] bidem, Capitolo 3: L’industria della teoria imperiale.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem, Conclusione: Imperiale contro anti-imperialista : Il marxismo, o la piaga del Marxismo occidentale.


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