Femminismo, femminismi

Il femminismo è un concetto polisemico che ricopre la realtà complessa delle autocoscienze, delle liberazioni.
di Laura Tussi - domenica 9 aprile 2006 - 1896 letture

Emancipazione come liberazione

Il percorso di maturazione verso la parità tra i sessi si accompagna al cammino di elaborazione dei movimenti delle donne per l’emancipazione verso la differenza. Il femminismo è un concetto polisemico che ricopre la realtà complessa delle autocoscienze, delle liberazioni. Gli obiettivi del primo periodo femminista erano la parità, l’uguaglianza rispetto al genere maschile e l’andare oltre le differenze per cui si voleva affermare “le donne sono uguali agli uomini”, negando la specificità identitaria femminile, ponendo come norma, regola, legge, il maschile che le donne aspiravano ad imitare, ribadendo giocoforza ancora la superiorità dell’uomo.

Così l’emancipazione femminile si traduce in contrapposizione e in una competizione negativa per entrambi, perché tale uguaglianza forzata non produce evoluzione culturale, morale e sociale, a scapito dell’individualità di genere, nell’esigenza di ritrovare, riconoscere ed esprimere il proprio universo valoriale, la propria storia e valorialità e idealità. Così nasce l’esigenza di intonare una “voce differente” con il compito precipuo di individuare le tracce della presenza femminile nella storia e nel pensiero.

Il movimento neofemminista: ambiti di relazione femminili

Alla fine degli anni ’70, infatti, nasce il movimento neofemminista che propone la separazione di genere, invitando le donne a relazionare in ambiti culturali e contesti sociali, per cui con il neofemminismo non si considera il concetto di emancipazione, ma di liberazione, di parità giuridica con l’uomo, di opportunità concrete a livello di istruzione, di lavoro e di partecipazione alla vita politica e sociale, cercando di definire la differenza, a partire dalla storia individuale e di genere. La donna è assente dai libri e dal materiale didattico, poiché i “grandi uomini” fanno la storia, perché secondo la cultura tradizionale dominante, la donna non fa la storia, ma è fuori di essa. I primi gruppi di autocoscienza femminile cercavano di evidenziare una situazione comune in tutte le donne, per uno rispecchiamento reciproco. Il movimento delle donne non negava la disparità nel gruppo, enfatizzando l’ideologia dell’eguaglianza, non ponendosi in posizione di inferiorità, di opposizione/rivendicazione rispetto al maschile, costituendo una soggettività autonoma, affinchè il femminile acquisisca una necessità storica, rispetto all’insignificanza e alla superfluità di cui lo si ammanta.

Ruoli e stereotipi nella differenza di genere

Sulla differenza incombe sempre la riproposizione degli stereotipi e dei luoghi comuni, per cui l’identità di genere non è solo una condizione connotata in modo statico, ma diventa piuttosto un processo formativo che progressivamente rielabora la propria appartenenza al genere, quale identità sessuata in cammino, che pone a confronto gli stereotipi proposti dalla cultura, dalla storia in interpretazioni, scelte e rifiuti, che ogni singolo opera al fine di divenire se stesso. Il rapportarsi con l’altro da sé comporta una presa di consapevolezza nell’identità e nella differenza come certezza modificata e modificabile dalle situazioni, dagli incontri, dai condizionamenti culturali e sociali, dai rapporti affettivi, dagli eventi significativi di ogni autobiografia di genere.

Differenza e diversità femminile sono sempre state definite come complemento e appendice e completamento, rispetto al maschile; infatti alla millenaria ripetizione dei ruoli legati alla differenza sessuale sono scaturiti semplificazioni improprie, stereotipi stantii, luoghi comuni, generalizzazioni acritiche, alla base dei pregiudizi che restringono la gamma della potenzialità di differenze, secondo una netta bipolarizzazione asfittica dei ruoli. Secondo la stereotipizzazione più ottusa, claustrofobica e pregiudiziale, al femminile compete il mondo emotivo, al maschile il mondo cognitivo, da cui deriva l’atavica educazione femminile alla dipendenza, alla disautonomia, che portano le donne a non esistere per se stesse. Ne Il Secondo Sesso (1949) Simone de Beauvoir individua e delinea il destino sociale e psicologico delle ragazze, per cui sin da bambine si insegna loro la passività, la subordinazione, l’obbedienza, mortificando lo spirito d’iniziativa, il senso d’avventura, il coraggio, l’esplorazione, condizionandole nelle loro dimensioni professionali, intellettuali e sociali.

Anche l’uomo è condizionato nello sviluppo emotivo in quanto lo stereotipo maschile insegna ad astenersi dalle manifestazioni di emotività che sono proprie della donna. Questa bipolarità ingannatrice è ancora presente nei media, anche se nella società attuale i ruoli tradizionali sono in crisi e il patriarcato sembra ormai tramontare, uomini e donne devono ripensare e ricostruire la propria identità in un immaginario collettivo. Una prospettiva olistica della complessità potrà consentire alla differenza di genere, tra maschile e femminile, di superare il riduttivismo pregiudiziale per costruire un complesso identitario che rispetti le singole individualità.


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