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Freaky Nikki

Obsession / scritto e diretto da Curry Barker. - USA 2025, uscita in Italia 2026, durata 109 minuti. - Interpreti: Michael Johnston (Baron “Bear” Bailey), Inde Navarrette (Nikki Freeman). - Genere: horror

di Evaristo Lodi - sabato 4 luglio 2026 - 392 letture

Freaky Nikki è contenuto all’inizio del film come se fosse un curioso ma simpatico appellativo che viene affibbiato a una bella ragazza che ha solo la colpa di essere un po’ eccentrica, un pochino sopra le righe. Non è bullismo, se è quello che immaginate, ma solo una certa attenzione maniacale dell’adolescenza per conferire dei nomignoli a tutti.

Non è il solito trito e ritrito sdegno per il bullismo (oggi cyber) a cui dette il via il vetusto ma mai superato Stephen king di Carrie (1974). Seguito dal film Carrie di Brian De Palma del 1976. Anzi tutto il contrario: il protagonista Michael Johnston, l’orsacchiotto, riesce solo a balbettare, sembra non avere cognizione di cosa stia dicendo, sembra non essere convinto delle sue emozioni e non ha certezze di nessun tipo anche se ha una vita sociale assolutamente normale e tecnologica. L’interpretazione di Inde Navarrette è superba con una mimica facciale strepitosa che passa dalla più assoluta normalità alla più terrificante realtà che, anche se dovuta ad uno stato di alterazione, viene approfondita fino all’esasperazione.

Il film è ambientato nel 2023, a quanto mi pare di aver letto, ma sembra non avere una location time vera e propria, se non per il fatto che si maneggiano gli strumenti tecnologi a cui ormai siamo abituati. L’atmosfera è particolare, di ambiente adolescenziale, quasi fosse una caratteristica perpetua per i film spensierati a cui aveva dato il via nel 1973 America Graffiti (George Lucas, quello di Guerre Stellari e Indiana Jones, per intenderci). In pratica tutto ciò che ha caratterizzato la descrizione incantata degli Happy Days, prima del disincanto della guerra del Vietnam.

Cosa significa Freak? Persona, animale o pianta che è anormale o deforme, mostruosa ma può voler dire anche “arcobaleno di colori”. Se poi aggiungiamo qualcosa, “ish” per esempio, è un termine che viene messo in relazione a caratteristiche inusuali che sono imprevedibilmente mutanti come il tempo atmosferico. Informalmente, “freak out” significa percezione radicalmente alterata caratterizzata da allucinazioni e disorientamento, sotto l’influenza di sostanze stupefacenti, e anche un’esperienza selvaggia. Freaky è un termine dello slang che sembra essere una sintesi di tutti i precedenti: strano, non convenzionale, bizzarro.

Con il medesimo termine, siamo portati a ricordare il mitico Freaks del 1932, regia di Tod Browning che ormai è entrato nell’immaginario onirico dei cinefili di tutto il mondo. Ma Ken Russell nel suo Stati di allucinazione (1980, Altered States) ci portò ad assaporare una realtà alterata che, per l’epoca, sembrava attinente solo al mondo delle droghe psichedeliche.

Mi rendo conto che sto citando tanti film, forse troppi, ma vi assicuro che non ho ancora finito. Appena conclusa la visione di Obsession la mia mente ha cominciato a frullare alla ricerca di punti di appoggio su cui approfondire quella che mi sembrava un’idea originale per un film che è ancora proiettato nelle sale italiane e che immediatamente, anche a costo di ripetermi, mi ha coinvolto per la sua terrificante realtà che purtroppo è sotto i nostri occhi, ormai quotidianamente.

Subito la mia mente è volata verso Videodrome (1983, David Cronenberg), ricordando l’orrore che mi aveva provocato più di quarant’anni fa. Non ho resistito e non ho potuto fare a meno di rivederlo. È un film cult e non ricordo bene, ma immagino le reazioni dell’epoca perché è stato un film profetico e non poteva essere accettato dalle società occidentali che si stavano affacciando alle novità tecnologiche come il videotape. Curiosa citazione: le due protagoniste femminili cattive si chiamano allo stesso modo, solo con una lettera di differenza ma con la medesima pronuncia. Inde si chiama Nikki (Freeman, cognome che invita ad assaporare la libertà) mentre la Nicki di Videodrome, interpretata da Debbie Harry (cercate la sua biografia se volete, è interessante) è molto più elegante e subdola nel celebrare il suo vangelo.

Non sono andato a rivedere invece il nostalgico e positivo Lampi sull’acqua – Nick’s Movie (Lightning Over Water, 1980). Il poetico film di Wim Wnders, sugli ultimi istanti di vita di Nicholas Ray, suo amico e grande regista americano, che aveva accettato di farsi filmare, negli ultimi istanti di vita, con il videoregistratore. All’epoca sembrava fosse l’ultima frontiera cinematografica su cui Wenders nutriva molte aspettative.

Poi mi sono quasi calmato con il cinema e mi sono concentrato sull’attualità di Obsession: tutto nasce da un acquisto, un regalino che Bear vuole fare a Nikki ma che poi, nell’attesa, non riuscirà a non utilizzare per se stesso. Un unico desiderio Once Wish Willow (Amaze your friends) che in italiano traducono con il Salice dei desideri (Wikipedia). Ma il desiderio che si realizza è uno solo e, anche se sembra essere innocuo e naturale, si rivelerà una porta spalancata verso l’orrore assoluto.

