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Francesco Saverio Merlino contro la democrazia mancina

Francesco Saverio Merlino (Napoli, 15 settembre 1856 – Roma, 30 giugno 1930) è stato un avvocato, anarchico e politico italiano, teorico socialista.

di Salvatore A. Bravo - domenica 14 aprile 2024 - 437 letture

Democrazia mancina

In un’epoca mediocre, in cui la mediocrazia ideologica è divenuta il fondamento del capitalismo nella sua fase distruttiva dell’essere umano e del suo ambiente, è necessario comprendere il nostro tempo storico per poter deviare dal realismo ideologico con cui i trombettieri del capitale dichiarano l’impossibilità di ogni alternativa. Il cinismo ideologico deve appellarsi alla scienza neutra ed oggettiva organica al capitale: l’economia, nella forma della crematistica imperialista e atea (averitativa) domina la periferia del mondo. Essa è il centro feticistico del dominio, è lo strumento ideologico con cui le periferie subiscono il dominio. L’economia è rappresentata con la logica dei numeri e delle statistiche, è l’oggettività del “centro” che maschera la sua condizione di strumento umano espressione delle oligarchie. La periferia è ovunque nei paesi del terzo mondo come in Occidente. Vi è periferia dove governano i dominatori oligarchici. Il centro si irradia da una miriade di punti geografici e costruisce la rete che soffoca le periferia. I subalterni vivono in una periferia mentale e geografica. Subiscono il modello economicistico, sono allevati e addestrati a non immaginare l’alternativa. Le periferie sono ovunque; il dolore invoca giustizia. La legittimazione ideologica può frantumarsi in ogni momento, poiché la coscienza del dolore e la chiarezza della sua genesi può irrompere dalle profondità abissali del dolore e dello sfruttamento alienato.

In assenza di fondamento metafisico il capitalismo per giustificarsi deve appellarsi all’economia con un movimento di autofecondazione di se stesso che è stato ed è il suo trionfo, ma prepara anche il suo dissolvimento. L’autoreferenzialità del capitale lo rende totalitario, lo costituisce come il nuovo totalitarismo che con i suoi postulati impera e sussume. Le contraddizioni e le tragedie del capitalismo sono rimosse dagli atei devoti che officiano le loro sacre lezioni di economia. L’autoreferenzialità spinge le contraddizioni verso intensità sempre più estreme, gli stessi sudditi possono non concettualizzarle, ma le vivono quotidianamente. L’acuirsi delle ingiustizie sociali ed internazionali non potrà che favorire il passaggio dalla cupa rassegnazione alla formazione di un’opposizione politicamente organizzata e plurale. In questo contesto è possibile trarre energia plastica dagli autori che nel passato hanno denunciato la deriva ideologica del capitale con i suoi abili occultamenti. Il capitale ha lasciato cadere su di loro la mannaia del tempo, sono stati espunti dalla storia del pensiero e ostracizzati.

L’opposizione prima a tale stato di cose è rimettere in circolo il pensiero fecondo e vero di pensatori che non solo hanno pensato l’opposizione al capitale, ma l’hanno vissuta. In un’epoca di mediocrità strutturale voluta le testimonianze di coloro che hanno deviato il percorso dal conformismo dimostra al nostro presente che l’opposizione radicale è sempre una potenzialità dell’umano che si può esplicare e rinnovare nel presente. Bisogna costruire una democrazia che non sia mancina. Il capitalismo ha prodotto la “democrazia liberista”. Democrazia con una mano sola: gli oligarchi si autorappresentano e mascherano le istituzioni con la retorica democratica. Per abbattere la democrazia mancina e riaffermare la democrazia a due mani (popolo e rappresentanti) è necessario riprendere il percorso interrotto della critica sociale e politica. Rileggere gli autori rimossi e dimenticati significa riappropriarsi del “sapere e della prassi” che il “centro oligarchico” ha rimosso dall’orizzonte dei sussunti. Liberare i saperi e gli autori che conducono alla prassi può essere l’incipit per la trasformazione.

