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Filosofia, inclusione, comunità

Filosofia, inclusione, comunità / di Luca Grecchi. - Scholè/Morcelliana editrice, 2026. - 192 p. - (Orso blu). - ISBN 978-88-2840-774-4.

di Salvatore A. Bravo - lunedì 10 agosto 2026 - 225 letture

Il 26 febbraio per il ciclo d’incontri “Le parole del Monastero” nel comune di Provaglio d’Iseo si è tenuta la lezione del filosofo antichista Luca Grecchi “Il coraggio dell’inclusione: la filosofia greca come modello di vita comune per un pensiero inclusivo” [1]. Luca Grecchi ha presentato il suo ultimo testo Filosofia, inclusione, comunità. Il filosofo ha individuato in modo chiaro il “problema”, e non poteva essere diversamente, in quanto la filosofia non è un vuoto ciarlare.

La disabilità, per definizione, è altro rispetto al deficit, infatti disabilità e deficit non coincidono, e se non c’è chiarezza sulla differenza tra due concetti non è possibile comprendere la disabilità e la sua genesi materiale. In Italia circa il 10% della popolazione, e ciò è in linea con la media europea, è portatrice di deficit gravi o meno gravi. Il deficit in sé non è una disabilità, poiché essa diventa tale, se alla persona con deficit il sistema urbano e la forma mentis che lo anima non lo pongono nelle condizioni di inserirsi nella comunità e di porre in essere il potenziale umano e intellettuale che lo connotano.

Una persona paraplegica ha un deficit grave, ma se è posta nelle condizioni di essere inclusa nella comunità, il deficit non si trasforma in disabilità. Le barriere architettoniche e i pregiudizi alzano muri che spingono la persona con deficit in un limbo nel quale la sua umanità non può fiorire, ma può solo regredire in forme depressive e in tale processo le abilità residue sono perse, il deficit in tal maniera diviene “disabilità”. Si tratta di un’agonia lenta e terribile a cui la persona con deficit, poi disabile, è sottoposta.

La differenza tra deficit e disabilità è dunque fondamentale per chiarire il problema, definirlo e attraverso tale “agire teoretico” è possibile indicare solide soluzioni per il riconoscimento della persona con deficit. Il contesto strutturale e sovrastrutturale è fondamentale. La realtà materiale del nostro tempo è a “capitalismo pienamente realizzato”, nel quale l’inclusione, al di là degli slogan buonisti, dipende dal censo, dalla capacità produttiva e di vendere sul mercato mediatico la propria immagine e le proprie competenze. In tale contesto le persone con deficit diventano disabili e su di esse si lucra.

La persona con deficit ci rammenta, e questo il filosofo lo ha ribadito nei suoi scritti, che l’eccellenza della natura umana è nella sua natura sociale e comunitaria da realizzare mediante la prassi. Il logos, la razionalità dialettica ed etica, è dialogo, e quest’ultimo si esplica nella cura e nel dono disinteressato. Le persone con deficit nel capitalismo sono “uno scandalo”.

Esse sono un inciampo, in quanto invocano alla cura e all’attenzione. Senza la cura e senza l’attenzione disinteressata nessuna persona diviene “pienamente umana”. La disabilità, dunque, è l’effetto di tale cornice materiale. Le persone con deficit interrompono il ritmo produttivo dei sani e dei normali e pertanto sono sospinte verso la disabilità. Il filosofo durante l’incontro ha ribadito con forza tale “cruda realtà”:

"Quindi inizio con un piccolo chiarimento di termini. I termini, le parole legate al tema disabilità sono tempo è scivolosi. Eh nel libro un po’ ne parlo e però qui devo essere un po’ sintetico. E allora descrivo solo tre termini che segnano una distinzione: deficit, disabilità e inclusione. Bisogna distinguere chiaramente il deficit della disabilità. Deficit è, diciamo così, il danno con l’alterazione che eh permanente che produce una riduzione sul piano psicofisico delle funzioni di un soggetto. Il deficit non è per sé la disabilità.

