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Fiore di ginestra

di junior - lunedì 7 agosto 2006 - 5170 letture

Gianni entrò nel parcheggio. Spense il motore dell’automobile. Scese dalla macchina. Cominciò a scaricare le valige. Il custode lo raggiunse. Indossava la tuta da lavoro.
- Benvenuto ingegnere...- disse - Prendo i bagagli. -
- Sono in anticipo...- rispose l’uomo - Faccio un giro nei dintorni. Ci vediamo dopo. - La casa delle vacanze si trovava sulla collina del Cimento Rosso a Forio. Il vigneto era coltivato con cura. Gli alberi da frutto erano cresciuti. Li aveva piantati il nonno Giovanni con le sue mani. Le parracine di recinzione della proprietà erano state ripulite dalle erbacce. Cespugli di margherite bianche e lilla costeggiavano i confini del campo coltivato ad ortaggi. L’uomo allungò lo sguardo in direzione della casa. La tettoia antistante il lato Sud era stata realizzata con pali di castagno. Sul retro c’era la cantina. Gianni si avviò in quella direzione. Aprì la pesante porta sfilando il catenaccio. L’ambiente era in penombra. La prima stanza aveva il tetto a cupola. L’ingegnere sollevò il capo. Sei metri separavano il pavimento dal punto più alto del soffitto. Le botti di rovere erano state allineate alla parete laterale. Gianni diede un’occhiata alle feritoie per il passaggio dell’aria. Le modeste aperture trapassavano le robuste pareti conquistando un quadrato di luce. Sugli scaffali di legno sfilavano le bottiglie di vino. Le etichette avevano lo stemma della casa. L’uomo venne attratto dalla visione di una ragnatela. Penzolava dal soffitto appoggiandosi pigramente ad una mensola poco distante. Si apriva a ventaglio. Gianni la osservò con attenzione. Il ragno aveva realizzato un autentico capolavoro. Somigliava ad una tenda impreziosita da un ricamo di una precisone geometrica. La stalla era situata sul lato Ovest. Era don Luigi ad occuparsi dei cavalli. Lo stalliere era molto rispettato in paese. Curava gli animali come fossero suoi figli. Li faceva correre nel recinto costruito appositamente accanto alla stalla. Durante il fine settimana organizzava le escursioni in montagna. Partivano in sette al mattino molto presto. Non rientravano prima del tramonto. L’ingegnere raggiunse il limite della sua proprietà. Il sole stava tramontando. Guardò in direzione della montagna. Una fitta distesa di ginestre rivestiva la parete rocciosa. I fiori gialli in cima ai rami aghiformi sembravano riflettere la luce solare donandole un bagliore più intenso. Inspirò profondamente. Socchiuse gli occhi per goderne la fragranza.
- Ingegnere non riuscivo a trovarla... - disse il custode appena l’ebbe raggiunto.
- Che c’è...? - chiese Gianni.
- E’ arrivato il dr. Sandro... - continuò - Dice di avere un appuntamento. -
- Ahhh sì... - rispose il padrone di casa - me n’ero dimenticato. Arrivo subito. - Un nitrito lo costrinse a voltarsi. Tempesta era a pochi passi di distanza. Luigi montava lo stallone nero.
- Buonasera ingegnere... - disse lui - bentornato a casa. -
- Buonasera Luigi... - rispose Gianni - come stanno i cavalli? -
- Bene, bene... - ripetè - sono come le donne. Hanno bisogno di forza e dolcezza. Il segreto sta nel trovare la giusta combinazione. - Gianni sorrise. Salutò lo stalliere. Si avviò a piedi verso l’abitazione seguito dal custode. All’ingresso la porta era aperta. Le finestre spalancate lasciavano entrare l’odore della campagna. Era una miscela di fragranze differenti ma bene assortite. Gianni ricordava quell’odore. Da bambino diceva spesso che la casa profumava di buono.

Sandro lo stava aspettando nella studio. Si alzò in piedi. Fece pochi passi in direzione di lui.
- Carissimo...- esclamò l’ospite abbracciandolo - perdonami l’intrusione... -
- Come stai...? - chiese Gianni - Ti vedo in forma...-
- Da oggi sono in ferie... - continuò lui - Ho bisogno di riposarmi. -
- Siediti... - disse l’ingegnere accomodandosi dietro la scrivania. - Cosa dovevi dirmi di tanto urgente? -
- Ho bisogno di una cortesia... - disse l’amico.
- Ti ascolto...- osservò il padrone di casa.
- Purtroppo devo pregarti di parlare con Giacomo di quella mia situazione ... - aggiunse Sandro. Aveva abbassato il tono della voce. Sembrava stesse rivelando un segreto inconfessabile.
- Cercherò di fare il possibile... - disse Gianni.
- Quando pensi di vederlo...? - chiese Sandro.
- Spero domani... - rispose lui. Un’automobile fece una brusca frenata nel parcheggio. Gianni si affacciò la finestra. Era Marisa.
- Che succede...? - chiese l’ospite.
- E’ arrivata una mia amica... - rispose l’ingegnere. I due si avviarono all’ingresso. Il padrone di casa accompagnò l’uomo alla macchina. Il custode gli venne incontro per avvisarlo della presenza femminile.
- Eccomi... Sono venuta appena possibile... - esclamò Marisa appena l’ebbe raggiunto. La donna aveva tinto i capelli di rosso. La pelle era abbronzata. Indossava un vestito giallo molto corto e attillato.
- Sei contento di vedermi...? - chiese lei.
- Scherzi...? - rispose l’uomo senza aggiungere altro. La serata trascorse con una lentezza estenuante. Gianni non riusciva a liberarsi della donna. La osservava aggirarsi per il soggiorno. Toccare gli oggetti che le capitavano sottomano. Sembrava volersi accertare della loro integrità. Faceva dei movimenti rapidi. Frenetici. Parlava in continuazione. Non riusciva a fermarsi. Il tono alto della sua voce lo infastidiva. Marisa era una donna ancora giovane. Il fisico esile e senza forme le conferiva un aspetto quasi adolescenziale.
- Perchè non hai risposto ai miei messaggi...? - chiese lei.
- Non li ho ricevuti... - rispose l’uomo sorseggiando un drink.
- Bugiardo...! - esclamò lei sorridendo. Gianni cominciò a passeggiare sulla terrazza seguito dall’amica che lo incalzava.
- Non ti piaccio più...? - chiese finalmente.
- Ma cosa dici...? - incalzò Gianni.
- E’ la verità. Solo che non hai il coraggio di dirmelo... -
- Ti giuro...- continuò lui cercando di tenere una certa distanza - non è così...Ti sbagli. -
- E allora...? Che ti succede? - Gianni poggiò il bicchiere sul tavolo. Guardò l’orologio. Era stanco. Voleva andare a dormire.
- Nulla...nulla, credimi - continuò l’uomo - Ho bisogno di starmene un po’ da solo... - Mancavano dieci minuti alla mezzanotte quando Marisa si decise a lasciare la casa di Gianni. L’ingegnere ordinò al custode di chiudere il cancello automatico. Nessuno doveva entrare nella sua proprietà senza autorizzazione. In camera da letto spalancò la finestra. Entrò in bagno. Si mise sotto la doccia. Provò una sensazione di benessere al contatto con l’ acqua tiepida. Il bagnoschiuma profumava di borotalco. Indossò l’accappatoio. Accese una sigaretta. Uscì sul balcone. Nei vasi di terracotta c’erano i suoi fiori preferiti: gerani rossi, lilla, rosa. Il silenzio di quella notte d’estate era interrotto solamente dal canto incessante delle cicale.

