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Funzionare o esistere?

A partire da un saggio di Miguel Benasayag. La “domanda prima” che occorre farci nel tempo del capitalismo transumano.

di Salvatore A. Bravo - domenica 28 giugno 2026 - 282 letture

Miguel Benasayag (Buenos Aires, 4 giugno 1953) è un filosofo, psicanalista ed ex guerrigliero argentino naturalizzato francese. Il suo saggio Funzionare o esistere? è stato edito in italiano nel 2019.


“Funzionare o esistere?” questa è la “domanda prima” nel tempo del capitalismo transumano. L’ibridazione macchina-uomo è ormai in uno stato avanzato. Per ibridazione si deve intendere la sostituzione della natura etica e spirituale dell’essere umano con l’installazione graduale del “funzionamento adattivo”. Senza domande profonde e senza capacità di conoscere “il proprio sé profondo” l’essere umano è solo un vuoto meccanismo ben oleato perfettamente adattato all’ambiente economico. Risponde con efficienza ad esso, si adatta fino a confondersi con la struttura economica. Desideri, abilità, fini e movimenti sono conformi al sistema.

Il funzionare implica prendere la forma del sistema; è lo stesso soggetto che gradualmente funziona all’interno con le medesime dinamiche del sistema, anzi lavora per deumanizzarsi e rendersi sempre più simile alla macchina economica. Le resistenze e le sofferenze che si incontrano in tale processo sono valutate come “patologiche”. La morte e la malattia sono uno scandalo da nascondere e da rimuovere. Deumanizzarsi è un lungo e arduo lavoro nel quale è necessario dimenticare e rimuovere la propria indole e la natura umana per rinascere “esseri funzionanti” pronti alla lotta e a soddisfare le direttive del mercato.

La cultura di impresa e l’antiumanesimo sono scolpite nel corpo e nella carne viva per renderle “artificiali presenze”. In un sistema anonimo, in cui il mercato è la divinità mondana non più identificabile con un soggetto ben determinato, le individualità muoiono alla vita per trasformarsi in funzioni di sistema. Il risultato di tale processo di scissione da sé e dalla realtà è la produzione in serie di individui “disabili alla vita”. La vita di un essere umano è un lungo processo di conoscenza di sé e di concettualizzazione del negativo attraverso cui il “nuovo” entra nell’orizzonte del presente per aprire la dimensione del futuro.

Il soggetto funzionante non crea, non pensa e non empatizza, semplicemente funziona, è adatto al sistema ma disfunzionale alla natura umana. La lacerazione reificante è la sua condizione di “patologica normalità”. Non è macchina e non è umano, è l’ibrido prodotto dal tecnocapitalismo pronto a salpare per il transumanesimo, ultima frontiera dell’illimitato. L’inferno in terra è tra di noi. In tale contesto coloro che per limiti fisici e anagrafici non riescono a tenere il ritmo del “ferreo funzionamento” sono esclusi dal sistema e sospinti verso una marginalità sottilmente punitiva. Sono loro il “problema” e non certo il “sistema”:

“Uno dei sintomi oggi più evidenti di tale indistinzione tra il funzionamento e l’esistenza è il modo in cui sono considerati gli anziani, trattati ormai come ‘vecchi’. In realtà, i nostri corpi, le nostre vite, le nostre società non possono essere compresi attraverso la griglia utilitarista del funzionamento: le dimensioni dell’esistenza, le nostre esperienze di vita implicano processi molto più complessi. L’‘intelligenza artificiale’ costruisce artefatti che, per quanto connessi in reti, non condividono gli stessi processi dell’esistenza: un cervello non ‘produce’ pensiero, un cervello, al massimo, partecipa ai processi di produzione del pensiero. Allo stesso modo, i processi dell’esistenza non si lasciano modellizzare secondo la logica ‘organo-funzione’, quella logica che consiste nel ridurre le dimensioni del pensiero, della creazione, del giudizio, dell’intenzione o anche dell’amore unicamente ai loro meccanismi identificabili e modellizzabili” [1].