Un tempo i desideri si sognavano, oggi si realizzano. La pubblicità lo impone e non importa se dopo qualcuno si lamenta. Il mio inespresso si rivela letale per quelli che mi stanno attorno, basta eliminarli fisicamente e togliere tutti gli ostacoli che si frappongono fra me e la realizzazione delle mie aspirazioni. Potrei anche usare la prima persona plurale, senza nulla togliere alla terrificante realtà a cui ci costringe la pubblicità, così affastellata di retorica da mascherare il genocidio con lo scintillio di un resort. O più prosaicamente quando cerchiamo di telefonare a un gestore di servizi, qualunque essi siano. Se va bene, l’I.A. risulta essere l’unico nostro interlocutore, così suadente all’orecchio ma quasi mai solubile alle nostre esigenze.

Ma anche la politica è diventata pura retorica anche e purtroppo nella nostra cara Italia. E qui non sono riuscito a non pensare al quel simpatico presidente dal ciuffo giallo che ormai popola i nostri incubi più terrificanti. La sua retorica ha fatto presa, tanto che è riuscito a vincere una seconda volta, pur farneticando quotidianamente su ogni aspetto della nostra vita. Come ha fatto? È bastato qualche attentato e una piccola ferita all’orecchio per generare un’ondata populista e sovranista che ha spazzato via l’opposizione democratica. Intendiamoci, penso che la presidenza di Joe Biden sia stata la peggiore della storia americana perché è stata la sua retorica a trascinare la decrepita Europa verso il baratro del riarmo (e della conseguente guerra in Ucraina) a difesa dei sacri confini. Perché non credergli, era democratico e non pazzo come il profeta M.A.G.A. Che la mia sia un’ossessione artificiale?

Per finire mi sono chiesto da dove nasce tutto questo. La mia mente è corsa al periodo universitario quando l’Istituto Gramsci di Bologna si stracciò le vesti per la prima elezione alla presidenza americana di Ronald Reagan. Si profetizzò l’inizio di una lunga ondata repubblicana senza immaginare che anche i presidenti democratici avrebbe dovuto lottare strenuamente per non perdere l’immagine degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale. Allora, da buon progressista, mi misi a sbeffeggiare il neo presidente americano perché era stato un mediocre attore di Hollywood e, dopo il matrimonio con Jane Wyman e l’inevitabile seguente separazione, era arrivato a dirigere la Screen Actors Guild, il forte sindacato degli operatori cinematografici, cavalcando la caccia alle streghe (comuniste) che si stava scatenando nel mondo del cinema. Una precoce sete di potere gli aveva fatto capire quale fosse la sua strada maestra.

Ronald Reagan entrò in carica nel gennaio 1981, fino a terminare i suoi due mandati a gennaio 1989, lo stesso anno del crollo del muro di Berlino. Il 30 marzo 1981 subì un attentato da parte di John Hinckley Jr. che era ossessionato dalla giovane Jodie Foster di Taxi Driver (1976, Martin Scorsese, con Robert De Niro e Jodie Foster). L’attentatore voleva attirare l’attenzione della giovane attrice con un gesto plateale come era descritto nel film. Reagan fu ferito al polmone da un proiettile rimbalzato sulla sua limousine corazzata. John non fu condannato perché giudicato incapace di intendere e volere. Robert De Niro impersonava un reduce del Vietnam che ha un’ossessione: compiere un attentato a un politico in corsa per le presidenziali.

La deregolamentazione reganiana ha spinto gli Usa verso il baratro con l’illusione di poter raggiungere un potere mondiale e incontrastato. La sua politica, attraverso una forte detassazione (vi ricorda qualcosa?), spinse gli americani a credere ancora di potersi risollevare dalla crisi e di avere il diritto di sognare sogni eroici, come disse nel suo discorso inaugurale per il suo primo mandato.

Non solo si sono affermati gli Heroic Dreams ma questi sogni ci pervadono ora molto più di prima. Siamo illusi di poter accedere al benessere perenne, alla longevità e all’eternità, al lusso a all’amore più puro che non conosce pause o fratture; siamo illusi di poter sfruttare le risorse terrestri all’infinito, senza preoccuparci delle conseguenze. Riusciamo ancora a sognare in nome di ideali che di cristiano hanno solo la patina esterna, ben spalmata dalla retorica infinita che ci inonda della sua falsa positività a cui tutti siamo chiamati a prostrarci.

Ma molti storceranno il naso per un film dell’orrore. Forse preferiranno assistere alla sfavillante e rutilante, quanto inutile, celebrazione delle potenti case di moda, totem del moderno capitalismo. Qui si onora anche la truccatissima Milano, quella Milano tutta da bere degli anni Ottanta. Ho il forte sospetto che quella decade abbia rappresentato il canto del cigno dell’occidente democratico. Il diavolo veste Prada 2 (The Devil Wears Prada, sequel, vent’anni dopo, dell’omonimo e fascinoso film di David Frankel). Pellicola inutile e melensa che vuole rinfocolare i fasti americani del secolo scorso e che si regge solo sulla recitazione del medesimo cast a cui i vent’anni trascorsi non hanno scalfito minimamente il loro fascino. Chissà come mai?

Quando ci sveglieremo da questi sogni, riusciremo forse a scorgere la desolazione che ci circonda e che noi tutti abbiamo contribuito a creare. Purtroppo siamo tutti destinati a recitare come tanti Freaky Nikki, impazziti di paura e immersi nell’orrore più profondo.


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