La villa di Giacomo era sulla strada militare che conduceva al monte Epomeo, la cima più alta dell’isola d’Ischia. Per raggiungerla bisognava attraversare un bosco di castagni. Era circondata da un parco. Si entrava attraverso un cancello scorrevole sorvegliato da telecamere. All’interno, un lungo viale alberato conduceva ad un edificio mastodontico realizzato su due livelli. La zona era protetta da cani feroci. Gianni fermò l’automobile. Si avvicinò al videocitofono. Suonò. Attese qualche istante. Un dipendente della villa lo autorizzò ad entrare. Si rimise in macchina. Inserì la sicura sincronizzata. Il cancello si aprì. Si avviò lentamente lungo il viale. Si guardò intorno. Non vide nessuno. Proseguì sino a raggiungere la casa. Qui trovò due uomini ad attenderlo.
- Giacomo vi sta aspettando nel porcile... - disse il più alto dei due. Gli indicò il luogo. Poteva raggiungerlo a piedi.
- E...i cani...? - chiese Gianni.
- Li abbiamo chiusi nel recinto... - rispose. L’uomo si avviò nella direzione indicatagli. La porcilaia era molto grande. Non si sentivano cattivi odori. Era un locale in cemento armato, alto circa tre metri. Il pavimento era piastrellato. Entrò. L’uomo gli fece cenno di avvicinarsi.
- Guarda...guarda... - ripetè Giacomo poggiando la mano sulla spalla di Gianni - Sono delle bestie magnifiche. E’ una razza locale. -
- Sì, sono dei bei maiali... - rispose lui.
- A Natale ti mando le costolette. Sentirai che sapore... - l’uomo fece una pausa. Giacomo era molto alto e robusto. Aveva i capelli rasati, i lineamenti forti, lo sguardo feroce. Gianni non aveva ancora capito quale fosse il numero delle sue scarpe.
- Oggi i maiali si ammazzano con la pistola - continuò il padrone di casa.
- Io preferisco il metodo tradizionale. -
- Quale...? - chiese l’ingegnere.
- Li appendo per le zampe. Poi li sgozzo con il coltello. Lascio colare il sangue in un recipiente. In questo modo la carne rimane bianca, pulita. Con il sangue mi faccio preparare un dolce di queste parti. Devi provarlo, sembra nutella. Una squisitezza...- Gianni ebbe una sensazione di repulsione. Fece uno sforzo per non manifestarla. Uscì all’esterno seguito dall’amico.
- Sei venuto a trovarmi per un motivo in particolare...? - chiese il padrone di casa.
- In realtà è proprio così... - rispose - Volevo parlarti di Sandro.-
- Argomento chiuso... - continuò lui - Non voglio sentire pronunciare nemmeno il nome di quel lavativo. -
- Non ti sembra di essere troppo duro? -
- Può darsi... - aggiunse il padrone di casa - Io sono fatto così. Non posso farci nulla. E’ più forte di me. - Gianni rimase in silenzio. Non sapeva come uscire da quella situazione.
- Che ne dici di prendere i cavalli...? - chiese Giacomo.
- Non saprei, veramente... -
- Vieni, li faccio sellare subito... - continuò senza curarsi della reazione dell’amico - Andiamo a fare una passeggiata al monte Epomeo. - Si avviarono un’ora più tardi. Il bosco di castagni era deserto. La luce filtrava dalla folta vegetazione. Le foglie sui rami in cima ai tronchi altissimi sembravano disegnare un ricamo nell’aria. La temperatura era gradevole. Ganni si sentiva rigido in sella al cavallo. Non riusciva a rilassarsi. La sensazione di avere i piedi sospesi gli provocava tensione.
- Devi essere più sciolto... - esclamò Giacomo - Il cavallo deve sentire che sei parte di lui. Se ti irrigidisci non riesce ad accettarti. -
- Per te è facile... - rispose l’ ingegnere. Uscirono dal bosco. Imboccarono un sentiero di montagna. La strada stretta e curvilinea era fiancheggiata da parracine (muri a secco in tufo verde...). Il sole era alto. Gianni alzò la testa. Guardò verso l’alto. Il cielo era di un azzurro intenso. Le ginestre erano ovunque. Provava una sensazione di gioia nel vederle. Sapeva distinguere la loro fragranza delicata confusa tra mille altre. Gli piaceva il contrasto tra il verde cupo dei rami ed il giallo intenso dei fiori. Una grossa lucertola se ne stava immobile su una pietra a godersi il sole. Gianni la osservò con attenzione. Aveva la testa triangolare, gli occhi piccoli e vispi. Il corpo molle, striato di verde sembrava avido di calore. Non era spaventata dalla loro presenza. Un uccello dal piumaggio sgargiante saltellava tra i rami di una pianta ornamentale. Era incerto, quasi indeciso nella scelta dell’appiglio. Una biscia attraversò il sentiero con una velocità fulminea. Il cavallo di Gianni si spaventò. L’animale si sollevò all’improvviso sulle zampe anteriori. L’ingegnere perse l’equilibrio. Cadde con la schiena sul terreno battuto.
- Ahhhhiiiiii.... - gridò mentre l’animale nitriva colpendo il suolo con gli zoccoli. Giacomo scese da cavallo per aiutare l’amico.
- Non è niente. Stai tranquillo... - disse - Queste cose succedono ai novellini come te. - Gianni si rialzò. Aveva la schiena dolorante.
- Che ne dici di tornare indietro...? - chiese.
- Non ci penso proprio... - rispose Giacomo - Voglio sedermi sulla terrazza panoramica. - Lasciarono i cavalli legati ad un albero. S’incamminarono a piedi. Ancora poche centinaia di metri li separavano dalla cima del monte Epomeo.
- Guarda... - disse l’uomo indicando i boschi sottostanti. Il polmone verde si allungava sotto i loro occhi scendendo gradualmente verso il mare. L’ultimo tratto era uno stretto passaggio roccioso che si sporgeva su un precipizio. Gianni inciampò scivolando per pochi metri sul fianco del dirupo. Un urlo di terrore si levò all’improvviso nel silenzio di quella calda mattina d’estate. Giacomo l’afferrò per un braccio ridendo. L’uomo si aggrappò con tutte le sue forze. Era in preda al panico.
- E’ in questi momenti... - disse l’amico - che si rinsaldano i legami. -Vedi? - continuò sorridendo - Adesso io e te siamo una sola persona. -
- D’accordo, d’accordo... - rispose Gianni che intanto aveva trovato un appiglio per i piedi - Adesso tirami su. Aiutami. Presto. Presto.- Raggiunta la cima sedettero esausti. Erano pochi metri quadrati con vista sul paradiso. La terrazza panoramica del monte Epomeo si trovava in una posizione strategica. Si poteva ammirare l’isola d’Ischia a 360 gradi. Il verde dei boschi scendeva lungo i fianchi della montagna. Si vedevano nitidamente le differenti tonalità delle rocce. Il bianco delle case a valle, i porti con le barche ormeggiate, il Castello Aragonese, la torre di Sant’Angelo, il mare blu in lontananza, il panorama era mozzafiato. Uno strano verso nell’aria attrasse l’attenzione dell’ingegnere. Sollevò il capo. C’erano dei grossi volatili neri con le ali spiegate.Sembravano immobili nell’aria.
- Che uccelli sono quelli lassù...? - chiese.
- Sono corvi...- rispose Giacomo. Trascorsero parte del pomeriggio a parlare del lavoro, gli amici, le donne, le vacanze finalmente iniziate. Durante le pause Giacomo fumava. Gianni osservava l’amico con discrezione. Aveva un’espressione dolce. Quell’uomo improvvisamente gli apparve come il gigante buono, il guardiano dell’isola. Un vociare in lontananza attrasse la loro attenzione.
- Arriva una comitiva di turisti... - disse Giacomo - Andiamocene.-
- Come preferisci... - rispose Gianni alzandosi in piedi. Raggiunsero i cavalli. Salirono in sella. Si avviarono a ritroso lungo il sentiero. Il sole stava tramontando.
- E’ incredibile quante sfumature può avere uno stesso colore... - osservò Gianni. Penellate arancio nel cielo turchese parevano disegnate da un pittore invisibile.
- Cosa dici...? - chiese Giacomo.
- Nulla, guardavo il tramonto... - rispose.
- Sei sempre con il naso per aria... - continuò l’amico - Guarda la strada piuttosto. La terra è più interessante del cielo. - Alla villa due uomini stavano accendendo la griglia in giardino.
- Stasera c’è una cena... - disse il padrone di casa - Vuoi restare con noi...?-
- C’è qualcuno che conosco...? - chiese Gianni.
- Non credo. Sono amici di Milano. Tutta gente simpatica... - L’ingegnere guardò l’orologio. Era combattuto nella decisione. A casa lo attendeva una serata di tranquilla solitudine. La tentazione di conoscere nuova gente ebbe il sopravvento.
- D’accordo... - rispose - resto a cena con voi. -
- Bravo...! - esclamò il padrone di casa dandogli una pacca sulla spalla. In quell’istante Gianni stava bevendo un bicchiere d’acqua. Il colpo gli fece andare qualche goccia in trachea. Cominciò a tossire. Non riusciva a smettere. La sensazione di fastidio era sempre più intensa. Divenne paonazzo.
- Accidenti...! - esclamò l’uomo - Ti stavo accoppando...- L’ingegnere si mise a sedere su una panchina. Il respiro cominciò a normalizzarsi.
- Lo sai che ho la pelle dura... - rispose. Il custode li raggiunse. Chiese informazioni sui vini da servire con la carne.
- Vai in cantina insieme a Guglielmo... - disse Giacomo - Ti mostrerà la mia nuova collezione. Ci vediamo più tardi. -
- Volentieri... - rispose - mi piacciono le cantine. - Un arco di tufo verde faceva da cornice al portone di castagno intarsiato con borchie di ferro. Era il vano d’ingresso. Appena entrati c’era un piccolo pianerottolo da cui partiva una rampa di scale che scendeva verso il basso. Il custode accese le luci dal quadro elettrico sulla parete. Gianni scese i primi scalini in maniera spedita. Successivamente rallentò il passo. Si sentiva lo sbalzo di temperatura.
- Ci sono ancora molti gradini...? - chiese l’ingegnere.
- Sì, arrivano fino al centro della terra...- rispose il custode in tono scherzoso. Rimasero entrambi in silenzio. Al piano interrato c’era un ambiente a stanze comunicanti. Tutti gli ambienti avevano il soffitto a cupola. L’aria circolava grazie ad un sistema di ventole attivato da una centralina. Gianni raggiunse gli scaffali con le bottiglie da collezione. Il luogo gli era stato indicato da Guglielmo. Diede uno sguardo alle etichette.
- Il dr. Giacomo è orgoglioso delle sua collezione di vini... - disse il custode.
- Immagino... - rispose Gianni prendendo una bottiglia per osservarla meglio.
- No, no...soltanto io sono autorizzato a prendere le bottiglie... - esclamò l’uomo prelevandola dalle mani dell’ospite. L’ultima stanza del piano interrato era diversa dalle altre. Gianni notò che non c’erano botti, nè scaffali per le bottiglie. Vide un tavolo circolare con il piede di ferro. La parte superiore era stata realizzata con il fondo di una botte di grandi dimensioni. C’erano sei sedie anch’esse di ferro. Appesa alla parete si vedeva una croce. Non era una croce qualsiasi. Era d’oro massiccio tempestata di pietre preziose.
- Al buio s’illumina... - disse Guglielmo che nel frattempo l’aveva raggiunto - I brillanti emanano dei riflessi di luce. - Staccò l’interruttore della corrente dal quadro presente alle pareti di tutte le stanze comunicanti. La cantina piombò nel buio totale. Gianni ebbe un fremito. Qualcosa di simile ad una paura atavica lo scosse dal profondo. Fu solo un attimo. Era vero. La croce emanava riflessi luminosi di differenti intensità. Era davvero bellissima. Il custode riattivò la corrente elettrica. Gianni socchiuse gli occhi. Ebbe una sensazione di fastidio. Raggiunsero gli scaffali con le bottiglie. L’inserviente prelevò l’occorrente per la cena. Si avviarono all’uscita. Le scale erano illuminate. La cantina era ripiombata nel buio. L’ingegnere si fermò a riprendere fiato. La salita era ripida. Diede uno sguardo dietro di sè. Gli scalini di granito sembravano precipitare nell’oscurità. Inghiottiti dalle tenebre...

Gli ospiti cominciarono ad arrivare alla spicciolata. La tavola era stata apparecchiata sulla terrazza panoramica. L’odore delle candele alla cedronella impregnava l’aria. L’ingegnere si sedette in disparte. Voleva guardare i nuovi venuti senza dare nell’occhio. Un uomo smilzo sui quarant’anni era accompagnato da una donna molto giovane. Lo sconosciuto indossava un abito scuro di una taglia più grande. Aveva il viso di un ovale allungato. Somigliava ad un cavallo. I capelli lunghi, ondulati, scendevano sulle spalle. La signora aveva i capelli biondo platino. La carnagione era chiarissima. Vestiva un abito bianco svolazzante, molto scollato. Sembrava una lampadina accesa. Un altro ospite era piuttosto anziano. Aveva i capelli rasati. Gianni notò un accenno di scoliosi alla schiena. Aveva uno sguardo cupo, sfuggente. Due donne ingioiellate passeggiavano tranquillamente sulla terrazza. Parlavano sottovoce. Indossavano entrambe abiti lunghi, molto eleganti. L’ingegnere sorrise tra sè. Somigliavano a due alberi di Natale. Dopo qualche minuto si presentò un uomo di bella presenza. Aveva circa trent’anni. Era alto, abbronzato. Indossava una camicia fuxia a mezze maniche. Il pantalone era lungo, di raso nero. Gli occhiali da vista avevano una montatura rosa. Finalmente arrivò il padrone di casa. Vestiva in bermuda e canottiera. Aveva un paio di sandali di cuoio. Gianni non resistette alla tentazione di osservargli i piedi. Sembravano quelli di un ciclope. Due uomini in divisa da cameriere cominciarono a servire gli antipasti. L’ingegnere si trattenne. Non sapeva dove sedersi. Finalmente Giacomo gli fece cenno con la mano di avvicinarsi. Sedette accanto a lui.
- Amici vi presento Gianni... - disse Giacomo rivolgendosi ai commensali. -Trattatelo bene. E’ un bravo ragazzo. Si guadagna da vivere costruendo ponti. Nonostante il suo lavoro sia molto terrestre ha un animo celeste...- Gianni sorrise.
- Cosa significa...? - chiese la donna vestita come una lampadina.
- Semplice: ama le nuvole, il cielo, il tramonto, le creature dell’aria. Il mio amico è un sognatore.-
- Interessante... - continuò lei.
- Interessante un corno...! - esclamò l’uomo battendo il pugno sul tavolo di castagno. - Il vino è interessante! I cavalli sono interessanti! I maiali sono interessantissimi! - Gli ospiti rimasero in silenzio. Gianni diede un’occhiata all’uomo anziano con la scoliosi. Aveva un’espressione compiaciuta.
- Amici...buonappetito - disse finalmente il padrone di casa. I commensali cominciarono a chiacchierare tra loro. La serata sembrava tranquilla. L’ingegnere guardò nel suo piatto. C’erano delle fette di prosciutto. Erano circondate da sottaceti bianchi di forma circolare. Probabilmente si trattava di cipolle. Giacomo gli riempì il bicchiere di vino. Il colore rubino brillava sotto la luce.
- Bevi...Bevi... - ordinò l’uomo. Gianni provò una sensazione di nausea. Avvicinò il bicchiere alle labbra. Fece finta di bere un sorso. Cominciò a tagliuzzare il prosciutto in pezzettini minuscoli. Sembravano destinati a nutrire una formica.
- Giacomo quando ci porti al monte Epomeo con i cavalli...? - chiese una delle donne ingioiellate.
- Quando vuoi cara... - rispose.
- Potremmo organizzare una gita per questo finesettimana... - continuò l’altra signora.
- No, questo fine settimana ho un impegno con Gianni... - aggiunse Giacomo guardando l’amico. L’ingegnere gli rivolse un’occhiata interrogativa. In quell’istante scoprì che l’uomo stava ispezionando visivamente il contenuto del suo piatto.
- Come ti permetti di trattare in quel modo il mio prosciutto...? - esclamò ad alta voce il padrone di casa - Non ti piace...? -
- Sì, mi piace molto... - rispose Gianni cercando di essere convincente.
- Bene... apri la bocca. - Giacomo infilzò una grossa fetta del salume con la forchetta. Gliela mise direttamente in bocca.
- Mangia...mangia. Sbrigati...! - ordinò. L’ingegnere masticò un paio di volte la fetta. Cercò d’ingoiare il boccone. Avvertì il passaggio del cibo attraverso la gola. Fece il primo tratto di esofago. Poi un conato di vomito lo costrinse a rigurgitarlo per terra. Rivolse lo sguardo agli invitati. Avevano smesso di chiacchierare. Lo stavano osservando tutti. Erano muti. Gianni attese che il cameriere pulisse il pavimento. Si versò dell’acqua. Bevve qualche sorso. Era fredda, frizzante. Intanto erano stati serviti i primi. Guardò il padrone di casa. Sembrava di buon umore. Discuteva con il più giovane dei commensali. Parlavano di concime. Giacomo sosteneva che lo sterco dei cavalli era un toccasana per il terreno.
- Si prende lo sterco dei cavalli... - spiegava - Si raccoglie in un luogo asciutto e ventilato. Lo si lascia asciugare per qualche giorno. Si disperde sul terreno. Subito dopo si passa con il trattore. - Gianni s’immaginava la scena. Gli sembrava persino di sentire l’odore dello sterco di cavallo. Non era male, molto meglio di quello dei maiali.
- La settimana prossima devi venire alla presentazione del libro di Guido... - disse lo spilungone dalla faccia di cavallo.
- Che libro...? - chiese Giacomo.
- E’ un romanzo dal titolo: "Dubbi di un libero pensatore..." - continuò.
- Di cosa parla...? -
- E’ la storia di una crisi esistenziale. Penso sia una vicenda autobiografica.-
- Riferisci al tuo amico... - continuò Giacomo - che se viene da me gli faccio passare tutti i dubbi. -
- In che modo...? - chiese la giovane accompagnatrice dell’uomo.
- Semplice: gli faccio pulire la porcilaia due volte al giorno per un mese intero... - rispose il padrone di casa . Gianni si sentì osservato da una delle signore ingioiellate. La donna gli rivolse finalmente la parola.
- Quali sono i suoi dubbi...? - chiese all’ingegnere. Gli ospiti smisero di mangiare. Sembravano attendere di conoscere la risposta.
- Io non ho dubbi...- rispose in tono ironico - Purtroppo ho solo certezze...-
- Ce ne riveli una...- continuò la donna.
- Domani dovrò alzarmi presto... - Gianni fece una pausa prima gi continuare - Sono certo che tra una mezzora al massimo avrò il dispiacere di lasciarvi. - Era da poco passata la mezzanotte quando l’uomo fece ritorno a casa. Azionò il telecomando per aprire il cancello. Raggiunse il parcheggio. Scese dall’auto. La luce all’ingresso era accesa. Il custode lo stava aspettando. La giovane labrador, gli corse incontro. Gianni le carezzò la testa.
- Ingegnere ha chiamato la signora Marisa... - disse l’uomo - Era molto arrabbiata. Diceva delle cose strane. Non ho capito bene. -
- Lascia perdere... - rispose - Vai pure a dormire. Buonanotte. - Il padrone di casa attese che il custode si allontanasse. Si sdraiò su un lettino prendisole in un angolo della terrazza. La serata era fresca, ventilata. Ripensò alla giornata appena trascorsa. Tolse le scarpe. Provò una sensazione di benessere ai piedi. Sfilò la camicia ed i pantaloni. La brezza della notte gli carezzava la pelle. Alzò lo sguardo al cielo. Le stelle erano luminose, lontane. Pensò alla distanza infinita che lo separava da quei minuscoli puntini. Milioni di anni luce era solo una formula matematica. Gli bastava socchiudere gli occhi per raggiungerle. Si svegliò all’improvviso. Il cane gli stava leccando la faccia. Spalancò gli occhi. Scese dal lettino. Aveva freddo. Raccolse i vestiti. Entrò in casa. Salì in camera. L’orologio sul comodino segnava le 3. Si era addormentato da più di due ore. Chiuse la finestra. S’infilò nel letto coprendosi con il lenzuolo. Doveva riposare. Lo attendeva una giornata impegnativa.