Per funzionare i soggetti devono essere sottoposti ad un lungo processo sistemico di de-soggettivizzazione. Scuola, social famiglia e lavoro sono le agenzie ormai organiche al sistema, in esse si impara a morire per rinascere algoritmi umani. Tale operazione è segnata dalla logica dell’utile. La cultura quale processo di decentramento emotivo e di conoscenza di sé all’interno delle “relazioni significanti” è valutata come un limite. Non vi devono essere domande, non vi devono essere dubbi, nessuna verticalità e trascendenza, tutto dev’essere meccanico e fluido. Il sistema non deve subire pericolosi intoppi, bisogna semplicemente funzionare. Il logos dev’essere neutralizzato, in quanto destabilizza la produzione e il consumo con le sue domande metafisiche. Il logos arresta il sistema e lo sospende per significarlo e valutarlo, pertanto la cultura dev’essere trasformata in perversa vendita di “competenze”. L’essere umano è solo imprenditore di sé, è azienda nella forma della carne:

“In quest’ultimo contesto, nella società della tanto esaltata ‘pedagogia delle competenze’ un’educazione puramente utilitarista, senza trasmissione di cultura né attenzione allo sviluppo delle affinità elettive del bambino –, educare significa insegnare a modellarsi secondo gli schemi della società della performance. «Tu sarai ‘educato’ quando avrai imparato a soffocare tutte le tendenze e le affinità personali, a cancellare tutto ciò che potrebbe disturbare o bloccare la fluidità richiesta dal mercato del lavoro, quando cioè sarai ben dis-integrato: solo a quel punto potrai – per la precisione, un’infima minoranza potrà – sopravvivere con un certo comfort, a patto che tu ti dimentichi (di non ricordarti mai) di te stesso. In sintesi: dis-integrati e la società potrà integrarti». Tale sovradeterminazione delle nostre vite è l’eco di un pensiero riduzionista che non è privo di affinità con la biologia del ‘tutto dipende dalla genetica’. L’uno come l’altra sostengono che le nostre vite non hanno niente a che vedere con le situazioni concrete nelle quali esistono, ci propongono una modalità di (non)rapporto al mondo che privilegia il funzionamento rispetto all’esistenza” [2].

Per poter funzionare bisogna consumare. Si funziona se il corpo è spettrale meccanismo teso al consumo, chiunque non sia in grado di rispondere a tale finalità è un sabotatore, pertanto è un pericoloso “disabile”. I vecchi sono il paradigma di un sistema che produce nuove forme di disabilità. Coloro che funzionano sono disabili rispetto alla loro natura umana, ma anche coloro che funzionano possono ritrovarsi nella condizione di essere disfunzionali, perché umani, e dunque il tempo logora le funzioni fino alla decadenza. Gli anziani se imitano i giovani sono parte del sistema, ma quando il corpo li tradisce entrano in un limbo, sono inutili presenze da oscurare alla vista dei “sani”:

“Un tempo, all’epoca della modernità industriale, la vecchiaia era assimilata alla non-produttività. Non si può più dire che sia così. I criteri di integrazione sono cambiati: ciò che conta oggi, nella nostra società postmoderna, non è che si produca, ma che si consumi. Il vecchio continua a essere ‘incorporato’ finché consuma. Di più: finché partecipa al gioco, mostrandosi felice e vincente. Sarà tollerato finché terrà nascosto tutto ciò che evoca, insomma, la vecchiaia. Non celebriamo del resto i disabili pieni di forza e potere, i sordi che sentono, i ciechi che vedono? Già alcuni anni fa, ho lanciato in modo provocatorio su France Culture un appello per la formazione dell’Associazione dei disabili cattivi. Sostenevo che i disabili avrebbero dovuto andare in giro mostrando il dito medio, insultando le persone, facendo delle smorfie e così via. Per smascherare il fatto che ciò che si esige da un disabile in quanto tale – che può inquietare, per la fragilità che espone e rimanda agli altri – è che sia un angelo, asessuato, senza desideri, senza cattiveria. Che si aggiri per la città e nelle strade ostentando un’aria riconoscente per il fatto di essere tollerato… Per i vecchi è un po’ la stessa cosa: essere vecchi è attualmente diventato una specie di disabilità” [3].