La disabilità si instaura quando il deficit viene a essere presente in un contesto sociale che non è inclusivo, quindi che non consente, e qui diciamo cos’è l’inclusione, che non consente una partecipazione sociale su base di uguaglianza della persona caratterizzata da deficit, un contesto sociale non comunitario, non inclusivo, disabilita. Una persona può avere un deficit, ad esempio, essere su una sedia rotelle, ma se contesto sociale e architettonico, urbanistico, culturale e più inclusivo, se i treni si potessero prendere questa fatica, gli autobus, gli uffici pubblici, i negozi, i bar fossero attrezzati in una maniera corretta e sicuramente l’opera sociale di disabilitazione sarebbe molto minore, quel deficit avrebbe molte meno ricadute negative sulla persona e sulle persone. Quindi l’inclusione è la partecipazione, diciamo, dicevamo, sociale in condizioni quanto più possibile di uno agli altro della persona che ha deficit e che quindi non deve subire la disabilitazione. Quindi il deficit va accettato e va sicuramente ci sono modalità per renderne gli effetti meno duri, ma il deficit va tendenzialmente accettato dalle persone.

Quello che invece non deve accettare è la disabilità, perché la disabilità nasce poco da un contesto non inclusivo. Lo scopo del mio libro, che appunto si intitolo filosofia, inclusione, comunità, è cercare di mostrare come la filosofia, non solo la filosofia, ma anche la filosofia, possa provare a rendere il contesto un po’ più comunitario in modo tale che la disabilitazione non operi, eh e che ci sia una maggiore inclusione, appunto, in tutti gli ambiti.

Quindi, dicevo, l’inclusione richiederebbe, per essere attuata bene un contesto sociale di tipo comunitario. Una comunità è un contesto in cui le persone che ne fanno parte cercano di realizzare ciascuna il bene dell’altra. Per esempio, la famiglia quando funziona in maniera conforme al suo concetto, diceva anche Aristotele, così faccio anche un po’ l’antichista, è la comunità più naturale che esista, la prima che si forma nella comunità si dà per il semplice piacere di dare a chiunque di noi abbia figli o anche genitori, semplicemente fratelli, con cui ci sia un rapporto comunitario, sa benissimo che abbiamo più piacere a dare quasi che a ricevere. Il nostro contesto sociale, che il contesto sociale capitalistico, è incentrato invece sul mercato e sulla povertà privata. Nel mercato, all’opposto che nella comunità non si dà per il semplice piacere di dare, ma si dà solo se si riesce a ricevere in cambio qualcosa di più, no? Facciamo un esempio.

Abbiamo questa bottiglietta d’acqua che prendo così mi ha colpito anche per bere e se io fossi il “mercato” e questa bottiglietta d’acqua mi è costata €1 e ci fosse un bambino della zona del Shara che vedo qui davanti che mi dice "Me la cosai? Hai €1,50? Se non ce l’hai non te la do". Perché io il mio scopo, io che sono nel mercato e devo fare il profitto, produco questo solo per quello. Mi spiace non te la do. (…). L’inclusione è impedita in vari modi e quasi in tutti i modi. Si possono fare delle leggi bellissime. nostro paese ha delle leggi bellissime, ma poi in qualche modo vengono disapplicate”.

La parola “inclusione” è parola magica con cui si compra il consenso e si strappano facili applausi. Essa non solo ha un costo materiale, ma specialmente presuppone una rivoluzione copernicana nel paradigma delle relazioni. L’inclusione reale delle persone con deficit presuppone il concretizzarsi di relazioni paritarie e rispettose delle differenze.

Imparare ad ascoltare significa “collaborazione paideutica”. La persona con deficit insegna ai “normali” a guardare e vivere la realtà da un’altra prospettiva e invita a ripensare le priorità su cui sono state fondate le loro esistenze. La cura reciproca, giacchè tutti siamo oggetto e soggetto di cura, insegna a umanizzare le esistenze e a renderle conformi alla natura umana. L’inclusione nel mondo lavorativo, a tal fine, è fondamentale.

Oggi l’inclusione rischia di trasformarsi in forme di protezione infantilizzante o in un uso strumentale delle persone rese disabili. Le forme di sfruttamento sono innumerevoli e le più pericolose sono quelle ammantate di “belle parole”. Non sono rare le occasioni in cui i disabili sono visibili in spot che pubblicizzano “imprese inclusive”.

Luca Grecchi chiarisce che l’inclusione reale nel lavoro è fondamentale per i portatori di deficit e per tutti. Il lavoro insegna l’autonomia e struttura positivamente il carattere:

Le persone sono persone, quindi devono essere inserite nei luoghi lavorativi di tutti perché l’inclusione o è per tutti o è per nessuno”.