** La voce di Sandro proveniva dal pianoterra. Stava urlando. Gianni si alzò a fatica dal letto. Aveva la schiena indolenzita. Calzò le ciabatte. Uscì in pigiama dalla stanza. In soggiorno vide l’amico adirato. Si avvicinò. Disse al custode di lasciarli soli.
- Che ti succede...? - chiese il padrone di casa.
- Scusami... - rispose Sandro - Quell’uomo non voleva lasciarmi entrare. Diceva che eri uscito. Ho visto la macchina... -
- Perchè sei tanto nervoso...? -
- Volevo sapere qualcosa di Giacomo. Che ti ha detto...? -
- Ho bisogno di un po’ di tempo... - continuò Gianni - Sono sicuro di riuscire a farvi incontrare. Devo insistere ma con discrezione...-
- Il fatto è che non posso aspettare... - Sandro cominciò a camminare avanti e indietro.
- Vieni... - disse l’ingegnere - Ci prepariamo un buon caffè... - Il telefono cominciò a squillare.Gianni lo guardò infastidito.
- In vacanza bisognerebbe abolire la tecnologia... -
- Come fai ad essere sempre così tranquillo...? - chiese l’avvocato - Certe volte t’invidio... -
- Il segreto sta nel saper aspettare... -
- E ora...cosa stai aspettando...? - chiese ancora Sandro.
- Che il caffè venga fuori dall’espresso... - rispose Gianni - Ho una gran voglia di berlo. - Un rumore di zoccoli attrasse la loro attenzione. Era Tempesta. Stava galoppando nel recinto. L’ingegnere si avvicinò alla finestra. Lo stalliere era in sella allo stallone nero.
- Vieni a vedere... - continuò il padrone di casa. Sandro si avvicinò.
- Uomo e animale sembravano avere uno stesso cuore. Guardali. Che te ne pare...?
- Non mi piacciono i cavalli... - rispose l’avvocato scuotendo la testa. Sorseggiarono il caffè seduti al tavolo della cucina.
- Che impressione ti ha fatto Giacomo...? - chiese Sandro - E’ cambiato? -
- No, è la solita vecchia roccia... - rispose Gianni.
- Non ho mai capito il motivo della sua simpatia esagerata nei tuoi confronti... -
- Perchè sei distratto... - Il padrone di casa guardò l’amico. Aveva una buffa espressione infantile sul volto.
- Quell’uomo è un materialista sfegatato... - continuò Sandro - E’ freddo. Razionale. Determinato. A volte è anche spietato. Che ci trova di tanto interessante in uno come te...?-
- Forse una parte di se stesso che gli manca... - continuò l’ingegnere. Il custode li raggiunse in cucina. Reggeva tra le mani una cesta di vimini. Era ricoperta di foglie di fico. Gianni si avvicinò. Diede un’occhiata al contenuto.
- Hanno portato questa cesta per lei... - disse - Sono da parte di Ambrogio. Dice che lo puoi trovare a Montecorvo. -
- Chi è venuto...? - chiese Gianni prendendo un fico dalla cesta.
- Un tizio che non conosco... - rispose. Il padrone di casa si avvicinò a Sandro.
- Vuoi...? - chiese porgendogli il frutto maturo.
- No grazie... - rispose lui - Parla di Ambrogio lo scultore...? -
- Esattamente... - Gianni tolse con cura la buccia verde che rivestiva il fico. Avvicinò alle labbra la polpa zuccherina.
- Non sai che ti perdi... - esclamò - E’ semplicemente squisito. -

Il custode poggiò la cesta di vimini sul tavolo. Uscì dalla stanza. Sandro ne seguì distrattamente i movimenti.
- Vorrei conoscerlo questo scultore... - disse l’avvocato rivolgendo lo sguardo all’amico.
- Perchè...? - chiese l’ingegnere.
- Curiosità... Ne ho sentito parlare. -
- Cosa hai sentito dire...? - chiese Gianni. Sandro rimase qualche istante in silenzio. Sembrava raccogliere le idee.
- Dicono che sia molto abile nello scolpire la pietra verde... -
- Tutto qui...? - Gianni prese un altro fico dalla cesta.
- Si dice in giro che è una persona stravagante. Riservata. Estrosa.- L’avvocato guardò l’amico fisso negli occhi.
- Allora...me lo fai conoscere...? -
- Non saprei... - rispose Gianni - Devo chiedergli se è disposto ad incontrarti. -
- Quando...? Quando glielo chiederai...? -
- Oggi stesso... andrò da lui a Montecorvo. Devo commissionargli una scultura. -
- Che tipo di scultura...? - continuò l’ospite.
- Una testa di Vichingo. La voglio proprio all’ingresso del terrazzo. Dev’essere enorme, mastodontica. -
- Vorrei commissionargli anch’io una scultura... -
- Quale...? -
- Due delfini nell’atto di tuffarsi nella mia piscina... -
- Non sapevo ti piacessero i delfini... - disse Gianni sorridendo.
- Sono iscritto all’associazione isolana per la difesa dei delfini. Non lo sapevi...?-
- No, di cosa si occupa...? -
- C’è una colonia di delfini che vive nel mare di Ischia. Hanno anche una casa. Si trova al largo tra Sant’Angelo e l’isola di Ventotene. - Il custode si affacciò sulla soglia della porta.
- Che c’è...? - chiese l’ingegnere.
- Ha telefonato la signora Marisa... - rispose - Vuole un appuntamento. -
- Riferisci che la chiamerò io appena possibile... - Gianni guardò l’orologio. Doveva liberarsi di Sandro. L’avvocato non sembrava affatto intenzionato ad andarsene.
- Come sta tua moglie...? - chiese Gianni cercando le sigarette.
- Ci stiamo separando... - rispose lui.
- Interessante...- il padrone di casa fece una pausa - non sapevo che il vostro rapporto fosse in crisi. -
- Non c’è mai stata una vera crisi. Nemmeno un vero rapporto... -
- Continuiamo questo discorso un’altra volta... - aggiunse Gianni - Oggi ho difficoltà di concentrazione. Voglio trascorrere una giornata da uomo primitivo. -
- Sul serio... - esclamò l’avvocato.
- Sì caro... - aggiunse Gianni prendendo l’amico sottobraccio - perdonami ma sto per diventare maleducato. - Sandro sorrise. L’ingegnere lo trascinò all’ ingresso principale.
- Ti faccio uscire e chiudo la porta...Non te la prendere...Lo sai che ti voglio bene. - Appena fuori casa l’ospite non riuscì a trattenere il proprio disappunto.
- Hai ragione... - esclamò - Sei un primitivo maleducato. -

