Foresteria per docenti
La proposta di adibire le scuole a foresteria per docenti non sembra sollevare discussioni e critiche in modo forte. Ci si limita...
La proposta di adibire le scuole a foresteria per docenti non sembra sollevare discussioni e critiche in modo forte. Ci si limita in genere a indicare le ragioni dell’applicazione “reale e razionale” della proposta. Prima di tutto chi dovrebbe finanziare la trasformazione di una parte dell’edificio scolastico in foresteria. In questo caso il governo è stato chiaro, dovrebbero intervenire i privati. Gli si risponde in genere che i privati chiederebbero per il loro intervento compensi e possibilità di intervenire sui programmi scolastici.
Nulla di nuovo, giacché le riforme sono improntate alla presenza diretta o indiretta degli imprenditori negli istituti tecnici e nei professionali e negli ITS. Si evidenza che il numero dei docenti che vorrebbe e potrebbe usufruire della foresteria potrebbe essere maggiore delle disponibilità e, dunque, ci sarebbe bisogno anche di una graduatoria per aspiranti alla foresteria scolastica. Non si coglie nelle flebili reazioni il problema reale. Ancora una volta il lavoratore reso povero dall’iniqua distribuzione delle ricchezze deve adattarsi al sistema. I docenti che dal Sud si spostano al Nord sono in media giovani trentenni laureati, i quali se dovessero trovare rifugio nella foresteria scolastica non avrebbero nei fatti diritto ad una vita privata, la quale sarebbe pubblica e non gioverebbe alla didattica.
Vivere nello stesso edificio nel quale si lavora, rammenta per associazione gli schiavi nelle piantagioni o gli operai agli albori della Rivoluzione industriale. Il docente, in quanto socialmente povero e debole, diventa parte dell’edificio scolastico. Possiamo immaginare il disprezzo di alunni e genitori addestrati dal sistema a valutare il valore di una persona dalla capacità di acquisto. Insegnare sarebbe ancora più difficile, dato che i docenti, già oggi e da decenni, ad ogni latitudine vivono quotidianamente il disprezzo sociale per la loro modesta condizione sociale.
Si potrebbe parlare di “inclusione”, per i docenti meridionali prima di tutto, pienamente realizzata, se si valuta la parola inclusione nel suo significato etimologico. Inclusione deriva dal latino includere, ovvero chiudere dentro, mai parola fu più vera. Naturalmente tutto questo è finalizzato a far entrare i privati nelle scuole e a conservare gli stipendi bassi come il mercato vuole e desidera. Insomma lo sfruttamento devo continuare e con esso il deprezzamento del valore della formazione.
La soluzione sarebbe rendere gli stipendi dei docenti e degli ATA, anche loro sono interessati alla proposta, dignitosi in modo da rendere l’esistenza dei lavoratori “degna di essere vissuta”. Gli stipendi europei non sono mai presi in considerazione, ma si lavora, è il caso di dire, solo per tagliare come l’Unione europea vuole.
In ultimo immaginiamoci il docente che passa dalla classe alla foresteria e il senso di umiliazione che potrebbe provare, dopo studi e concorsi, per non potersi permettere un monolocale dove vivere la sua esistenza distante dal luogo di lavoro e nel quale “sospendere” il contatto con l’ambiente lavorativo carico di tensioni e di frustrazioni. A questo bisogna aggiungere il sistema pensionistico solo contributivo, in presenza di stipendi bassi, e l’uscita dal lavoro intorno ai settant’anni quando ormai si è vecchi e soli e guardati con sufficienza da molti.
Chi potrebbe ambire a metter su famiglia con figli in una situazione tanto deprimente? Ed ancora chi vorrà svolgere la professione di docente? I costi tra laurea quinquennale e abilitazione sono altissimi ma lo stipendio misero. Una professione dunque per disperati o per missionari. Tutto questo non potrà che nuocere alla nazione tutta e rafforzerà le scuole private. Naturalmente se dovesse essere attualizzata una simile proposta, essa sarà estesa ad altre categorie, la scuola è spesso luogo di “sperimentazione”.
Questa è la condizione dei lavoratori, questo si prospetta per tutti. Su questo i docenti tacciono per disperazione e per accettazione fatale di una condizione professionale e sociale che sembra senza prospettiva. Solo l’uscita dal fatalismo e l’abbandono dell’incantesimo liberista potrà rimettere la storia in cammino.
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