L’impoverimento relazionale diventa palese nelle relazioni con gli animali, essi non sono riconosciuti nella loro natura, ma sono mezzi per sedare paure e abissali solitudini. La relazione con gli animali sono “non relazioni”, gli animali sono umanizzati, sono analgesici con cui rimuovere il “dramma relazionale in cui si è implicati essi restano “stranieri” malgrado le innaturali premure:

“Anche i nostri legami con gli animali attestano questo impoverimento relazionale. Il problema fondamentale non è tanto dire che gli animali sono lì per colmare un vuoto affettivo: oggi le persone non hanno contatto con l’animale se non attraverso la superficie che credono comune. Non giungono a conoscere e a esplorare davvero il mondo animale. Tutto ciò che chiedono all’animale è una presenza contro-fobica. Ma, riflettendoci bene, anche i rapporti umani non chiedono all’altro nulla se non questa presenza rassicurante. Di fatto, tale impoverimento relazionale segnala innanzitutto non tanto la difficoltà dei nostri contemporanei di relazionarsi agli altri, ma una profonda difficoltà nella relazione con se stessi. Viviamo infatti in un’autentica promiscuità con noi stessi che ha come risultato una visione unidimensionale di ciò che siamo: ci vediamo e ci valutiamo come macchine che devono funzionare. E va allo stesso modo nell’incontro amoroso, dove si aspetta l’arrivo di un essere eccezionale senza coltivare il proprio giardino” [4].

L’impoverimento relazionale è “assenza del senso del tragico”. Non si è parte di nulla, la storia e il cosmo hanno smesso di parlarci, perché sono solo vuote presenze. Senza il senso del tragico l’esistenza cade nell’atomistica dell’indifferenza. Si è estranei alla vita, mentre si è in vita, e la germinazione biologica e spirituale sono tacitate. Si attraversa l’esistenza secondo il tempo lineare dell’utile, in cui non vi sono incontri. Il tempo è solo quantitativo e funzionale al risultato, il resto non compare e non appare. Tutto è astratto, se non ci si dispone all’ascolto di sé e della vita nelle sue plurali manifestazioni:

“La tragedia si definisce come l’incantesimo del mondo in cui trama l’intero universo. Designa il legame sottile e il divenire profondo che collegano tra di loro tutte le entità che popolano il mondo. In antropologia, si possono citare le visioni del cosmo di tipo analogico, nelle quali l’ordine interno di ogni uomo, di ogni essere e organismo riflette l’ordine proprio dell’universo. Nelle culture premoderne o nelle culture cinesi, l’elemento tragico si manifesta nel fatto che, quando un uomo o una donna commette un peccato, questo si ripercuote sull’ordine dell’universo. In questo orizzonte, le grandi catastrofi saranno talvolta interpretate come la conseguenza dello sbaglio commesso da un individuo o da un popolo. Ciò significa che l’individuo non è solo: quello che fa riguarda l’universo” [5].

Nel tempo lineare dell’utile, rilevante è l’uso di ciò che amplifica i risultati. La tecnica con le sue innovazioni è sottratta ad ogni valutazione olistica ed etica, pertanto ciò che essa consente si deve attuare. La tecnica con le sue promesse di salvezza dai confini naturali ed etici si ribalta in silenzioso terrore del futuro. Essa nel suo processo inarrestabile mostra che l’essere umano non solo è superfluo, ma può essere sostituito nell’inarrestabile ascesa del “transumano”:

“Per il paradigma oggi dominante della tecnoscienza, ogni innovazione è considerata de facto come positiva. Come riappropriarsi quindi della negatività? Dopo tutto, perchè questa è necessaria? Una cosa è certa: la negatività non può essere reincorporata mediante una sorta di ‘supermercato delle tradizioni’ in cui ognuno sceglierebbe il proprio radicamento e i costumi che, soggettivamente, gradisce di più. Alcune tendenze sociologiche postmoderne molto reazionarie, come quella rappresentata dal (quasi) sociologo Michel Maffesoli, propongono che ciascuno, nella sua libertà ludica e leggera, scelga la propria tribù di appartenenza… per cambiarla il giorno dopo. Ma colui o colei che possono prestarsi a tale ‘divertimento’ appartengono di fatto alla tribù dei padroni dominanti. Quelli che distruggono il mondo considerandolo il loro ‘terreno di gioco’. Paradossalmente, in una società che considera la perdita come pura negatività oscura, e in cui la questione del negativo è presa in carico dalla tecnica, eliminare tale negativo appare sempre più impossibile. La tecnica ci dice: «Domani saremo immortali!», ma tale promessa di assenza-di-limiti scivola sopra i nostri contemporanei, che in realtà si sentono affogare nell’impotenza e nella paura” [6].