Ambrogio viveva sulla collina di Montecorvo a Forio. Il luogo era raggiungibile percorrendo una stradina stretta e curvilinea completamente in salita. Si trovava in aperta campagna tra vigneti e alberi di ulivo. La posizione era piuttosto elevata. Si poteva ammirare il paesaggio foriano con il porto in lontananza. La chiesa del Soccorso sporgeva sull’omonimo promontorio. La baia di San Francesco era ai piedi della collina di Zaro. La casa di Ambrogio era stata costruita interamente in tufo verde. Lo scultore aveva realizzato personalmente un mastodontico arco d’ingresso, impreziosito da cornici e decori. All’interno c’era un cancello di ferro battuto originale. Robuste sbarre cilindriche s’incrociavano nella parte superiore ed in quella inferiore. Semplice, massiccio, ridotto all’essenziale, il cancello aveva un catenaccio apribile con una chiave di ferro, grande quanto il palmo della mano di un uomo. Nell’orto antistante la casa c’erano figure scolpite in tufo verde. Raffiguravano immagini e simboli dell’antica Roma. L’ingegnere entrò. L’ingresso era socchiuso. Il furgone di Ambrogio era parcheggiato sulla strada. La testa dell’imperatore Giulio Cesare era poggiata su una colonna attorcigliata. In un angolo una figura femminile se ne stava sdraiata su un fianco. Pareva sbucare dal tufo verde. Era desiderosa di mostrarsi quasi fosse rimasta troppo a lungo nascosta all’interno del grande masso. Un’aquila dalle ali spiegate spiccava il volo dal suo piedistallo granitico. Era davvero magnifica. Il becco uncinato era perfettamente chiuso. Gli occhi sfoggiavano uno sguardo fiero, regale. Due grossi serpenti si allungavano in direzione del viale. Costeggiavano una parracina (muro a secco in tufo verde...). A tratti si sovrapponevano come in una danza amorosa. Erano vivi nei loro corpi di pietra. Gianni provò a chiamare Ambrogio ad alta voce. Non ricevette alcuna risposta. Davanti al cortile in un enorme masso di tufo verde il maestro aveva scolpito la sua tomba. Si vedeva un piccolo vano d’ingresso a forma di arco. All’interno c’erano pochi gradini che scendevano verso il basso. Qui era stato realizzato il sepolcro. All’esterno c’era una panchina. Ambrogio aveva scolpito i simboli delle divinità dei morti. Un tavolo di legno e poche sedie era stato sistemato vicino al pozzo. Era da pochi mesi che lo scultore aveva la corrente elettrica. Se n’era sempre voluto privare preferendo le candele. Gianni chiamò ancora il maestro ad alta voce. Nessuno rispose. Diede uno sguardo al vigneto. Era stato coltivato con cura. I grappoli sbucavano dalle foglie avidi di esporsi al caldo sole di agosto. Si voltò in direzione dell’ingresso. La porta era socchiusa. Si avvicinò. Bussò con la mano sul legno. Ancora nessuna risposta. Entrò nella stanza che fungeva da ingresso. Le pareti erano tappezzate di foto. C’era un piccolo scrittoio in un angolo. L’ambiente era in disordine. La penombra lasciava affiorare le immagini sui muri. La sua attenzione venne attratta dal poster di un ragazzo. Era seminudo. Sembrava un adolescente. I lineamenti del viso erano dolci, delicati, senza peluria. Il corpo snello slanciato, evidenziava delle curve appena abbozzate. Aveva un principio di seno.
- Adesso vive a Milano... - la voce di Ambrogio risuonava nell’ambiente silenzioso. L’ingegnere si voltò di scatto. Lo scultore era entrato dall’esterno.
- Ti ho chiamato... - disse Gianni - Non mi hai risposto. -
- Il suo nome d’arte è Jessica... - continuò il padrone di casa guardando il poster.
- Perchè, è un artista...? - chiese l’ingegnere.
- No, è un transessuale. Fa la vita... - Gianni si voltò in direzione dello scrittoio. Sembrava cercare qualcosa.
- Sono venuto per parlarti di un lavoro... - continuò l’uomo.
- Di cosa si tratta...? - chiese Ambrogio aprendo la tenda. La luce del primo pomeriggio invase l’ambiente polveroso.
- Vorrei che scolpissi una testa di vichingo per il mio terrazzo. La voglio mastodontica. Ho parlato con un amico. Mi procurerà il masso di tufo verde. -
- Devo prima terminare un’altra scultura... - rispose. Il padrone di casa indossava una camicia di filo nera a maniche corte. Il pantalone anch’esso di colore nero era piuttosto aderente. Aveva la barba allungata all’altezza del collo. I capelli brizzolati erano pettinati all’indietro. Ambrogio aveva uno sguardo rapace. A Gianni piaceva pensare che avesse acquisito quei bagliori fulminei dall’osservazione dei corvi, i suoi uccelli preferiti.
- Hai delle nuove foto...? - chiese l’ingegnere.
- Ti ho fatto vedere quelle della rappresentazione del matrimonio a tre...?-
- No, quali sono...?- Ambrogio prese un album dalla scrivania. Era foderato di stoffa. Lo aprì. Poggiò la mano sulle prime pagine. Le dita erano lunghe e affusolate. Anche le unghie erano lunghe. Gianni non aveva mai capito come facesse a scolpire.
- Le carrozze me le ha prestate un amico del maneggio... - Ambrogio cominciò a raccontare le scene del matrimonio
- Questi siamo noi, gli sposi. La nostra è la carrozza capofila del corteo. Gli ospiti seguono dietro. - L’ingegnere vide tre persone sedute sulla prima carrozza: due uomini ai lati e una donna al centro. Erano abbigliati in maniera estrosa, colorata. Il trucco appariscente li faceva somigliare a personaggi usciti da un libro di favole.
- Guarda...- Ambrogio poggiò l’indice sulla foto - Il vescovo ci sta sposando. - Gianni vide un uomo travestito con abiti talari. Aveva un’espressione facciale perfetta per il rito. I tre nubendi stavano in piedi davanti a lui. La sposa era in abito bianco svolazzante. Il voluminoso seno era quasi completamente scoperto. Gli sposi ai lati somigliavano a due pali. Erano rigidi, concentrati. Alle loro spalle gli invitati in costume assistevano in silenzio. Il tempio prescelto era la casa di Ambrogio a Montecorvo. Qui era stato allestito un altare per l’occasione.
- Guarda...guarda...- ripeteva lo scultore - qui stiamo andando a fare il ricevimento in albergo. - Si vedevano le carrozza allineate lungo la strada principale. Le macchine che precedevano e seguivano il corteo nuziale non sembravano affatto intenzionate a circolare. C’erano uomini e donne che si sporgevano dai finestrini tra applausi e risate.
- E questo è il buffet... - Ambrogio mostrò una foto con antipasti, dolci e bevande varie sistemati su due tavoli ai bordi di una piscina. La sposa era stata immortalata nello scatto del fotografo con un fascio di rose rosse. C’era la torta nuziale a tre piani. Era farcita da nuvole di panna. In cima c’erano gli sposi nel tentativo di darsi un acrobatico bacio.
- Dopo pranzo il corteo ha accompagnato i mariti e la moglie alla casa coniugale di Montecorvo... - continò Ambrogio mostrando un’altra foto. - Siamo passati per il centro storico di Panza. Qui ci siamo fermati. La gente voleva salutarci. -
- Chi è la donna...? La conosco...? - chiese Gianni.
- E’ una mia amica di Bologna... - rispose Ambrogio.
- E adesso dov’è...? -
- Non lo sò. L’anno scorso è venuta una settimana. Non l’ho più sentita. - Il padrone di casa fece accomodare l’ospite in camera da letto.
- Vieni... - disse - Ti faccio vedere una cosa. - La stanza era arredata in maniera spartana. C’era un grande letto con le spalliere in ferro battuto. L’armadio a due ante era aperto. Si vedevano gli abiti di scena. C’erano anche due comodini di legno arte povera. Il lampadario era anch’esso di ferro battuto. Sul pavimento c’era un vecchio tappeto. Il letto era disfatto.
- Cosa volevi farmi vedere...? - chiese l’ospite.
- Questo... - rispose Ambrogio aprendo una tenda di velluto rosso. Apparve un altare realizzato in tufo verde. Sulla parete retrostante c’era un’immagine ingrandita di Ambrogio vestito da vescovo.
- Interessante... – commentò Gianni. Non sapeva cosa dire. Ambrogio aveva un’espressione compiaciuta. Sembrava assorto. Rapito. Immerso nei suoi pensieri estrosi. Una voce proveniente dall’esterno chiamava il maestro. Lo scultore richiuse la tenda di velluto. Si avviò all’ingresso senza dire una sola parola. L’ingegnere decise di seguirlo. Sul cortile c’era un ragazzo di circa venti anni. Reggeva tra le mani una videocamera.
-  Sono venuto con un po’ di ritardo… - disse il giovane porgendo l’oggetto tecnologico ad Ambrogio.
-  Meglio tardi che mai… - rispose lui. I due sembravano conoscersi molto bene. Rientrarono in casa. Sedettero accanto allo scrittoio. Ambrogio cominciò ad ispezionare la videocamera. Il ragazzo era nervoso. Non riusciva a stare fermo. Si muoveva in continuazione sulla sedia. Gianni notò che aveva le mani arrossate. I polpastrelli erano più scuri. Sembravano cianotici. Faceva spesso il gesto di passarsi le dita tra i capelli. Finalmente lo scultore poggiò l’arnese sul ripiano della scrivania. Sollevò lo sguardo guardando il ragazzo negli occhi.
- Cosa mi racconti…? – chiese Ambrogio.
- Mi serve un lavoro… - rispose il ragazzo.
- Non lavori già sul cantiere di Raimondo…? –
- Mi sono licenziato…-
- Perché…? –
- Avevo poco tempo libero. Io non riesco a rinunciare alla mia vita. – Ambrogio si alzò dalla sedia. Raggiunse la finestra. Guardò fuori. Rimase di spalle per alcuni minuti. C’era un silenzio assoluto. Anche le cicale avevano smesso di cantare. Il giovane si stava mangiando le unghie. Gianni provò ad osservarlo meglio. Era scuro di carnagione. Aveva i capelli neri, gli occhi color nocciola. Era piuttosto esile. I lineamenti del viso erano dolci, delicati.
- Che tipo di lavoro cerchi…? – chiese Ambrogio. Il padrone di casa si era rimesso a sedere.
- Mi serve il pomeriggio libero...- rispose.
- Vedrò quello che posso fare. Non ti prometto nulla... - I due si salutarono. Il maestro accompagnò il ragazzo al cancello. Gianni rimase seduto accanto allo scrittoio. Guardò la videocamera. Era un modello vecchio. Ambrogio lo raggiunse.
- Se vuoi posso aiutarti a trovare un lavoro per quel ragazzo... - disse l’ingegnere. - E’ un tuo amico...? -
- Ti ringrazio... - rispose il padrone di casa - Il problema è che non ha molta voglia di lavorare. -
- E’ tua...? - chiese ancora Gianni indicando la videocamera.
- Si, l’ho fatta riparare. Io sono molto legato alle mie cose. - Uscirono in giardino. Il sole del tardo pomeriggio aveva delle tonalità arancio. La collina di Montecorvo era completamente esposta a ponente. La sua posizione strategica le consentiva di catturare l’ultimo raggio di sole.
- Mi aiuti a raccogliere i pomodori...? - chiese Ambrogio prendendo un cesto di vimini.
- Volentieri... - rispose Gianni - cosa devo fare...? -
- Seguimi... - I due amici si avviarono in direzione del vigneto. Le piante di pomodoro si trovavano all’interno dei filari di viti. Era piuttosto scomodo raccoglierle.
- Perchè le hai piantate in mezzo ai filari...? - chiese l’ingegnere.
- Le viti fanno ombra sulle piantine... - rispose Ambrogio - In questo modo il sole non le fa seccare troppo presto. - Gianni si piegò sulle ginocchia. Cominciò a raccogliere i frutti. Alcuni avevano una forma allungata con la buccia molto spessa. Altri erano tondi con una punta all’estremità. Poi c’erano i pomodori più grandi. Avevano una forma sferica. La buccia era sottile, liscia come il velluto.
- Quelli sono ottimi per l’insalata... - continuò Ambrogio. -
- Il prossimo anno devi darmi qualche piantina... - Gianni mostrò all’amico un pomodoro grande quasi come la testa di un neonato - Voglio proprio questi...-
- Contaci... - il padrone di casa aveva riempito la cesta fino all’orlo. Si allontanò in direzione della cantina. Tornò con un recipiente vuoto.
- Quest’anno il raccolto è stato abbondante... - osservò Ambrogio.
- Che ne fai di tutti questi pomodori...? - chiese Gianni.
- Preparo le conserve per l’inverno...- rispose lo scultore - E’ una tradizione di famiglia. Poi le regalo agli amici. Devo fartele assaggiare... - Rientrarono in casa con un ricco carico di pomodori. Poggiarono le ceste in cucina.
- Preparo un’insalata mista... - continuò Ambrogio - Mi fai compagnia? -
- Volentieri... - rispose Gianni - Io apparecchio la tavola. -
- No, non qui...Fuori si sta meglio. Sotto la pianta di fico... -
- A proposito...dimenticavo...grazie per i fichi. Erano davvero squisiti. - L’ingegnere stese la tovaglia. Il tavolo circolare era in lapilli con la base di tufo. Le sedie erano state realizzate scavando quattro grossi massi di pietra verde. Somigliavano a delle panchine con uno schienale basso. Il sole era appena tramontato. La penombra si allungava sulla campagna. Ambrogio accese una lampadina sistemata tra i rami dell’albero di fico grazie ad un filo volante. La luce era fioca. Gianni diede uno sguardo all’insalata. Era invitante. Sentì un aroma intenso.
- Che cos’è quest’odore...? - chiese l’ospite.
- E’ rosmarino selvatico... - rispose lo scultore - Lo raccolgo in montagna. Ha una fragranza diversa da quello coltivato negli orti. - La serata era fresca. Non si sentivano rumori. Il silenzio era interrotto solamente dal canto delle cicale.
- E’ bellissimo questo posto... - disse Gianni assaporando una fetta di pomodoro.
- Io non riuscirei a rinunciarci... - rispose Ambrogio - Credo che resterò qui anche dopo la morte. Il mio Spirito vagherà tra i vigneti e gli alberi da frutto. -
- Non ti sentirai solo...? -
- No, ci saranno le pietre a tenermi compagnia. - Una voce proveniente dal cancello li costrinse a voltarsi. C’era qualcuno. Chiamava Ambrogio. Il padrone di casa si alzò. Si avviò spedito in quella direzione. Gianni lo vide sparire lungo il viale non illuminato. Riapparvero in due. Lo scultore era in compagnia di un uomo sulla cinquantina. Aveva i capelli tinti e ondulati. Il volto era tondo e paffuto. Parlava con una strana cadenza. Non riusciva a capire la provenienza di curioso quell’individuo. Ambrogio fece le presentazioni. Sedettero insieme sotto la pianta di fico. L’ospite era un commerciante appena rientrato da un viaggio di lavoro in Russia. Si riempì il piatto d’insalata. Cominciò a mangiare in maniera vorace. L’ingegnere rimase in silenzio. Stava attento a non lasciarsi sfuggire una sola parola. Quell’uomo cominciò a raccontare dei suoi ultimi affari. Aveva un atteggiamento borioso. Ambrogio si limitava a pronunciare monosillabi. La voce dello sconosciuto era stridula, fastidiosa. Sembrava una nota stonata nella magia di quella notte d’estate.
- Devi venire a casa mia... - disse l’uomo rivolgendosi allo scultore - Voglio mostrarti i miei ultimi acquisti. Ho fatto dei buoni affari. - Ambrogio annuì con la testa. Non sembrava molto entusiasta della notizia. Gianni si soffermò sul movimento mascellare dell’antiquario. Aveva un ritmo costante. Masticava con la bocca aperta. Si vedevano i denti ingialliti dalla nicotina. Un residuo di lattuga era rimasto incastrato tra i due incisivi superiori. Aveva le braccia molto pelose. Il colore della pelle s’intravedeva a tratti. Le dita grassocce erano ingioiellate. L’uomo aveva diversi bracciali ad entrambi i polsi. Una collana d’oro massiccio gli penzolava dal collo. Gianni notò che aveva lo stesso colore dei capelli.
- Non sei venuto alla nostra riunione... - disse il commerciante al padrone di casa.
- Ero impegnato... - rispose lo scultore.
- Senza di te le serate non sono divertenti...-
- Verrò la prossima volta... - continuò Ambrogio - Te lo prometto. -
- Magari puoi invitare anche Gianni... - aggiunse l’uomo. L’ingegnere gli rivolse un’occhiata interrogativa.
- Non credo sia un ambiente adatto a Gianni... - disse lo scultore.
- No, io mi adatto a tutti gli ambienti... - replicò l’ingegnere - Se mi invitate vengo volentieri. - Il commerciante saltò sulla sedia. Spalancò gli occhi. Fece un sorriso marrone. Allargò le mani appoggiandole sul tavolo.
- Allora siamo d’accordo... - esclamò - Sabato prossimo facciamo una festa a casa mia. Siete entrambi invitati. - Un’ora più tardi si salutarono. Ambrogio accompagnò gli ospiti all’ingresso principale. Il cancello era rimasto socchiuso.
- Ho lasciato la macchina più avanti...- disse il commerciante dai capelli gialli.
- Ti accompagno... - rispose Gianni. Si avviarono in quella direzione. L’ingegnere era incuriosito da quell’individuo. Avrebbe voluto fargli qualche domanda. Attese che fosse lui a parlare.
- Conosci da molto tempo Ambrogio...? - chiese l’uomo.
- No, è da qualche anno. Mi è stato presentato da un amico. Stava lavorando nella sua villa. -
- Noi invece, ci conosciamo da quando eravamo ragazzi. Pensa, una vita...-
- E’ interessante Ambrogio... - disse Gianni.
- No, è una persona speciale. Ha un notevole carisma. - L’ingegnere rimase in silenzio. Raggiunsero le macchine. Si salutarono.