Francesco Saverio Merlino

Francesco Saverio Merlino [1] è stato anarchico e socialista libertario nei suoi scritti denuncia la verità prima del sistema ideologico del capitale: l’economia e gli economisti sono gli intellettuali organici al sistema per eccellenza. Gli economisti si fanno promotori di soluzioni alle contraddizioni del capitale con “ricette” che rispondono agli interessi dei capitalisti. Il lavoro è descritto come attività di produzione finalizzata al consumo, non risponde alla soddisfazione dei bisogni materiali e della persona, ma è attività meccanica disumanizzata. La disumanizzazione del lavoro si completa con la gerarchia padronale. I lavoratori sono corpi in attività che non pensano, devono obbedire alla mente che appartiene al padrone e ai suoi sgherri. Non hanno intelletto sono solo mani che devono obbedire alla voce del padrone. Res cogitans e res extensa sono dunque separate. Tutto è taglio che sanguina. La divisione ideologica delle funzioni di un essere umano è riprodotta nella gerarchia sociale per rendere indiscutibile e naturale la verticalizzazione dell’ordine sociale:

“Gli economisti hanno falsato i concetti del lavoro, della rimunerazione e della consumazione. Per essi lavoro è la servitù del proletario che presta l’opera sua, spesso vende la sua esistenza, per una mercede che procura a lui il necessario affinché egli procuri al capitalista e necessario e surperfluo. Per noi lavoro è ogni attività utile alla società e che apre l’adito, come tale, alla soddisfazione de’ bisogni” [2].

In questa ricostruzione ideologica dell’ordine sociale gli economisti risolvono le crisi a cui periodicamente il capitalismo va incontro con proposte che soddisfano i padroni del capitale e dei mezzi di produzione: le sforbiciate dei salari dei lavoratori e la privatizzazione dei servizi sociali. Il censo determina la cittadinanza. Il potere resta indiscusso e indiscutibile e, allora, come oggi, la crisi è pagata dai lavoratori:

“Gli economisti dal canto loro non se ne stanno con le mani alla cintola: ma studiano, indagano e dànno responsi. La crisi è l’effetto della concorrenza straniera: no, dell’eccesso di produzione: neppur di questo, ma dell’elevatezza de’ salari. Sicuro, se gli operai del paese non fossero così ingordi da pretendere una paga superiore a quella de’ coolies cinesi e degli schiavi africani, quale capitalista al mondo penserebbe di sospendere la produzione? Il capitalista — gli economisti proclamano ad alta voce — è ben nel suo dritto di non voler sapere di produzione, se egli non tocca il suo ordinario profitto: spetta all’operaio a metter senno e contentarsi, per paura di peggio, di lavorare a stomaco digiuno, come se si dovesse prendere la santa comunione” [3].

Lo Stato mascherato

Francesco Saverio Merlino usa una breve metafora per smascherare la favola dello Stato super partes. Lo Stato è parte in causa nella logica del dominio e della sussunzione, è schierato con i più forti, perché è l’agile strumento istituzionale con cui i più forti dominano mascherandosi e facendo appello ad una uguaglianza giuridica e quindi solo formale. Lo Stato nel simbolismo letterario e politico di Severino è uno scimmione, non è umano, assomiglia all’essere umano, ma in realtà agisce bestialmente e secondo la legge della giungla: approfitta e divora la fatica dei più deboli. Lo Stato è la maschera, è la malvagità con la maschera del bene. Le sue parole sono menzogna, si dichiara egualitario, ma persegue gli interessi oligarchici. Turlupina gli aggiogati, al punto che l’unico modo che i sussunti hanno per difendere ciò che hanno guadagnato è disertare dalla giustizia del scimmione:

“C’erano due gatti, che convennero di uscire a foraggiare insieme e di dividersi la preda in parti uguali. Presero ciascuno un pezzo di formaggio; ma il pezzo d’uno era più grosso di quello dell’altro. Si recarono dallo Scimmione, che era giudice; il quale per eguagliare le parti, cominciò a morsicare prima il pezzo più grosso, che presto divenne più piccino, poi l’altro, poi di nuovo il primo. I gatti videro la mala parata, s’adocchiarono e, raccolto quel che restava, andarono a goderselo in pace. I due gatti sono gli operai manuali, intellettuali ed altrimenti distinti d’oggi. I due pezzi di formaggio sono i prodotti del loro lavoro associato, co’ quali devono soddisfare i loro bisogni. — Lo Scimmione è il Governo con quel che segue. La morale della favola tiratela voi” [4].

