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Felice Gimondi RIP

di Sergej - sabato 17 agosto 2019 - 672 letture

Per la "generazione del baby boom" degli anni Sessanta Felice Gimondi è stato "il" ciclista per eccellenza della propria infanzia. Quello grazie a cui si inforcava la prima bicicletta, una Bianchi o una Graziella, e si facevano le prime gare in strada - allora c’erano meno macchine e i bambini potevano giocare per strada - o semplicemente ci si avventurava fino alle periferie della propria città, alla ricerca di avventura e di libertà.

Dopo Fausto Coppi e Gino Bartali, eroi della penuria e della generazione precedente, l’Italia conobbe questo nuovo eroe popolare in cui riconoscersi. L’ultimo prima della venuta dei nuovi "eroi" costruiti a tavolino e a via di sostanze chimiche e trasfusioni di sangue. Non che anche questi "eroi" non si dopassero, ma i sistemi erano ancora quelli della chimica e dell’industria artigianale dell’epoca, non c’era nulla di sistematico e gli "eroi" non venivano allevati in laboratorio. Gimondi era un ragazzo di provincia, di quando ancora gli atleti non parlavano in tv o alla radio, perché non sapevano esprimersi a parole - loro si esprimevano attraverso la concretezza della cosa che facevano -. Nel caso di Gimondi, la disciplina zen della bici. Non a caso è stato l’ultimo di questa civiltà. Prima della "marcia dei quarantamila" che ha cambiato anche il rapporto tra bici e automobili nel nostro Paese (allora nessuno se ne accorse, ma fu anche quello). Una civiltà della bici su cui imprescindibile è la lettura eversiva di Ivan Ilich [1].


L’ex ciclista italiano, vincitore di tutte le grandi corse a tappe, è morto a 76 anni per un malore.

Felice Gimondi, celebre ex ciclista italiano, uno dei pochi ad aver vinto almeno una volta Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta di Spagna, è morto per un malore venerdì pomeriggio a Giardini Naxos, in Sicilia, dove si trovava in vacanza con la famiglia. Avrebbe compiuto 77 anni il prossimo 26 settembre, e negli anni Sessanta e Settanta iniziò e finì tutti i Giri d’Italia dal 1965 al 1978 e arrivò sul podio nove volte su quattordici. È stato uno dei più importanti ciclisti della storia, famoso anche per essere stato il più grande rivale del belga Eddie Merckx, considerato il più forte ciclista di tutti i tempi.

Il commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, Davide Cassani, ha commentato la notizia della sua morte scrivendo: «Ho avuto un solo idolo nella mia vita. Felice Gimondi. Ogni volta che lo vedevo era un’emozione perché quando ti innamori di un campione è per tutta la vita. Sei stato un grande Felice».

Gimondi nacque a Sedrina, in provincia di Bergamo, nel 1942. Prima di fare il ciclista professionista lavorò come «postino supplente» di sua madre, che era postina: o almeno, così diceva lui. Dopo esser passato dalla bici da postino – di «15-20 chili, in ferro, col portapacchi» – a una da corsa – «usata, da 30mila lire» – si fece notare nelle gare giovanili. A 22 anni andò al suo primo Giro d’Italia: era il 1965, lui corse con la Salvarani, il cui capitano era Adorni. Arrivò terzo.

Quell’anno Gimondi non avrebbe dovuto partecipare al Tour de France, ma un compagno si fece male pochi giorni prima della partenza e lui fu chiamato per sostituirlo. Avrebbe dovuto aiutare Adorni a vincere, battendo il francese Raymond Poulidor, che partiva da favorito. Nei piani iniziali Gimondi avrebbe dovuto andare al Tour, correre la prima delle tre settimane di corsa, e poi, dopo aver dato tutto, tornarsene a casa: anche perché il padre aveva una ditta di trasporti e Gimondi doveva tornare a lavorare con lui. Gimondi partì effettivamente forte, e finì in maglia gialla già alla terza tappa. A un certo punto Adorni dovette ritirarsi per un’intossicazione alimentare e i piani cambiarono. Gimondi restò al Tour: resistette a Poulidor sul Mont Ventoux e vinse due tappe a cronometro, che gli valsero la vittoria della corsa, al suo primo tentativo. Prima di lui c’era riuscito solo un altro italiano: Fausto Coppi. Poulidor arrivò secondo, come gli successe moltissime volte in carriera.

Terzo al primo tentativo al Giro, primo al primo al Tour; bravissimo a cronometro, forte in salita, veloce in volata. Gimondi aveva solo 22 anni ed era già fortissimo, con davanti un probabile futuro senza rivali al suo livello. Merckx non c’era ancora e Gimondi sembrava destinato a diventare il-più-forte-di-tutti.

Qualche anno fa, intervistato da Pier Augusto Stagi, Gimondi disse: «Dal ’65 al ’67 ero stato io il Cannibale, poi arrivò la cronometro del Giro di Catalogna: persi per 33 secondi e mi crollò il mondo addosso». «Due anni ci impiegai a farmene una ragione. Poi compresi perché aveva vinto: era il più forte. Troppo più forte». Gimondi si riferiva a Merckx. In un’altra intervista a Sfide, Gimondi ha detto, parlando di «lui, l’Eddy»: «Ho dovuto correggere il mio modo di essere, il mio modo di correre. Prima non prenderle e poi, se possibile, dargliele. Perché era dura dargliele, a quello lì».

Qualche volta Gimondi riuscì a dargliele, a Merckx: per esempio vincendo il Giro d’Italia del 1967, quello con la famosa tappa delle Tre Cime di Lavaredo (annullata perché il pubblico spinse molti ciclisti sull’ultima salita) ma molte altre volte le prese.