Le campane della chiesa cominciarono a suonare. Gianni si girò nel letto. Nascose la testa sotto al cuscino. La luce solare filtrava dalla tenda. Aveva ancora sonno. Attese che i rintocchi fossero terminati. Si liberò dalla stretta soffocante del guanciale. Diede un’occhiata alla sveglia sul comodino. Erano le 9,30. Il parroco aveva appena chiamato i fedeli alla prima messa domenicale. Provò a ricordare l’ultima volta che era entrato in una chiesa. Aveva nostalgia d’incontrare don Luigi. Era un uomo di spirito. Qualche volta Gianni glielo aveva fatto notare.
- Per carità... - aveva risposto don Luigi - ...lasciamo stare gli spiriti. - Il sacerdote stava recitando la formula della bendizione quando Gianni arrivò sul sagrato. Attese qualche minuto sul cortile antistante la chiesa. I fedeli cominciarono a defluire lungo le scale. L’ingegnere entrò dalla porta della sacrestia. Percorse il breve corridoio. Don Luigi si stava togliendo gli abiti talari.
- Gianni, che piacere vederti... - esclamò il sacerdote. Si abbracciarono.
- Da quanto tempo sei a Forio...? - chiese don Luigi.
- Sono arrivato la settimana scorsa... - rispose l’ingegnere - Solo oggi mi sono liberato. Ho avuto alcune cose da sistemare. - Don Luigi era giovane. Aveva da poco compiuto 45 anni. Era alto, slanciato. Aveva la carnagione scura, gli occhi verdi, i capelli neri. Era stato trasferito a Forio da circa 10 anni. I parrocchiani stravedevano per lui. Aveva creato un gruppo parrocchiale giovanile molto affiatato.
- Hai deciso di confessarti...? - chiese lui sorridendo.
- Lo sai che sono senza peccato... - rispose Gianni.
- Siediti. Parliamo... - continuò il parroco.
- Di cosa vuoi che parliamo...- chiese l’uomo sedendosi accanto a lui.
- Come va la tua crisi spirituale? -
- In questo momento non me ne occupo... -
- Male... - continuò il sacerdote - non bisogna mai sottovalutare le crisi spirituali. - Don Luigi aprì una piccola credenza. Ne estrasse una bottiglia di nocillo con due bicchieri. Versò il liquore denso, scuro. Aveva un’intenso aroma di noci.
- Dicono che sia un ottimo digestivo... - disse il parroco - Andrà benissimo anche come aperitivo. -
- Io sono astemio... - rispose Gianni.
- Non importa. Bevilo lo stesso... - Doveva avere un tasso alcolico molto alto. L’ingegnere avvertì immediatamente un forte bruciore alla lingua.
- Basta così...grazie - aggiunse Gianni poggiando il bicchiere sul tavolo.
- Me lo ha regalato un contadino di Panza... - don Luigi rivolse lo sguardo al suo interlocutore.
- Mi ha spiegato come lo produce... - continuò - Se vuoi posso darti la ricetta. - Un gruppo di ragazzi entrò all’improvviso nella sacrestia. Erano adolescenti. Salutarono i presenti. Si diressero verso il ripostiglio. Presero alcuni strumenti musicali. Entrarono ordinatamente in chiesa.
- Sono i giovani del coro... - disse il parroco - Durante la prossima messa devo celebrare un battesimo. Tu rimani? -
- No, vado via... - rispose Gianni - Stasera sono stato invitato da un amico a Santa Maria al Monte. Vuoi venire anche tu...? -
- Volentieri... - continuò don Luigi - Dopo le 21 sono libero. -
- Ci vediamo stasera...Buona predica... - Si salutarono. L’ingegnere uscì sul cortile esterno. C’erano numerosi turisti. Erano principalmente tedeschi, ospiti degli alberghi della zona. Scese le scale velocemente. Raggiunse l’automobile nel parcheggio. Scoprì di avere lasciato il telefonino sul sedile laterale. C’era una chiamata senza risposta. Guardò il numero: era Giacomo. Provò a richiamare.
- Mi hai cercato...? - chiese Gianni.
- Sei stato scortese l’altra sera... - rispose l’uomo.
- Scortese io...? Perchè...? -
- Hai insolentito una mia ospite... -
- Quale...? - continuò l’ingegnere.
- Non fare il tonto... - aggiunse Giacomo - Lo sai di chi sto parlando... -
- Ti giuro... Non lo so... -
- Si tratta della signora che ti ha chiesto lumi sulle tue certezze...-
- Ah, si...ricordo. Mi dispiace. Non era mia intenzione offendere. - Giacomo fece una pausa. Quindi riprese a parlare.
- Adesso devi rimediare... -
- Davvero...? E come...? -
- La signora vuole incontrarti. Naturalmente tu non hai problemi... -
- Dove...? - chiese ancora Gianni.
- Ti va bene domani sera a casa mia...? -
- D’accordo...ma solo perchè me l’hai chiesto tu...- Gianni si avviò verso il centro di Forio. Aveva voglia di bere un caffè al bar. Guardò l’orologio. Erano le 11,30. Forse avrebbe rivisto i suoi amici del paese. Desiderava incontrarli. Era trascorso circa un anno dall’ultima volta che si erano parlati. Il porto era intasato di barche. Sul pontile si vedeva una lunga coda di persone in attesa dell’aliscafo per il continente. Il traffico era scorrevole. La gente passeggiava pigramente. L’ingegnere parcheggiò l’automobile. Si diresse al bar di fronte. I tavolini erano affollati. Diede uno sguardo. I clienti si stavano godendo una tranquilla pausa domenicale. Entrò all’interno del locale. Nell’aria c’era un’intensa fragranza di dolci appena sfornati. Si avvicinò alla cassa. Ordinò caffè e cornetto. Prese lo scontrino. Raggiunse il banco. I camerieri erano molto giovani. Indossavano la divisa. Sorridevano prendendo l’ordinazione.
- Gianni...sei tu...? Quando sei arrivato...? - la voce alle sue spalle era quella di Silvia.
- Ciao...- l’ingegnere salutò l’amica ricambiando il sorriso - Sono arrivato da pochi giorni. Come stai...? -
- Bene, oggi faccio il mio primo bagno. Sei già stato al mare...? -
- No, spero di andare in spiaggia nei prossimi giorni...-
- Sei solo...? -
- Sì, ho deciso di concedermi una vacanza di totale solitudine. - Silvia sorrise sorseggiando il caffè. Gianni notò che aveva una traccia di rossetto sull’incisivo superiore destro. Si era rifatta le labbra. Erano gonfie. Sproporzionate al viso ovale e minuto.
- E...Marisa...? - chiese Silvia.
- Chi...? Ah si...Marisa sta bene. -
- Qulache sera dobbiamo uscire tutti insieme... - continuò la donna. L’ingegnere annuì col capo. Uscirono dal bar. Faceva molto caldo. Gianni salutò la donna. Si avviò in direzione della macchina. Guardò l’orologio. Era ora di pranzo. Il ristorante di Simone si trovava sul belvedere di Serrara Fontana. La zona era sopraelevata. Dalla terrazza panoramica si potevano ammirare la Torre di Santangelo, il porticciolo turistico, la spiaggia. Sullo sfondo c’era la sagoma di Capri. L’ingegnere conosceva bene il locale. Il gestore era un suo vecchio amico.
- Stavolta devi ascoltare il mio consiglio... - disse Simone raggiungendolo al tavolo.
- Quale consiglio...? - chiese Gianni.
- Devi assaggiare il coniglio all’ischitana. E’ buonissimo. Fidati... - continuò l’uomo.
- Mi fido... - rispose l’ingegnere - Il problema è che non mi piace il coniglio. -
- Come fai a dire che non ti piace? Non l’hai mai assaggiato. - Gianni si lasciò convincere.
- D’accordo... assaggerò questo coniglio all’ischitana. -
- Bravo...Dopo mi racconti... - Il ristoratore si allontanò in direzione della cucina. Il cameriere si avvicinò con le bevande. Gianni non riusciva a distogliere lo sguardo dal panorama. Sant’Angelo sembrava tanto vicina da poterla afferrare con le mani. Sarebbe bastato un deltaplano per raggiungerla. Simone gli aveva parlato spesso del progetto di realizzare una funivia. Avrebbe garantito un servizio di trasporto passeggeri direttamente dal mare alla montagna in pochissimi minuti. Pensò che sarebbe stato bello trascorrere una mattinata di sole e mare sotto la Torre. Sedersi sulla seggiovia e raggiungere la montagna per consumare un pranzo a base di prodotti tipici.
- Senti che profumo... - disse Simone reggendo un contenitore di terracotta. Spostò il coperchio. Gianni si allungò verso il recipiente. Inspirò profondamente. L’odore era buono.
- Buon appetito... ci vediamo dopo... - aggiunse il ristoratore prima di allontanarsi. L’ingegnere diede uno sguardo più attento all’interno della zuppiera. Si vedevano i pezzi di coniglio semi affogati nel sugo. C’era persino l’intestino arrotolato ad un mazzetto di aromi. La testa era stata tagliata a metà. L’attenzione di Gianni si soffermò sugli incavi da cui erano stati estratti gli occhi. Somigliavano a due buchi sferici. Scelse due pezzi centrali. Cominciò a mangiare. Intinse il pane nel sugo. Era saporito. La coscia anteriore aveva una forma allungata. Quella posteriore era molto muscolosa. Il vino bianco era stato versato in una brocca da mezzo litro. L’acqua minerale era fredda, frizzante.

