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Fuga da un regime

Il 16 dicembre del 1989 scoppiava la rivoluzione in Romania contro il regime di Ceaușescu
di Piero Buscemi - mercoledì 18 dicembre 2019 - 1779 letture

Quando si ripercorre un periodo storico interessato da un regime assolutista, spesso la mente tende a farsi ingannare dalla cultura tipicamente occidentale, quella che si forma e si plasma negli anni con gli studi scolastici. Sarà per questo che viene spontaneo spostare l’attenzione verso lontani continenti, alternando i collegamenti cronologici tra l’Estremo Oriente, i Paesi africani e il Sud America.

Ci prende quindi di sprovvista essere costretti a ricordare un regime sviluppatosi e tramontato a meno di duemila chilometri da casa nostra. Una distanza sufficiente per illudersi che quanto stava accadendo in Romania, non avrebbe mai potuto disturbare la nostra vita. Forse non lo fece, non più di quanto la nostra immaginazione potesse fantasticare ogni qualvolta, trovandosi di fronte la bambina dal volto scurito dalla vita che ci chiedeva la carità, abbiamo sempre accomunato i suffissi rom e rum, quando un certa remora ci frenava dal giudicarli con il più dispregiativo zingari. Sì perché nella cultura popolare, la Romania è sempre stata identificata erroneamente come la patria dei rom.

Fabrizio De André ha provato a farci un po’ di chiarezza con la sua Khorakhanè, qualche anno dopo ricordandoci lo sterminio nei campi di concentramento nazisti, subito dai rom nella Seconda Guerra.

Il regime di Ceaușescu ci è rimasto lontano fino a quando, in pomposa diretta via etere, la televisione rumena ci ha fatto assistere alla sua esecuzione sommaria, insieme alla moglie Elena.

Da quel momento abbiamo percepito cosa significasse essere in fuga da un regime a meno di duemila chilometri da casa nostra. La Rivoluzione rumena del 1989, abbiamo voluto credere fosse figlia della caduta del muro di Berlino, ha rappresentato una lenta, inesorabile ed inevitabile morte di un’ideologia comunista, traviata e personalizzata per decenni per giustificare altri abusi di potere.

Una catena di eventi che una ricostruzione fantasiosa di quel periodo storico-politico sembra abbia voluto collocare nello stesso anno. Le dimissioni di Todor Zvikov, il leader bulgaro del Partito comunista, lo scoppio della Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia con l’abbattimento di un altro regime comunista. Basterebbe questo per comprendere quanti muri ideologici e sociali siano crollati in quel 1989. Anche l’Italia si rese protagonista con il famoso proclama di Achille Occhetto a Bologna, che annunciò di fatto la fine del Partito Comunista Italiano. Nello stesso anno, sempre in Italia nacque la Lega Nord di Umberto Bossi, i cui risvolti politici abbiamo vissuto in questi ultimi tre decenni.

Tornando a parlare della caduta del regime Ceaușescu, occorre ricordare che oggi la comunità rumena rappresenta il principale fenomeno migratorio verso il nostro Paese. Un fenomeno permesso dall’entrata nella Comunità Europea della Romania nel 2007 e che oggi si è così stabilizzato che molti rumeni hanno ottenuto la cittadinanza italiana e la naturalizzazione, perfezionate con numerosi matrimoni contratti con gli italiani.

La diffidenza e la ritrosia, a volte innata, di molti nostri connazionali verso i popoli provenienti oltre confine, hanno avuto una strana piega nei confronti del popolo rumeno. Per molti anni essere "rumeno", più esattamente "rumena" voleva dire essere badante. Questo termine del nuovo linguaggio nazionale, dietro il quale si sono costruite le più bizzarre congetture legate a servizi interessati da parte di queste donne, spesso giovanissime, ha raccolto le proteste di coloro che nel lavoro domestico prestato ci hanno sempre visto la strada più facile per raggiungere una tranquillità economica e sociale.

Nel 2011 per raccogliere le lamentele delle "comari di un paesino" (chiediamo ancora soccorso a De André), il governo Berlusconi e il suo ministro dell’economia Tremoni emanarono il decreto-legge n. 98 che all’art. 18 prevedeva una riduzione fino all’80% dell’importo della pensione di reversibilità per le vedove che avevano contratto matrimonio col dante causa dopo che questi avesse superato i settant’anni di età e la differenza tra i coniugi fosse stata superiore ai venti anni. La riduzione prevista era del dieci per cento per ogni anno di matrimonio mancante ad un ideale dieci che, secondo i legislatori, rappresentava un arco di tempo consono. La legge fu inesorabilmente bocciata dalla Consulta con la sentenza 174/2016, in base alla quale il decreto anti-badanti fu dichiarato anti-costituzionale.

Superfluo ricordare che la legge partorita dal governo Berlusconi fu anche ribattezzata la legge anti-rumene, essendo queste ultime più frequenti a svolgere lavori di assistenza domiciliare in moltissime case italiane. Un’altra forma di discriminazione in pieno stile italiano caratterizzato da un’indole votata al giudizio e al pregiudizio, piuttosto che verso un’obiettiva giustificazione delle ragioni che hanno indotto diversi popoli ad abbandonare la propria terra.

A distanza di anni, queste donne rumene hanno avuto il coraggio di esternare il lato umano dei loro silenzi. Madri, spesso di tre o quattro figli, vivono di solidarietà e di altri lavori umili. Compagne di connazionali violenti o separate da non meno arroganti italiani, molte di loro conducono una vita di stenti, da sole. Figlie di quella rivoluzione che determinò più un passaggio di potere da un dittatore assecondato ad un periodo di falsa democrazia.

Sarebbe bastato ricordare tutte le mani strette dai politici internazionali ad un dittatore, stimato e rispettato per interesse, incuranti delle condizioni di estrema povertà del popolo rumeno causate dalla politica di Ceaușescu. La Storia ci racconta di una rivoluzione violenta, quella scoppiata il 16 dicembre di trenta anni fa e conclusa con la condanna a morte del 25 dicembre, alla quale come spesso capita nei ricorsi storici, non portò negli anni successivi a particolari benefici per la popolazione rumena. Doveroso sicuramente ricordarla, come un tassello che insieme agli altri di quel 1989, cambiò il mondo. O quanto meno, consegnò al mondo il sogno di averlo fatto.



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