Per poter resistere e trasformare in prassi la consapevolezza che i sudditi hanno appreso dalla realtà storica è necessario ricongiungere ciò che il capitale ha separato: la natura umana. Il capitalismo procede per scissioni e rimozioni: la natura umana è scissa e negata, in tal modo destruttura le individualità, ne indebolisce l’autonomia critica e la capacità d’azione politica. Senza rifondazione metafisica il capitale non può essere abbattuto. Se la natura umana è una, il capitale per ipostatizzarsi interviene per procurare dolorose fratture, in tal modo la lotta pervade ogni strato sociale e ogni relazione umana, si disperde la possibilità del sovvertimento di un ordine innaturale che nega la comune natura umana. La lotta di tutti contro tutti in nome del feticismo economico è il mezzo più efficace per deviare l’attenzione dal vero nemico, l’aggressività si riversa sul prossimo, su colui che subisce eguale sorte:

“Anche qui lo scienziato ed il manovale sono eguali: ambedue vivono ad un dipresso la stessa vita. La natura umana è una. I bisogni diventano disuguali quando si allontanano dalla natura, e diventano fittizii. Il bisogno del ricco è di strapotere come il bisogno del potente è di straricchire. Questi bisogni, che consistono non nella conservazione e nel perfezionamento del proprio essere, ma nell’oppressione e nella soppressione dell’essere e de’ bisogni altrui, sono contro natura. I bisogni veri e progressivi degli uomini lungi dall’essere in conflitto fra loro, armonizzano e si esaltano, per così dire, nell’associazione” [5].

Economia del pane

La soluzione è l’associazionismo con cui l’essere umano si riappropria della sua natura comunitaria ed esce dalle relazioni di dominio e di violenza. La democrazia mancina non può che terminare con la distruzione dei rapporti centro-periferia. Lo spazio partecipato con l’associazionismo ricrea il tempo. La temporalità partecipata è tempo della qualità politica nella quale le differenze vivono la comune natura umana comunitaria nella differenza. L’alienazione non è eterna, ma essa può essere trascesa con un processo storico che abbia la chiarezza dell’obiettivo finale: l’economia per l’essere umano e non contro gli umani:

“L’uomo, che lavora per sé, produce quello che gli bisogna e consuma quello che produce. Egli trova la misura al suo lavoro nei suoi bisogni, e trova la misura de’ suoi bisogni nella sua capacità e forza di lavorare. Egli non sacrifica la sua salute in un lavoro eccessivo, né trascura per ingordigia di ricchezze la coltura della sua mente. Solo costretto per fame, l’uomo lavora eccessivamente a prezzo della vita, per soddisfare non i suoi, ma gli altrui bisogni” [6].

Associazionismo e pieno possesso dei mezzi di produzione ribaltano l’innaturale ordine del capitale. La critica all’economicismo non può essere disgiunta dalla chiarezza sula natura umana, solo in tal modo appare nella sua tragica realtà la violenza della crematistica che per eternizzarsi cerca di occupare lo spazio e il tempo di ogni essere umano per occultare la sua violenza. Per ricominciare a pensare in modo libero può essere proficuo riallacciare i sentieri interrotti tra il passato e il presente che il capitale ha “ideologicamente” reciso. All’economia dell’eccesso e dello sfruttamento deve succedere l’economia del “pane” e dunque della “condivisione”. Umanizzare ciò che il centro oligarchico ha disumanizzato è il fine etico della dialettica rivoluzionaria. Nell’economicismo manca il “pane”, ovvero l’essenziale. Il lusso ha occultato il senso, lo ha sostituito con la violenza che penetra lo spazio e gela il tempo delle coscienze nella morte dei numeri e delle statistiche. Non si vive di solo PIL ma di “pane” che si spezza per diventare vita.

[1] Francesco Saverio Merlino (Napoli, 15 settembre 1856– Roma, 30 giugno 1930).

[2] Francesco Saverio Merlino, Manualetto di scienza economica, Vasai editore, Firenze, 1888, pag. 10

[3] Ibidem, pag. 49

[4] Ibidem, pag. 11

[5] Ibidem, pag. 10

[6] Ibidem, pag. 10


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