Erano circa le sedici quando l’ingegnere rientrò alla casa del Cimento Rosso. Il giardiniere stava innaffiando le piante. Decise di ritirarsi in camera. Voleva riposare. Faceva molto caldo. Chiuse bene le tende per creare un po’ di penombra. Il telefono cominciò a squillare. Il suono fastidioso lo convinse a staccare la linea. Tolse le scarpe. Poggiò i pantaloni sulla spalliera. Sfilò la camicia lasciandola cadere sulla sedia. Si sdraiò sul letto. Aveva bisogno di rilassarsi. Nel tardo pomeriggio raggiunse la parrocchia in motorino. Don Luigi lo stava aspettando.
- Mi sono liberato prima del solito... - disse il parroco.
- Bene...andiamo... - continuò Gianni. La strada che conduceva a Santa Maria al Monte era ripida, stretta, curvilinea. La si poteva percorrere agevolmente anche con un’automobile di piccola cilindrata. I fianchi della collina sporgevano su precipizi e zone impervie. Salendo in direzione della cima si ampliava la visione del paesaggio a valle. C’erano terrazzamenti coltivati a viti. Ampie macchie boschive si allungavano fin alle case bianche e dai tenui colori pastello. In lontananza si vedeva il porto turistico. Il mare dall’alto mostrava differenti sfumature di azzurro. Giunto alla sommità della collina l’ingegnere parcheggiò lo scooter sul bordo di uno strapiombo. Il panorama era mozzafiato. Rivolse lo sguardo alle case di Santa Maria al Monte. Erano piccole e accoglienti. Si trattava di semplici dimore contadine rivestite in tufo verde. I proprietari non vi risiedevano stabilmente. Le utilizzavano per trascorrervi il finesettimana e qualche festività.
- Seguimi... - disse Gianni - Ti faccio conoscere un amico. -
- Vive in questo posto...? - chiese don Luigi.
- No, si rifugia qui per riposare la mente... -
- In che senso...? -
- Te lo spiegherà lui... - continuò l’ingegnere - Andiamo. - S’incamminarono a piedi lungo un sentiero in salita. La strada costeggiava il bordo di un ampio dirupo. Il sole stava tramontando. Gianni si tolse il giubbino. Faceva ancora caldo.
- A quest’ora si sente l’odore dell’erba... - disse l’ingegnere fermandosi ad aspettare l’amico rimasto indietro.
- Hai ragione... - rispose il parroco. L’uomo indicò alcune piante di ginestre.
- Guarda lassù... - disse - Adoro le ginestre. Non trovi anche tu che siano bellissime...? -
- Si, sono belle... - aggiunse don Luigi - E’ ancora lontana la casa del tuo amico...? -
- No, siamo quasi arrivati... -
- Io non riuscirei a vivere qui...? -
- Perchè no...? - chiese Gianni.
- C’è troppa solitudine. E poi...questo silenzio...E’ inquietante... -
- Non sono d’accordo... - l’ingegnere poggiò la mano sulla spalla di don Luigi - Questo luogo è incantevole. Trasmette una sensazione di pace. Si ha l’impressione di essere fuori dal tempo. - Il verso di un uccello notturno spaventò il giovane sacerdote.
- Cos’è stato...? - chiese fermandosi a guardare in direzione del richiamo.
- E’ lo spirito della montagna... - disse Gianni in tono scherzoso - Protesta. Non ha gradito le tue parole. -
- Smettila... - ripetè l’uomo - Quanto manca ancora...? -
- Siamo arrivati... - rispose l’ingegnere. Davanti ai loro occhi c’era una piccola casa di pietra. Una porta di legno malandata si apriva su un minuscolo orto. Un fazzoletto di terra coltivato ad ortaggi mostrava orgoglioso i prodotti della stagione. Le piante di pomodoro erano state fatte arrampicare su pali di legno conficcati nel terreno. Le insalate sfilavano in tutte le varietà. C’erano quelle con foglie lisce e riccie. La specie di lattuga romana sovrastava tutte le altre. I ravanelli somigliavano a delle palline rosse spuntate all’improvviso sul verde cupo delle foglie. Le melanzane avevano una forma molto allungata. La pianta di limone era carica di frutti gialli e polposi. I rami potati ad ombrello tendevano a scendere verso il suolo.
- Pietro...Pietro... - chiamò l’ingegnere ad alta voce.
- E’ sordo... - continuò Gianni rivolgendosi a don Luigi - Devo gridare. Altrimenti non mi sente. -
- E’ un tuo amico...? - chiese l’uomo.
- Mi ha chiesto di dare uno sguardo ad un suo progetto. Vuole ristrutturare la casa. - L’uomo venne loro incontro. Aveva circa sessant’anni. Era alto, longilineo, brizzolato. Camminava in modo incerto. La carnagione era molto scura.
- Ingegnere... eccomi...sono qui...- disse Pietro porgendo la mano in segno di saluto.
- Questo è don Luigi... - continuò Gianni.
- Molto piacere... - aggiunse il padrone di casa. Si avviarono all’interno dell’abitazione. Il pavimento era piastrellato con mattonelle antiche dipinte a mano. Un masso di tufo verde occupava un’intera parete del soggiorno. In un angolo la pietra era stata scavata per realizzare una finestra. L’arredamento era spartano. C’era un tavolo di castagno attorniato da quattro sedie. La cucina in muratura aveva anche il forno a legna. Il lavello era di ceramica bianca. In un’ altra stanza il letto a due piazze aveva le spalliere in ferro battuto. C’erano anche un piccolo armadio e due comodini arte povera.
- Grazie per essere venuto... - disse Pietro facendo accomodare gli ospiti in cucina.
- Posso offrirvi un caffè...? - chiese l’uomo.
- Dopo...vediamo quelle carte... - continuò Gianni. Il padrone di casa estrasse un fascicolo da un cassetto della credenza. Lo poggiò sul tavolo. Intanto don Luigi uscì all’esterno. Era notte fonda quando i due amici ripercorsero la strada di campagna. Dovevano recuperare il motorino parcheggiato a breve distanza. Pietro aveva dato loro una torcia per illuminare il sentiero.
- Questo posto di giorno dev’essere bello... - disse don Luigi - Di notte però, è spettrale...-
- Hai paura del buio...? - chiese Gianni.
- No, non è questo...E’ l’atmosfera nel suo insieme. Senti questi versi...? Io li trovo lugubri. -
- Hai ragione... - continuò l’ingegnere - Questo luogo è infestato di fantasmi. Ce ne sono ovunque. Si divertono a spaventare i malcapitati di passaggio...-
- Si...prendimi in giro. Continua così...continua... - replicò don Luigi. Fu in quel momento che il sacerdote urtò con la fronte contro un ramoscello basso. Avvertì il colpo. Trasalì. Un urlo di terrore si levò nel silenzio della notte. Gianni scoppiò a ridere. Non riusciva a smettere. L’ingegnere accompagnò l’amico a casa. Si salutarono. Nella villa del Cimento Rosso le luci erano accese. Gianni parcheggiò l’auto nel garage. Scese. Si diresse verso l’ingresso.
- Cos’è successo...? - chiese l’ingegnere al custode che nel frattempo l’aveva raggiunto.
- La signora Marisa... - rispose l’uomo con voce affannata - E’ venuta. Si è messa a gridare. Ha acceso tutte le luci. Io ho provato a telefonare. Il suo cellulare era spento...-
- Hai ragione. Stai tranquillo. Vediamo cosa possiamo fare. -
- E’ molto arrabbiata... - continuò il custode.
- Non preoccuparti. Adesso dov’è...? -
- L’ho lasciata nel soggiorno... - L’ingegnere entrò in casa dall’ingresso principale. La donna era seduta sul divano. Si alzò di scatto andandogli incontro.
- Ti stavo aspettando... - disse con voce adirata.
- Marisa...mia cara... - Gianni cercò di avere un’espressione naturale.
- Non provare a sfiorarmi neppure con un dito... - urlò lei.
- Perchè...? Cosa succede...? - chiese il padrone di casa.
- Lo sanno tutti... Io sono la sola a non saperlo... - rispose la donna sempre più infuriata.
- Lo sanno tutti...? Che cosa...? - chiese lui.
- Che hai una compagna ufficiale a Napoli. Andate insieme alle feste. Praticamente è una specie di moglie... - Gianni scoppiò a ridere.
- No, ti giuro... è falso. Non ho nessuna compagna ufficiale. Sono solo. Credimi. Solo come un cane... -
- Bugiardo... - gridò Marisa. - Sei talmente vigliacco che non hai il coraggio di ammetterlo. - L’ingegnere si versò un drink.
- Vuoi bere...? - chiese alla donna.
- Spero ti vada di traverso... - rispose lei.
- Sei cattiva...Vieni qui... - l’uomo cercò di afferrarla per un braccio.
- Ho detto che non devi sfiorarmi neppure con un dito... -
- Assurdo... E... chi ti ha raccontato questa storia della compagna ufficiale...? -
- Tutti... al bar lo sanno tutti... - Gianni sorrise sorseggiando il liquore.
- E’ buonissimo...Dovresti assaggiarlo... - continuò porgendo il bicchiere alla donna.
- Sei un mostro. Non hai un briciolo di cuore... - disse Marisa in lacrime. La donna singhiozzava. Si era rimessa a sedere sul divano. Reggeva la testa tra le mani. Gianni notò le dita lunga e affusolate. Le unghie curate erano tinte con uno smalto color fuxia. L’ingegnere sedette accanto a lei. Le poggiò una mano sulla nuca. Cominciò ad accarezzarla con i polpastrelli. Attese qualche istante la reazione di lei. La donna rimase immobile. Si avvicinò allungandole la scollatura del vestito sulle braccia. Prese a baciarla sulle spalle.
- Sei un mostro... - ripetè Marisa sottovoce. Sollevò il capo girandolo verso di lui. Aveva i capelli sul viso. Le guance erano ancora bagnate. Socchiuse gli occhi. Gianni la baciò sulle labbra cercando un varco nella sua bocca. La lingua di lei aveva un sapore dolce di lampone. La donna si slacciò il reggiseno. Gianni cominciò a leccarle le guance. Morderle il collo...Scese giù con le labbra baciandole i seni piccoli e turgidi. Si attaccò ad un capezzolo. Provò a succhiare dolcemente. Sentì che le difese della donna stavano cedendo. Lasciò che si sdraiasse sul divano prima di penetrarla. Quella notte dormirono insieme. Gianni si svegliò spesso. Non era abituato a dividere il proprio letto con un’altra persona. Marisa riposava tranquillamente. Il corpo seminudo era a tratti coperto dal lenzuolo. Faceva caldo. L’ingegnere si alzò. Aprì la porta a vetri. Uscì sul terrazzo. Era ancora buio. Si sentiva il verso dei grilli provenire dalla campagna circostante. Il cielo era stellato. Non si vedeva la luna. Rientrò in camera. Si sdraiò sul letto. Provò a socchiudere gli occhi. Era stanco. Aveva un disperato bisogno di dormire.