L’inclusione presuppone una formazione comunitaria e solidale nella quale le classi scolastiche sono spazi in cui crescere qualitativamente insieme. In questi decenni non è difficile nel dibattito politico o sui social registrare la presenza di proposte da parte di genitori o politici di classi differenziate per tutelare i “normali” dai disabili e dagli extracomunitari. Le classi omogenee sono il sogno distopico di genitori che non hanno compreso che crescere significa, sempre, confrontarsi con le vite e le esistenze, le quali sono plurali, pur partecipando della medesima natura.

Tali interventi sono il “sintomo” della patologia in corso (razzismo) che scorre al di sotto della propaganda che inneggia all’inclusione. Luca Grecchi rileva un dato fondamentale che svela la verità sull’inclusione scolastica: non vi sono dati che rilevano le bocciature degli alunni con deficit gravi e ciò in un contesto in cui tutto è trasformato in “statistica”:

E allora chiedo dei miei amici che dell’Università di Torino, loro molto abili con i dati, ma il ministero fa queste cioè spacca le statistiche per le bocciature. No, ma cerca non si trova niente, ma non c’è niente. Io avevo trovato soltanto un dato di un tale che si chiama Raffaele Iosa, chi si occupa di queste cose e sa chi è, è stato, credo, responsabile per la disabilità in tanti anni. insomma pubblicato dei libri molto belli. In uno di questi libri ho trovato questo dato, però è un libro del 2006, quindi riferito ai primi anni 2000, in cui si diceva che i ragazzi con ragazze con disabilità sono bocciati il 600% in più dei normotipici. Qualcuno può dire "Vabbè, sono un po’ meno a scuola, però se erano se devono partecipare in come dice l’inclusione in condizioni di uguaglianza, come prevede la convenzione ONU del 2006 recepita in Italia nel 2009 eccetera, che siamo bocciati 600% in più, insomma, però qualcuno mi dirà eh sono i dati del 2006, poi abbiamo fatto una serie di normativa 2010 DSA, eccetera eccetera, magari le cose sono cambiate”.

La presenza di alunni con deficit, anche gravi, sollecita il docente cha ha cura dei suoi alunni e passione etica per la formazione a comprendere il problema, a riflettere sulle strategie didattiche e a individuare soluzioni che consentono di attualizzare le potenzialità non compromesse dell’alunno con deficit.

Lo stesso contenuto può essere trasmesso con diversi registri linguistici e comunicativi, in tal modo la classe è comunità viva e vivente nella quale è realizzata in “micro ciò che dovrebbe essere una vera e reale comunità politica”:

Io bambino, io ragazzino o ragazzina so fare anch’io che pure tante cose non so fare, ma alcune le so fare se tu, professore quando spieghi utilizzi degli esempi semplici, non fai semplicemente la solita lezione che magari tutti capiscono, perché a me serve l’esempio, oppure a me serve un’immagine, oppure a me serve un breve video, oppure a me serve che usi delle parole più chiare.

Io so fare, se tu professore tutta quella normativa che dovresti studiare, che non c’è studi, ma dovresti studiartela, dovresti applicarla, no? Una volta sì, una volta no, o il 50% sì, il 50 no, la deviare sempre. E se ti accorgi che non batte perché io prendo sempre quattro, eh, forse mi devo applicare qualche strumento compensativo in più o qualche dispensativo in più o devi modificare la verifica per adattarla al mio funzionamento diverso, eh. cose sono fondamentali. Noi quando eh a chi è capitato di essere di andare o di assistere un po’ più caro che va nella fare una commissione di invalidità, no? Come dire che un percentuale di invalidità, ecco, noi dovremmo variare proprio il concetto, cioè quella percentuale lì dovrebbe essere la percentuale di validità. pensare lui ha l’80% non so di invalidità, eh, ma l’importante è quel 20% lì”.

La Filosofia, e Luca Grecchi lo dimostra, non è l’arte del “semplice domandare”. La filosofia è pratica di cura e tale prassi necessita di “domande profonde” e di “risposte coraggiose”. La Filosofia è al servizio della comunità, essa non è un vuoto ciarlare, ma sa essere “partigiana” al fine di parlare alla comunità tutta per migliorare in senso olistico la qualità di vita dei suoi componenti. Essa è trasgressiva, sempre, poiché valuta il sistema sociale, al fine trascenderne le dolorose contraddizioni. Filosofia, inclusione, comunità di Luca Grecchi è un testo “per tutti” col quale comprendere da una prospettiva non comune la realtà sociale guardata e pensata con lo sguardo dei più fragili.

[1] Vedi: YouTube.


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