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Francesca Schiavone regina di Parigi

Dieci anni da quel magico 5 giugno. Parigi e la terra rossa del Roland Garros si vestì di azzurro
di Piero Buscemi - venerdì 5 giugno 2020 - 678 letture

Grinta da vendere. Quel rovescio in back che ha messo in difficoltà per anni campionesse sulla carta più blasonate. Nessun timore reverenziale verso qualsiasi avversaria. In campo fino all’ultimo colpo con la stessa intensità e vigore agonistico del primo punto del primo game. Sono le caratteristiche tecniche ed agonistiche che stanno dietro il nome di Francesca Schiavone.

Il tennis femminile non era mai arrivato così in alto prima della sua impresa. Il tennis in generale italiano ci era arrivato in poche occasioni. Le imprese erano sempre arrivate con uno stacco generazionale che aveva segnato un solco nello stile, nell’abbigliamento, nei materiali usati. Raggiungere i quarti di finale ma anche gli ottavi era già un risultato che veniva enfatizzato allo stesso livello di un successo.

Vincere uno slam non è cosa semplice, neanche in campo femminile che si ostina a mantenere la formula dei due set su tre anche nei quattro tornei più importanti e ambiti, Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open. Una variazione nel genere che consentirebbe di dimostrare che le ragazze non abbiano nulla da invidiare agli uomini sotto l’aspetto fisico e la resistenza alla fatica, dando agli slam un’impronta di impresa più significativa.

In ogni caso, giocare uno slam comporta una fatica mentale che supera di gran lunga quella fisica, nonostante già la durata dei tornei che superano le due settimane. L’atmosfera poi che porta i partecipanti a doversi misurare costantemente con un passato ed un presente glorioso con chi è riuscito a posizionare nella bacheca di casa l’ambito trofeo. Più volte si è sottolineato come questi quattro tornei fanno la differenza tra il passare alla storia come una campionessa di tennis da contrapporre ad una leggenda.

Essere italiani, come abbiamo già accennato, non ha rappresentato collocarsi tra i favoriti di qualsiasi torneo. Appartenere al gentil sesso, lo esclude a priori. Non è mai stata solo una questione di tecnica o di scuole di tennis non all’altezza. Occorre un elenco di caratteristiche che bisogna sfoggiare contemporaneamente e per un periodo indefinito di tempo per poter ambire anche ad un successo non così blasonato come lo slam di Parigi. Cattiveria agonistica, freddezza, controllo mentale e, aspetto non trascurabile, una forza di volontà e consapevolezza dei propri mezzi da rasentare l’antipatia.

Le tenniste italiane da sempre forse hanno peccato in questo requisito. La femminilità di Flavia Pennetta, la simpatia di Roberta Vinci, la timidezza di Sara Errani, l’eleganza di Camila Giorgi, tanto per citarne qualcuna, non sono connotati sufficienti per competere con vere "guerriere" con la racchetta in mano che hanno monopolizzato questo sport per anni. Tutte insieme hanno unito queste componenti da consentire all’Italia di avere per anni una delle squadre più competitive nella Federation Cup degli ultimi anni.

Francesca Schiavone è riuscita in quello che altre avevano fallito. I nomi crollati sotto la tecnica dei suoi colpi e il suo sorriso beffardo che durante il torneo sembrava esternare un’incredulità della stessa campionessa su quanto stava compiendo, erano abbinati al panorama più in voga di quegli anni del tennis femminile. Francesca passò quasi inosservata fino agli ottavi di finale, come se fosse scontato aspettarsi da lei il minimo sindacale col superamento dei primi turni. L’incontro contro la russa Kirilenko era passato in secondo piano rispetto al Wozniacki-Pennetta, considerato la partita della speranza per il tennis italiano. Accadde che la Schiavone vinse in due set (doppio 6-4) e la Pennetta lasciò spazio alla danese, perdendo 2-6 al terzo dopo due estenuanti tie-break.

Ai quarti Francesca si ritrovò proprio la campionessa danese, costretta a vendicare la sconfitta di Flavia. Molti pensarono di dovere assistere ad una passeggiata da figurante della tennista italiana, di fronte allo strapotere dell’allora numero 3 del mondo. Dire che fu una schiacciante vittoria dell’italiana con un perentorio 6-2/6-3 non lo si crede realmente accaduto neanche adesso a dieci anni di distanza.

Un’altra russa in semifinale. La temutissima Elena Dement’eva. Primo set combattutissimo, vinto al tie-break dall’italiana. Il secondo non fu giocato per problemi fisici della russa costretta al ritiro. Guardando l’altra semifinale che vide la nettissima vittoria dell’australiana Samantha Stosur contro la serba Jelena Jankovic con un 6-1/6-2 che collocò la Schiavone come vittima sacrificale dalla muscolosa australiana considerata ormai da tutti come la vincitrice predestinata del torneo.

Quella tipica smorfia di Francesca, molto simile ad un sorriso che metabolizza la tensione e trasforma tutto in un semplice gioco, che ritorna ad essere vita un secondo dopo l’ultimo punto. Quel suo caratteristico gesto, quasi di umiltà, di chi non crede mai di essere un personaggio solo per avere il privilegio di prendere a colpi di racchetta delle palline di gomma, quello che l’ha vista pulire la linea di fondo ad ogni cambio di campo, è diventato il segno distintivo di quella edizione del più importante torneo di tennis francese. 6-4/7-6 il risultato finale. I numeri del trionfo di Francesca Schiavone, che seppe interpretare lo spirito più vero di questo sport. Il rovescio ad una mano, che racchiude da solo l’eleganza e la tecnica della campionessa italiana. Le sue discese a rete a spezzare la potenza della Stosur, disposta ad indirizzare l’incontro in uno scontro fisico e di potenza da fondo campo.

Non la dimenticherà mai quell’impresa di dieci anni fa, la nostra Francesca che nel frattempo si è anche ritirata. Non lo dimenticheremo neanche noi, appassionati di questo sport. Una campionessa che ha saputo lottare e sconfiggere un brutto male, oggi a quaranta anni rappresenta un esempio per tutti i giovani che si avvicinano a questo sport. Non ci dispiacerebbe rivederla in campo, anche in occasione di qualche esibizione, e farci catturare dalla sua umanità che ha fatto di lei una campionessa, e del pubblico italiano dei tifosi appassionati.


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