Gianni raggiunse la villa di Giacomo. Era quasi mezzogiorno. Lungo il viale del parco i doberman si avvicinarono all’automobile. L’ingegnere diede uno sguardo ai cani. Erano sei. Avevano un’espressione feroce. Si muovevano con agilità. Il parco era videosorvegliato. Le telecamere erano ben mimetizzate. Gianni diede uno sguardo agli alberi di ulivo, alcuni erano ultracentenari. Il luogo era ordinato con una precisione geometrica. Le fontane zampillavano acqua. Le panchine di pietra erano delle vere opere d’arte. I giardinieri stavano sistemando le piante ornamentali. Parcheggiò l’auto. Si avvicinò.
- Ho un appuntamento... - disse.
- Benvenuto ingegnere... - rispose uno dei due uomini - Il dr. Giacomo è nel porcile. -
- Vado da solo, grazie... - continuò avviandosi nella direzione indicatagli. Giacomo indossava una tuta da lavoro. Aveva gli stivali ai piedi. Stava spalando il letame.
- Vieni. Aiutami... - ordinò il padrone di casa. L’ingegnere prese l’arnese mostratogli. Si affiancò all’uomo. Cominciò a prelndere lo sterco.
- Mettilo in quel contenitore... - continuò l’uomo. Gianni aveva difficoltà. L’odore del letame era molto forte. Ebbe una sensazione di nausea.
- Diventano sempre più belli... - osservò Giacomo fermandosi un attimo a riposare.
- Chi...? - chiese l’ingegnere.
- I miei maiali naturalmente... Quest’anno le salsiccie saranno di migliore qualità. -
- Ti piace la carne di maiale...? - continuò Gianni.
- Certamente... perchè? A te non piace...? -
- Ad essere sincero non molto... -
- Sei un idiota. Non capisci niente. La carne di maiale è ottima. La preferisco a quella di manzo... - L’ospite si fermò un istante. Pensò ad una domanda intelligente.
- E... le galline...? -
- Le galline...? Cosa dici...? -
- Allevi anche le galline...? -
- Galline...? Fossi matto...! Sono bestie stupide... - Gianni sorrise.
- Perchè le trovi stupide...? - chiese.
- Hanno un aspetto insignificante. Sono piene di piume. Non volano. Si fanno beccare dal gallo. Fanno le uova...-
- E allora...? Hai qualcosa contro le uova...? -
- Vorrei vedere te... - rispose Giacomo - a trascorrere le giornate a evacuare palle ovali...- L’ingegnere scoppiò a ridere. Guardò il padrone di casa. Si era sbagliato. Non stava scherzando. Parlava seriamente.
- A proposito... - disse Gianni - qual’è il motivo per cui mi hai fatto venire...? -
- Te l’ho detto per telefono. La mia ospite dell’altra sera si è indispettita. Dice che sei stato maleducato. -
- Anche tu lo pensi...? - chiese l’uomo.
- Io penso... - continuò il padrone di casa - che ha inventato un pretesto per rivederti. Il guaio è che devo accontentarla. E’ la moglie di un mio caro amico. -
- D’accordo...d’accordo... - Gianni ripose l’arnese per spalare il letame - Io cosa dovrei fare...? -
- Cosa vuoi fare...? Discuti di qualche noiosissimo argomento culturale che ti propone. Fai finta di non essere del suo parere. Vi bevete qualcosa. E...andate a letto insieme. -
- Interessante...E...com’è...? - chiese l’ingegnere.
- Un po’ smollata ma ancora piacente... - rispose Giacomo. I due uomini uscirono all’esterno.
- Perchè ti occupi personalmente di pulire la porcilaia...? - chiese Gianni - Non potrebbe farlo qualcun’altro...?-
- No...solo io posso togliere il letame...- rispose Giacomo.
- Mi spieghi il motivo...? Non capisco... -
- Se vuoi entrare in sintonia con i maiali devi togliergli il letame. Non c’è altro modo per scoprire la loro anima... -
- Che vuoi dire...? - continuò l’ingegnere - Secondo la tua teoria l’anima dei maiali si trova nello sterco...? -
- E’ un concetto troppo evoluto... - aggiunse l’uomo - Te lo spiego la prossima volta. - Si avviarono in direzione della casa. I giardinieri stavano innaffiando le piante.
- Vado a fare una doccia... - disse Giacomo - Torno subito. - L’ingegnere avrebbe voluto fare una passeggiata lungo il parco. Rinunciò. Aveva paura d’incrociare i cani. Sedette sotto al gazebo. C’erano delle poltrone di vimini. Sul tavolino basso, erano poggiate alcune riviste. Il cameriere si avvicinò.
- Posso offrirle qualcosa da bere... - chiese.
- Si, grazie... - rispose Gianni - Vorrei un caffè...- L’inserviente si allontanò rapidamente. Attese qualche minuto. Lo vide riapparire con il vassoio. C’era un completo di porcellana bianca: tazzina, piattino e zuccheriera. Il bicchiere con l’acqua minerale era stato guarnito con una fetta di limone.
- Se ha bisogno di altro... - continuò il cameriere - sono a sua disposizione. -
- Grazie, va bene così... - Gianni lo congedò sorridendo. Si versò lo zuc chero. Sul gazebo di ferro battuto era stata fatta arrampicare una glicine. La pianta era in piena fioritura. Gianni diede uno sguardo ai grappoli lilla. Il loro profumo intenso si mescolava con l’aroma del caffè. Un’automobile scura si fermò nel parcheggio. Ne uscì una donna piuttosto alta. Indossava un pantalone lungo di colore bianco ed una camicetta scollata. Aveva i capelli seminascosti da una bandana. Camminava con passo spedito. Entrò in casa seguita dal custode. L’ingegnere rimase seduto a sorseggiare il caffè. Uno dei doberman si fermò a qualche metro di distanza. Diede uno sguardo all’ospite. Si accucciò per terra. Gianni notò la muscolatura dell’animale. Era abbastanza robusto. Il muso allungato, le orecchie dritte somigliavano a due antenne. Il cane aveva un aspetto elegante. Qualche minuto più tardi vide il padrone di casa uscire dall’ingresso principale insieme alla sua ospite. Venivano verso di lui. Quando furono giunti a pochi passi, si alzò in piedi poggiando la tazzina vuota nel vassoio.
- Gianni lei è Simona... - disse Giacomo - Vi siete conosciuti l’altra sera a cena. Ricordi...? -
- Ma certo... - rispose lui allungando la mano in segno di saluto - piacere di rivederti Simona. -
- Come stà il nostro ingegnere sognatore...? - chiese lei ricambiando il saluto.
- Un po’ impigrito... - rispose lui - E’ tutta colpa delle vacanze. -
- Ho chiesto a Giacomo di prestarmi un cavallo... - continuò la donna - Vorrei andare a fare una passeggiata in montagna. Ti piacerebbe accompagnarmi...? - Gianni rimase sorpreso. Non aveva voglia di cavalcare. Pensò ad un pretesto.
- Ma certo che ti accompagna... - osservò Giacomo - Il mio amico adora i cavalli. - L’ingegnere gli fece un’occhiataccia. Sorrise a Simona che lo stava guardando.
- D’accordo...andiamo... - rispose lui. Si avviarono in direzione del monte Epomeo. Simona montava il cavallo con disinvoltura. Sembrava piuttosto abile. Gianni non potè fare a meno di osservarle le mani. Erano bellissime. Le dita lunghe e affusolate somigliavano a quelle di una pianista. Le unghie erano tinte con uno smalto color perla. All’anulare destro aveva un anello d’oro e brillanti. La fascia aveva la forma di un serpente. Dal corpo attorcigliato si elevava una testa di cobra. Simona aveva i lineamenti del viso forti, marcati. Tradivano un temperamento maschile.Era molto magra. La curva del seno s’intravedeva appena sul busto eretto. Si voltò in direzione di Gianni. L’uomo la guardò negli occhi. Erano azzurri, freddi, espressivi. Una sensazione di gelo lo scosse.
- Ti piace il bosco...? - chiese la donna.
- Si, mi piace soprattutto la sensazione di solitudine che trasmette... - rispose.
- Perchè pensi che trasmetta solitudine...? - continuò lei.
- Non lo so... Lo avverto a pelle... -
- Io non mi sento sola quando vengo nel bosco... - aggiunse - Ci sono centinaia di piccole creature. Molte non le vediamo. Non significa che non ci siano... -
- Ti riferisci anche a gnomi e folletti...? - chiese l’ingegnere in tono scherzoso.
- Perchè no... - rispose Simona sorridendo - Io conosco la casa degli gnomi. -
- E dov’è...? -
- Seguimi... - rispose lei - Te la mostro.- Si avviò lungo un sentiero in salita. Il bosco di castagni diventava sempre più fitto. Gianni la seguì con difficoltà. I cavalli avevano sete. Finalmente giunsero ad una sommità. Qui c’era uno spazio aperto. Si vedeva un’apertura in un enorme masso di tufo verde.
- Che cos’è...? - chiese l’ingegnere.
- Una grotta naturale... - rispose lei - Anticamente i contadini se ne servivano come riparo. Vieni. - Scesero da cavallo. Entrarono. Il primo impatto fu di ritrovarsi al buio. Con il tracorrere dei minuti gli occhi si abituarono alla penombra. Cominciarono ad affiorare le prime immagini. C’erano numerose scritte sulle pareti. Erano brevi messaggi d’amore e amicizia. Una nicchia nella parete somigliava ad una rudimentale finestra. C’era una brandina malandata.
- Qualcuno è stato qui...? - chiese Gianni.
- Te l’ho detto... - rispose Simona - E’ la casa degli gnomi. -
- I tuoi gnomi devono avere dei piedi grandi... - continuò l’ingegnere mostrando un paio di scarpe rotte. Erano, probabilemente un numero 45. La donna si avvicinò all’uomo abbracciandolo.
- Non conosco neppure il tuo cognome... - aggiunse lui evitando di ricambiare l’abbraccio.
- Che fai...? - chiese lei sfiorandole il lobo dell’orecchio con le labbra - Mi resisti..? -
- Non devo...? - chiese Gianni.
- No, non devi... - rispose Simona con tono appena sussurrato.
- Accetto solo se è un ordine... - ripetè l’ingegnere.
- Ti ordino di spogliarti... - disse lei slacciandogli la cintura dei pantaloni. Gianni sfilò la camicia lasciandola cadere per terra. Tolse i pantaloni. Poggiò la donna con la schiena contro la parete. Le sollevò le gambe lasciando che le incrociasse dietro la sua schiena. Era seminuda. Gli abiti giacevano sul pavimento, accanto alle scarpe di ginnastica. L’ingegnere annusò la sua pelle. Aveva un buon odore. La fragranza delicata avvolgeva i loro respiri affannati.
- Vuoi fumare...? - chiese Gianni accendendosi una sigaretta.
- No, grazie non fumo... - rispose lei. All’esterno della grotta la luce filtrava dai rami. Si vedevano dei fasci luminosi in tutte le direzioni.
- Me lo dici il tuo cognome adesso...? - chiese l’ingegnere.
- No, non te lo dico... - rispose lei.
- Perchè...? - continuò l’uomo guardandola negli occhi.
- Voglio lasciare un interrogativo per la prossima volta che ci vedremo... - la donna fece una pausa lunga - Perchè noi ci rivedremo...? Vero...? - Gianni rimase in silenzio. Non riusciva a trovare le parole per una risposta. Simona gli si avvicinò. Sedette accanto a lui su una pietra.
- Vengo spesso in questo posto. E’ speciale. Potrebbe essere un qualsiasi luogo di un qualsiasi tempo... -
- Davvero...? - chiese lui lasciandosi sfuggire l’espressone infantile.
- Ma certo...Pensa... - continuò la donna - Potresti essere un cavaliere del Cinquecento. Oppure un nobiluomo dell’Ottocento...Ed io potrei essere una dama...o forse una contadina... Qui non c’è nulla della nostra epoca. Neppure la più piccola traccia...-
- Hai ragione... - aggiunse l’ingegnere - Che ne dici di dare un’occhiata ai cavalli...? Saranno stanchi di aspettare. -
- Andiamo... - disse la donna precedendolo di qualche passo. L’uomo si attardò a raggiungerla. Accese un’altra sigaretta. Vista da dietro la donna aveva una corporatura esile. La figura stretta e allungata non mostrava la curva dei fianchi. I capelli erano nascosti dalla bandana. Non c’era alcun segno di femminilità nel suo portamento. Simona si fermò all’improvviso voltandosi in direzione di lui.
- Che fai...? Non cammini...? I cavalli aspettano... - ripetè in tono canzonatorio.
- Hai ragione. Scusami... - rispose Gianni accelerando il passo. Raggiuntala le allungò un braccio sulle spalle. La donna lo abbracciò.
- Sei molto dolce... - continuò Simona sorridendo. L’ingegnere notò che aveva una dentatura perfetta.
- Ti sbagli... - rispose lui - Non mi conosci. -
- Non sei dolce...? - ripetè lei.
- No, non sono dolce... - rispose Gianni.
- E come sei...? - chiese la donna.
- Salato... - l’ingegnere ricambiò il sorriso.
- D’accordo... sei dolce e...salato. - Montarono a cavallo. Si diressero verso la casa di Giacomo. Incrociarono il fuoristrada dell’uomo a pochi metri dal cancello automatico.
- Siete già di ritorno...? - chiese Giacomo.
- Abbiamo pensato di andare in spiaggia... - rispose Simona.
- Bene... - continuò l’uomo - dovete sbrigarvi. Il sole sta tramontando. - Entrarono all’interno del parco. Gianni osservava la donna senza parlare.
- Sei arrabbiato con me...? - chiese lei.
- No, perchè lo pensi...? -
- Ho raccontato la storia della spiaggia... - si voltò in direzione di lui - Io parlavo seriamente. Ti va di venire con me in spiaggia...? -
- Sei sicura di non avere un marito geloso...? -
- Sicurissima... ho un marito che non mi vede. Per lui sono trasparente... -
- Interessante... -
- Che ci trovi d’interessante...? -
- Potrebbe essere un buon sistema per far durare i matrimoni... -
- E tu...? - chiese Simona - Sei sicuro di non avere una fidanzata gelosa...?-
- Sicurissimo... - rispose l’ingegnere - io sono solo come un cane... - La spiaggia di Citara si stava sfollando. I bagnanti defluivano pigramente in direzione dei bar retrostanti l’arenile. Il sole stava calando nel mare. Sembrava salutare con i suoi bagliori arancio.
- Il tramonto sulla spiaggia è molto romantico... - disse Simona.
- Dici...? -
- Non sei d’accordo...? - chiese la donna.
- Lo preferisco d’inverno... - rispose lui.
- Perchè...? -
- La spiaggia è deserta. Il freddo allontana la gente dal mare. Ho bisogno di sentirmi solo per godermi il tramonto... -
- Ti piace così tanto la solitudine...? - continuò Simona.
- Si, è la mia condizione ideale. Adoro restare da solo con me stesso... -
- Io preferisco il rumore... - ripetè la donna - Mi piace il contatto con la gente. Non c’è niente di meglio che lasciarsi prendere da un vortice d’impegni che ti lascia senza respiro... -
- Perchè tu hai paura di fermarti a pensare... -
- Pensare cosa...? -
- Non una cosa in particolare... - continuò l’ingegnere.
- Noi due siamo opposti... -
- Vieni... - disse Gianni - Andiamo da questa parte. Ci sono gli scogli. - Le rocce erano scure, scivolose. Sedettero su uno scoglio semisommerso. Simona tolse il pareo. Indossava un bikini giallo. Era abbronzata. Gianni rimase in pantaloncino.
- Sono stata bene con te... - disse la donna. L’ingegnere rimase in silenzio.
- E tu...? - chiese lei.
- Anch’io sono stato bene... - rispose l’uomo guardando in direzione dell’orizzonte.
- A giudicare dal tono con cui lo dici... - continuò Simona - non sembrerebbe.-
- Ti sbagli...- aggiunse Gianni.
- Ti piacerebbe non rivedermi più...? - chiese ancora la donna.
- Il tuo è un concetto molto relativo... - osservò l’ingegnere rivolgendo lo sguardo alla spiaggia.
- In che senso...? - la donna lo stava guardando fisso negli occhi.
- Potrei incontrarti ancora...Magari in una persona diversa...Potrei immaginarla come una differente rappresentazione di te...- rispose l’uomo.
- Gianniiiiiiiiiiiiii... - esclamò Simona.
- Chè c’è...? - chiese l’ingegnere.
- Lo vuoi un pugno in faccia...?-
- Voi donne siete tutte uguali... - aggiunse l’ingegnere - Non vi si può dire la verità. -
- La verità è che sei un grande maleducato... -
- Non ho mai litigato con una donna su uno scoglio... -
- Andiamocene. Sono stufa... - Simona raggiunse la spiaggia. Indossò il pareo. Diede un’occhiata all’uomo. Gianni si decise a seguirla.
- Posso offrirti un caffè...? - chiese lui.
- No, non ne ho voglia... - rispose lei.
- Scusami... - continuò l’ingegnere.
- Scuse respinte... -
- Dai...non fare così... - continuò cercando di abbracciarla.
- Lasciami. Sono allergica agli stupidi... -
- D’accordo...d’accordo...andiamo. - A casa di Giacomo il custode venne loro incontro. Teneva un cane legato al guinzaglio. L’animale sembrava nervoso. Cercava di strattonare per liberarsi dalla presa.
- Che cos’ha ...? - chiese Gianni.
- Non ubbidisce agli ordini. Deve ancora completare l’addestramento... - rispose il guardiano.
- Che genere di addestramento... - continuò l’ingegnere.
- Sono cani da guardia. Imparano a difendere il territorio. -
- Possono anche sbranare qualcuno a comando...? - chiese Simona. L’uomo sorrise. Gianni rimase in silenzio ad osservarli. Il doberman cominciò a ringhiare. Aveva dei denti bianchissimi e appuntiti.
- Sei sicuro di riuscire a tenerlo...? - chiese preoccupato.
- Deve stare tranquillo, ingegnere... - rispose l’uomo - Non c’è nessun pericolo. - Erano le ventidue quando Gianni lasciò l’abitazione di Giacomo. Non aveva voglia di tornare a casa. Decise di raggiungere Casamicciola Terme. La piazza di via Marina era affollata. C’era il mercatino dell’usato. La gente sostava davanti agli espositori. C’erano vecchi dischi, cornici di legno tarlato, orologi da tavolo con sveglia incorporata, libri ingialliti foderati di stoffa, posate d’argento opaco, tovaglie dalle ricche frange. L’attenzione dell’uomo venne attratta da una collezione di bambole di porcellana. Avevano abiti di velluto e tessuti pregiati. I capelli erano acconciati in estrose pettinature. Sulle guance bianche, luminose, appariva un tenue rossore. Sembrava affiorare da un improvviso stupore.
- Volete comprare una bambola...? - chiese la donna addetta alle vendite - E’ per una buona causa. -
- Quale causa...? - chiese Gianni.
- L’incasso verrà devoluto ai bambini orfani... -
- D’accordo... - continuò l’uomo - ne compro una. -
- Quale volete...? - domandò la donna. L’ingegnere diede uno sguardo più attento alla collezione.
- Prendo quella... - rispose indicandola con il dito. La venditrice gliela porse. Era una bambola dai lunghi riccioli biondi. Indossava uno svolazzante abito bianco perla.
- Complimenti... - aggiunse la donna - anch’io l’avrei scelta. E’ bellissima. - Entrò al bar. Aveva sete. Ordinò un succo di frutta. Fece la fila al banco. Si guardò intorno. La gente continuava ad affollare il locale.
- Gianni...sei proprio tu...? - la voce alle sue spalle lo costrinse a voltarsi. Luca si avvicinò salutandolo con una stretta di mano. Si erano conosciuti all’Università. Dopo la laurea si erano persi di vista. Finalmente si erano ritrovati a lavorare per la stessa azienda.
- Ciao Luca, sei anche tu in vacanza a Ischia...? - chiese l’ingegnere.
- Ho deciso di ascoltare il tuo consiglio... - rispose l’amico.
- Hai fatto benissimo. Cosa posso offrirti...? -
- Grazie, ho mangiato un gelato. Cosa mi racconti...? Sei arrivato da molto...? -
- No, sono circa due settimane. E tu...? -
- Ho appena avuto il tempo di disfare le valige. Sono alloggiato in un albergo del centro. Non sono mai stato a Casamicciola Terme. Mi sembra molto accogliente. -
- Domani cosa fai...? - chiese Gianni.
- Vorrei andare al mare... -
- Ottima idea... - continuò Gianni - Che ne dici di venire a cena da me domani sera...? Ti faccio conoscere una persona. -
- Domani sera dici...? Ma sì...dove ti trovi...? -
- Ho una casa a Forio, nella zona del Cimento Rosso... - rispose l’uomo - Vengo a prenderti in albergo. Mi dovresti dire a che ora... -
- Ti va bene verso le ventuno...? - domandò Luca.
- Alle ventuno sarò da te... -
- A proposito... - chiese Luca - chi è questa persona che vuoi presentarmi...? -
- E’ un mio amico scultore... - rispose Gianni - Si chiama Ambrogio. - I due amici si fermarono a chiacchierare. Era da poco passata la mezzanotte quando l’ingegnere rientrò in villa.