Merckx vinse ogni Tour dal 1969 al 1974 e ogni Giro dal 1970 al 1974 e, almeno una volta, ognuna delle più importanti corse di un giorno, compreso il Mondiale del 1971. Avrebbe quasi di certo vinto anche il Giro del 1969, ma fu squalificato per doping. Non tutte le squalifiche del ciclismo sono “strane” ma quella lo fu, al punto che il governo belga convocò l’ambasciatore italiano a Bruxelles per parlare della cosa. Se ne parlò moltissimo: il ciclismo era una cosa molto più grande di ora; il giorno della squalifica in tv c’erano Enzo Biagi, Indro Montanelli e Pier Paolo Pasolini. Gimondi, che era secondo e divenne quindi primo, andò a trovare Merckx in camera, lo difese e il giorno dopo si rifiutò di indossare la maglia rosa di quel Giro che, alla fine, vinse.

Prima della fine degli anni Sessanta, era comunque finito il breve periodo in cui Gimondi era stato il più forte ed era iniziato quello in cui Gimondi le provava tutte per vincere, nonostante la sconfortante sfiga di trovarsi di fronte al più grande di sempre. Per esempio ai Mondiali nel 1971 – cioè a una corsa di un giorno, con le squadre nazionali –Merckx vinse in volata davanti a Gimondi, dopo che negli ultimi chilometri erano rimasti solo loro due. Il giorno dopo un giornale titolava:: “Eddy Merckx campione del mondo. Gimondi batte il resto del mondo”.

Arrivare secondo, comunque, non gli andava bene. Giancarlo Ferretti, ex gregario e poi commissario tecnico di Gimondi, ha detto che dopo le sconfitte Gimondi «veniva in camera, io stavo zitto, lui non mi guardava in faccia. Si sfilava i guantini, li appallottavaun pò, poi li sbatteva in terra poi diceva: “e poi, prima di smettere, lo devo battere”. È un’intervista video e alla fine si vede Martinelli che, picchiandosi la mano sulla fronte, dice: «Pensa un po’ cos’aveva qui dentro, quello».

Nel 1973 ci fu un altro Mondiale in cui, al solito, Merckx partiva da favorito. Si correva a Barcellona, su un difficile circuito di circa 15 chilometri da ripetere 17 volte, ogni volta andando su e giù dal Montjuïc. Era inizio settembre e faceva un gran caldo. All’undicesimo giro, Merckx attaccò. Gimondi e altri lo seguirono. Al quattordicesimo giro Merckx attaccò ancora, e Gimondi e pochi altri lo seguirono. Alla fine restarono Merckx, il suo compagno Freddy Maertens, lo spagnolo Luis Ocaña e Gimondi. Merckx era difficile da battere già da solo, in più quel giorno aveva con lui Maertens, molto forte in volata. Gimondi, che già aveva 31 anni, lì batté entrambi. Merckx ha parlato di quel giorno come della più grande delusione della sua carriera.

Nel 1974 Gimondi corse con la maglia da campione del mondo, quella bianca con cinque bande colorate orizzontali, ma quelle rosa e gialla di Giro e Tour se le riprese Merckx, che continuava a essere il più forte. Gimondi, intanto, continuava a provarci e a scherzarci su. Una volta, dopo una brutta caduta, i soccorritori gli chiesero se si ricordava il suo nome, per vedere se era lucido. Lui rispose: «Sono Merckx». Nel 1975 Merckx decise di non correre il Giro, e Gimondi – che li corse tutti, sempre – finì terzo. Non c’era il più forte di tutti, ma Gimondi iniziava ad avere qualche anno di troppo, e arrivavano ciclisti giovani più forti di lui.

Gimondi corse anche il Giro del 1976, come Merckx. L’italiano più forte non era più considerato Gimondi, ma Francesco Moser, di quasi 10 anni più giovane. Gimondi riuscì a prendersi la maglia rosa per alcuni giorni, poi la perse ma la riprese nelle ultime tre tappe, grazie a un’ottima cronometro (la Arcore-Arcore) e a una vittoria nella tappa con arrivo a Bergamo, praticamente a casa sua, dove superò il traguardo prima di Merckx.

C’è che dice che Merckx, che in quel Giro aveva perso tanti minuti ed era ormai lontano dal primo posto, lasciò vincere apposta Gimondi, che invece ha detto: «Qualcuno dice: “Eh, ma a Bergamo ti ha fatto vincere”. Ti ha fatto vincere, cosa? Non m’avrebbe mai fatto vincere niente». Altri pensano invece che Merckx avrebbe potuto e dovuto ritirarsi da quel Giro, visto che ormai era impossibile vincerlo, e che invece decise di andare fino all’ultima tappa a Milano “per onorare la vittoria di Gimondi”. Da lì in poi, nessuno dei due vinse qualcos’altro di davvero importante. Entrambi si ritirarono nel 1978.

A Gimondi chiedono sempre di parlare di Merckx. Una volta ha detto «avrei preferito non incontrarlo, è stato un incubo». Nel 1970, quando già aveva capito cosa lo aspettasse, disse, intervistato da TeleMarche: «Ritengo che Merckx mi abbia preparato alla vita, che mi abbia preparato che non tutto è facile». L’intervistatore, evidentemente non appagato da quella saggezza, chiese, con poco tatto: «Cioè, battendola?». Gimondi rispose, incupito ma paziente: «Sì».

Fonte: Il Post.


[1] Elogio della bicicletta / Ivan Ilich ; a cura di Franco La Cecla. - Torino : Bollati Boringhieri, 2006 ; prima edizione (ristampa, 2015). - (Incipit ; 11). - ISBN 978-88-339-1712-2.


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