Ciò che si chiede è di limitarsi a “funzionare” e di uscire dalla storia:

“Per il momento, bisogna constatare che quelle promesse risuonano ancora in modo strano nel nostro vissuto quotidiano. Da una parte, ci sciorinano che quel ‘tutto è possibile’ è in grado di cambiare la vita e perfino di abolire la morte. Dall’altra, ci sentiamo sempre più impotenti ad agire, nelle nostrevite e nelle nostre società. L’‘accontentati di funzionare e tutto andrà bene’ non… funziona davvero. Nella psicopatologia attuale, la colonizzazione dell’esistere da parte del funzionare diventa sempre più evidente. Tutto accade come se, avendo noi stessi una visione meccanica, governassimo la nostra vita secondo i criteri del buon funzionamento. Sempre più persone si rivolgono ai consulenti nell’ambito psicologico con un nuovo lamento: «Tutto funziona bene, ma io soffro», oppure: «Nella mia coppia le cose non funzionano bene»…” [7].

La guerra contro l’umano non è ancora vinta. Ciascuno di noi può decidere di evadere dalla gabbia d’acciaio del funzionamento. I primi passi sono semplici e fondamentali, e riguardano la concretezza del quotidiano. Negli ambienti in cui ci muoviamo e viviamo dobbiamo riportare lo sguardo con cui vivere e pensare il “volto e i gesti dell’altro” attraverso i quali conosciamo e riscopriamo la comune umanità. Non più individui ma singolarità in relazione dotate di capacità relazionale e di tempo diacronico:

“Mi alzo, mi preparo per uscire, prendo la metro: a partire da quel momento, comincia ad accadere una serie di micro-eventi. Non saranno per forza eventi ‘importanti’ ma avranno un rapporto con ciò che ci costituisce: saranno eventi per noi – e non magari per il nostro vicino di metro. Questi micro-eventi, micro-sfide che accadono in continuazione, corrispondono al casting situazionale di cui ho parlato in precedenza. Abbiamo la possibilità di ignorarli o di assumerne alcuni – altrimenti detto, possiamo accettare di interrompere il concatenamento regolato dei fatti che costituiscono il funzionamento. Assentarsi dalle situazioni significa assentarsi da sé. Al contrario, essere presente a se stessi implica – in una pratica fatta di passi infinitesimali, come fosse un ‘esercizio di vita’ – renderci presenti alle situazioni. Ciò non ha niente a che vedere, ben inteso, con le caricature del tipo mangiare con piena consapevolezza, andare in bagno con piena consapevolezza e simili. Quelle piccole caricature per occidentali in cerca di senso non sono che varianti per funzionare ancora di più – e paradossalmente dimenticarsi di se stessi, in senso negativo. Perché, se la singolarità è il modo di esistenza del tutto nella parte – una manifestazione dei legami, un modo di esistenza del mondo in ogni situazione –, quelle caricature di ‘completa stupidità’ sono, al contrario, esercizi di rottura dei legami. Il mondo va molto male, ma tu concentrati sul boccone di carne che inghiotti” [8].

La soluzione di Miguel Benasayag è razionale, ma non è sufficiente. Per poter uscire dalla logica del funzionamento bisogna agire politicamente e sovvertire la tecno-struttura che umilia e disumanizza, pertanto solo una azione improntata all’integrazione della teoria (metafisica) con la prassi (trasformazione economica e sociale) può riportare i sussunti ad essere gli attori della storia.

Il tempo lineare con i suoi fatali meccanismi e automatismi di oppressione non è un destino, ma l’effetto di un sistema economico e culturale rispondente agli interessi delle oligarchie trans-nazionali, pertanto senza una “marxiana lettura” del presente vi è il rischio di restare in una cornice di iniziative antisistema puramente singolari che possono cambiare le esistenze di taluni senza mutare il sistema. La prassi è l’agire delle singolarità che dialettizzano la realtà materiale con la lotta di classe e con il sovvertimento dell’ordine culturale imperante.

Singolarità e lotta di classe sono elementi di un unico processo di consapevolezza collettiva senza la quale l’antiumanesimo e il riduzionismo continueranno a regnare.

[1] Miguel Benasayag, Funzionare o esistere?, Vita e pensiero Milano, 2019, capitolo: Prima di iniziare

[2] Ibidem, Introduzione.

[3] Ibidem, Cos’è accaduto.

[4] Ibidem, Una generalizzata mancanza di legami.

[5] Ibidem, Un’epoca senza tragico.

[6] Ibidem, La tecnica tabula rasa.

[7] Ibidem, Tutto è possibile.

[8] Ibidem, Dall’individuo alla singolarità.


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