Gianni fece apparecchiare sotto al gazebo. La serata era fresca, ventilata. Ambrogio arrivò con il suo vecchio furgone appena riveniciato. Aveva scelto due colori: giallo oro e verde. La marmitta era rumorosa. Il carburatore sporco rendeva i gas di scarico maleodoranti. Lo scultore parcheggiò il mezzo a tre ruote. Scese. Aveva indossato una camicia nera senza collo. Il pantalone anch’esso di colore nero era molto attillato. La testa s’intravedeva appena sotto al copricapo. Somigliava ad un cappello di scena. L’ingegnere gli andò incontro.
- Ambrogio... - disse abbracciandolo - grazie per essere venuto... -
- Non potevo mancare... - rispose lo scultore.
- Accidenti... - continuò il padrone di casa - come ti sei vestito? Sembri il conte drakula. Ce l’hai gli incisivi da vampiro...? - Ambrogio sorrise mostrando la dentatura perfetta.
- Ti presento Luca... - disse Gianni - E’ un collega. Lavoriamo per la stessa azienda. - Ambrogio allungò la mano in segno di saluto.
- Piacere... - ripetè lo scultore.
- Gianni mi ha parlato di te... - continuò Luca - Dice che sei un grande artista... - Ambrogio rimase in silenzio, senza replicare. Ilcanto delle cicale faceva da sottofondo alle loro voci. Sul gazebo era stata fatta arrampicare dell’uva fragola. I grappoli rossi penzolavano in bella mostra sotto la luce. Ambrogio si era tolto il cappello. Aveva i capelli lunghi, la barba incolta. Poggiò le mani sul tavolo.
- Dove vorresti mettere quella testa di vichingo...? - chiese al padrone di casa intento a scodellare la zuppa di pesce.
- Dopo ti faccio vedere il posto preciso... - rispose l’uomo - Adesso assaggia questo... - Luca li osservava incuriosito.
- Mi piacciono le sculture in tufo verde... - osservò l’ospite - Se fosse possibile vorrei realizzare qualcosa per la mia casa di Napoli. -
- Il tufo verde è una caratteristica dell’isola d’Ischia. Esportarlo in un luogo diverso non ha senso. - Gianni versò del vino bianco nei bicchieri dei commensali.
- Ambrogio ha un’attrazione fatale per la pietra verde... - continuò il padrone di casa - E’ la stessa che lo lega alla terra, ai luoghi della sua vita. Nessuno può chiedergli di condividere altrove la medesima passione. Sarebbe una cosa diversa. -
- Sono d’accordo... - continuò Luca - E’ giusto che sia così... - Il cameriere si avvicinò con il carrello dei contorni. Le verdure di stagione erano state grigliate e condite con olio di oliva e aceto.
- Sono prodotti biologici...? - chiese Luca.
- Le verdure provengono direttamente dal mio orto... - rispose Gianni servendosi una porzione di melanzane.
- Io preferisco i peperoni... - continuò Ambrogio.
- Hai dei progetti per il futuro... - chiese l’ospite allo scultore.
- Sono alcuni anni che penso di organizzare una scuola... - rispose Ambrogio - Mi piacerebbe insegnare l’arte della lavorazione del tufo verde. E’ vero scultori si nasce. Ma non ci sono solo gli artisti. Mi piacerebbe formare degli artigiani della pietra verde. -
- Pensi di raccogliere adesioni...? - continuò Luca.
- Penso di sì... - aggiunse lo scultore - I giovani stanno imparando ad apprezzare questa nostra risorsa naturale. I lavori in pietra verde non sono per tutti i gusti. Serve una passione per il genere rustico. -
- Questo finesettimana Ambrogio ed io siamo stati invitati ad una festa per soli uomini... - disse il padrone di casa - Ti va di venirci...? -
- Che genere di festa...? - chiese Luca.
- Un genere divertente... ti assicuro. Allora...? Che fai...? Vieni...? -
- Se proprio insisti... - rispose Luca - la mia risposta è sì... -
- Bravo... - esclamò l’ingegnere dandogli una pacca sulla spalla - sono certo che trascorrerai una serata indimenticabile. - Ambrogio riprese a parlare del suo progetto. Luca lo ascoltava con attenzione. Gianni teneva d’occhio il cane. Principessa sembrava particolarmente nervosa. Era infastidita da qualcosa. L’ingegnere fece accendere le candele per tenere lontane le zanzare. Il custode si avvicinò al tavolo. Reggeva tra le mani il telefonino di Gianni.
- Che c’è...? - chiese il padrone di casa.
- La signora Marisa... - rispose l’uomo - Vuole parlarvi... -
- Dille che non ci sono... - continuò lui.
- Non posso... - aggiunse il custode - dice che vi ha visto rientrare. -
- E allora... dille che sono morto. -
- Come devo dire...? -
- Che ho avuto un infarto...Un colpo secco...Ci sono solo per le pompe funebri... - Luca e Ambrogio rivolsero lo sguardo all’uomo. Sembrava piuttosto arrabbiato. Il custode si allontanò rapidamente portando con sè il cellulare.
- Perdonatemi amici... - disse l’ingegnere - Sono vittima di uno stress da femmine. - Lo scultore gli versò del vino nel bicchiere.
- E’ una buona annata per il vino... - continuò Ambrogio. Il padrone di casa avvicinò il bicchiere alle labbra. Il liquido era dolce e frizzante.
- Farai la vendemmia quest’anno...? - chiese Luca.
- Non posso abbandonare il vigneto... - rispose Gianni - Mi sembrerebbe di tradire mio nonno. Ci teneva moltissimo alle viti. Erano come figli per lui. Forse ti sembrerò eccessivo. Non è così. Credimi. -
- Verrai ad aiutarmi a vendemmiare...? - chiese Ambrogio.
- Solo se mi lascerai pigiare l’uva con i piedi... - rispose Gianni.
- Promesso... - continuò lo scultore - quest’anno non userò la pigiatrice. Schiacceremo l’uva con i piedi. Poi la metteremo nel torchio. Va bene così...? - Gianni si allungò la mano sul braccio di Luca.
- Verrai anche tu a vendemmiare da Ambrogio...? - chiese.
- Spero di sì... - rispose il giovane - Non ho mai pigiato l’uva con i piedi. Dev’essere divertente. -
- Divertente e faticoso... - aggiunse Gianni. Terminata la cena raggiunsero il salone. Nell’angolo bar il padrone di casa prese una bottiglia di nocillo.
- E’ un liquore di noci... - osservò Gianni - E’ alcolico, molto aromatico, un ottimo digestivo. -
- Io lo conosco bene... - disse Ambrogio - A casa ne ho quasi sempre una bottiglia da offrire. -
- Ambrogio, mi fai un favore...? - chiese il padrone di casa.
- Ma certamente... - rispose lui.
- Dovresti accompagnare Luca a Casamicciola Terme. E’ alloggiato in un albergo del centro storico. -
- Va bene...agli ordini - continuò l’uomo in tono scherzoso. Si trattennero ancora un’ora. Lo scultore fece qualche schizzo della testa di Vichingo commissionatagli dall’ingegnere.
- Deve avere un’espressione dolce... - disse Gianni.
- Dolce...? - replicò Ambrogio - E’ un guerriero. I guerrieri hanno un’espressione fiera. -
- Non il mio vichingo... - continuò il padrone di casa - Il mio guerriero deve sembrare dolce e romantico. -
- Ne sei proprio sicuro...? -
- Sicurissimo... - aggiunse Gianni - la scultura devo posizionarla in modo che guardi la montagna. -
- Perchè proprio la montagna...? -chiese Luca.
- Ci sono le ginestre... - rispose l’ingegnere - Il mio vichingo deve avere un’espressione incantata mentre guarda le ginestre in fiore. - Ambrogio prese un foglio bianco. Cominciò a disegnare i lineamenti del guerriero. La linea morbida dei muscoli facciali faceva da cornice allo sguardo assorto.
- Non vedo la meraviglia in quegli occhi... - osservò Gianni. Ambrogio poggiò il foglio sul tavolino basso. Sollevò il bicchiere del nocillo. Lo avvicinò alle labbra.
- Non preoccuparti... - disse finalmente lo scultore - Il tuo vichingo avrà un’espressione dolce e piena di meraviglia. Gli basterà dare uno sguardo ai tuoi fiori di ginestra arroccati sulle pareti della montagna. Accadrà tutto all’improvviso. Sarà una magia... - L’ingegnere accompagnò i due amici fino al parcheggio. Ambrogio mise in moto il furgone. Accese i fari. Il frastuono provocato dalla marmitta malandata risuonò nel silenzio di quella notte d’estate.
- Ci vediamo Luca... - disse Gianni salutando - Ti lascio in buone mani. - Attese di vederli sparire oltre il cancello. Il cameriere aveva spento le luci sulla terrazza. Guardò l’orologio. Era tardissimo. In lontananza si sentiva il latrato di un cane. Sedette sulla panchina sotto l’albero di noce. Poggiò la mano sul tronco rugoso. La corteccia era umida. Sollevò il capo in direzione dei rami. La luce della luna filtrava dalle foglie. Inspirò profondamente. Non riusciva a definire bene quell’odore. Da bambino diceva che l’aria profumava di buono. Il cane lo raggiunse. Si accucciò ai suoi piedi. Cominciò a scodinzolare. Qualche minuto dopo arrivò il custode. Reggeva il guinzaglio tra le mani.
- Lascia stare... - disse l’ingegnere - Penso io al cane. Principessa stanotte dormirà sul tappeto davanti al caminetto. - Sul comodino c’era il suo cellulare. Era ancora acceso. C’erano molte chiamate senza risposta. Lesse il numero di Marisa. Spense il telefonino. Aprì la porta a vetri. L’aria era un po’ umida. Tolse gli abiti poggiandoli sulla sedia. Si sdraiò sul letto. Spostò il lenzuolo su un lato. Indossava solamente gli slip. Socchiuse gli occhi. Provò ad ascoltare. Non sentiva alcun rumore. Persino le cicale avevano smesso di cantare. Il buio era attenuato dal chiarore lunare. Immaginò di essere solo su un pianeta deserto. Era l’unico sopravvissuto ad un naufragio cosmico. Provò a scrutare nel suo intimo. Scoprì un senso d’indifferenza.

FINE...

Angela Colella


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