Famo colla. La vicenda di Spin Time
Spin Time : Che fatica la democrazia / regia di Sabina Guzzanti ; Interpreti: Sabina Guzzanti, Paolo Perrini, Cristina Zoniou, la suora laica Adriana Domenici, Albertino, Tarzan e la vita a Roma. - Durata 92 minuti, documentario partecipativo, 2021. - Incasso totale 27.000 €. - Visibile su Youtube.
Paolo Perrini, alias Paolone, ha detto che ci sono tre categorie disagiate nella nostra società: i poveri, i migranti e i giovani. Sabina Guzzanti è riuscita a disegnare un quadro colorato, graffiante e incazzato di questa realtà romana. Ha donato la sua immagine in modo provocatorio ma soprattutto privo di retorica buonista per descrivere l’occupazione storica dello Spin Time.
Gli artifici scelti sono geniali.
Il teatro degli oppressi, animato da Cristina Zoniou, sembra cucito su misura per gli abitanti di questa realtà sociale. Tutti si possono esprimere e sfogare le loro emozioni straripanti senza provare vergogna o risentimento. Invece la rabbia cresce spontanea negli organismi di cui lo Spin Time si è dotato. Non potrebbe essere altrimenti perché far convivere 25 nazionalità diverse in una società sovranista, come quella nostrana, non è certamente uno scherzo. Le pulizie, i picchetti di sorveglianza per l’ordine pubblico interno e i comitati non si creano dall’oggi al domani e si avverte la fatica della partecipazione alla vita comune.
La Cultura, quella con la “C” maiuscola, non passa per la semplice integrazione che molti vogliono farci credere risieda nel solo apprendimento della lingua italiana, ma attraversa prepotentemente la volontà di espressione gridata molto spesso senza freni linguistici e/o dialettali. Sabina Guzzanti ha colto sapientemente questo aspetto prestandosi a interpretare la figura dell’oppressore, la giornalista che fa domande capziose per portare l’acqua al mulino dei pregiudizi razziali che governano l’Europa dei nostri giorni.

- Locandina di Spin Time
Questo film bello, impegnato e privo di retorica, aggiunge un elevato livello espressivo quando fa parlare le figure dell’enorme altorilievo collocato sullo scalone principale di accesso che, indiscutibilmente, fu realizzato in periodo fascista e che mischia immagini medioevali più o meno cristiane con quelle più popolari e celebrative del neoclassicismo celebrativo, tanto caro a Mussolini e realizzato nel quartiere dell’EUR. Queste personaggi prendono vita e recitano in dialetti e cadenze che mescolano ulteriormente, e storicamente direi, l’identità e l’appartenenza a quello stivale e a Roma che raggiunse il culmine della sua potenza poco meno di duemila anni fa.
Un palazzo che fino a meno di due mesi fa era occupato da 400 persone, 150/60 nuclei familiari, di 25 nazionalità differenti, in Via Santa Croce in Gerusalemme, nel quartiere Esquilino a Roma. Questa occupazione risale all’ottobre 2013. Il palazzo era di proprietà dell’Inpdap ma poi cartolarizzato da un governo Berlusconi, che di immobili se ne intendeva, ceduto poi, in fasi successive alla finanziaria Investire SGR. Il 29 luglio 2026 l’immobile è stato sgomberato con il pretesto di un principio d’incendio che causò lievi danni, davvero trascurabili. Ora il comune di Roma sta cercando di acquistarne la proprietà ma, si sa, queste procedure sono lunghe e spesso impraticabili.
Spin Time salì alla ribalta della cronaca nel maggio 2019 quando l’elemosiniere del Papa, il cardinale Konrad Krajewski, a bordo della sua lambretta, con le sue mani, riattivò la luce elettrica che era stata tolta nel tentativo di sgomberare l’immobile. I primi giorni di settembre ho partecipato all’assemblea nazionale dei Laici Missionari Comboniani e, in quell’occasione, sono entrato in contatto con la realtà dello Spin Time attraverso gli interventi di Paolo Perrini, anima e corpo dell’associazione Action, per il diritto alla casa, e propugnatore della prima occupazione di questo immobile e dell’avvocato Giovanna Cavallo.
Nei titoli di coda, non perdetevi i ringraziamenti che ci fanno comprendere di più l’aggettivo partecipativo, attribuito a questo film. Soprattutto però sia all’inizio, sia nella sigla finale sono i giovani, i bambini e i ragazzi, provenienti da tutto il mondo, che ci scuotono e ci spingono a pensare che un mondo diverso si possa realizzare a partire dal basso, dalle categorie più disagiate e martoriate dalla nostra atroce società dei consumi che sacrifica sul suo altare le vite di milioni di persone. Provate a pensare a quanti disastri ha creato il capitalismo, di cui il consumismo è la naturale emanazione, di quante vite ha sacrificato mascherando la democrazia con il benessere e il progresso economico.
Albertino, il protagonista della sigla finale, è davvero un rapper appassionato e sorprendente che, con la sua energia, ci traghetta verso un’idea che sembra sempre essere sparita e che molti non hanno e non vogliono fare loro. Un’idea semplice, naturale che ci fa sembrare rane che saltano alla ricerca di un mondo più sincero e umano che non si ferma nelle difficoltà e che continua testardamente a voler affermare la propria identità di genere: il genere dell’essere umano che afferma il proprio diritto di esistere, in barba a qualsiasi profitto gli venga sbandierato. Un’idea che possiede un cambio radicale di mentalità e che, con un salto, tende a farci modificare il movimento stesso di rotazione della terra. Spin Time vuol proprio dire questo.
Che fatica la democrazia, questo sottotitolo ci fa comprendere come la costruzione di una comunità non sia semplice e facile da realizzare. Ho sempre pensato che a Roma si vivesse una lotta di classe molto più intensa rispetto a tutto il resto d’Italia e ho continuato ad avvertirlo in questi giorni di visita alla città caput mundi, anche se la lotta di classe non esiste più. Ha assunto una veste turistica devastante e fagocitante della realtà che non lascia spazio all’individuo se non in queste realtà poco e misconosciute.
Paolone ci ha raccontato dei suoi trascorsi ribelli e del suo stupore nell’aver trovato solidarietà nelle alte gerarchie ecclesiastiche dai papi (Francesco e Leone) ma anche da semplici preti che, pur con la loro semplice partecipazione fisica, hanno dato supporto alla sua iniziativa come il compianto Don Gallo e Don Zuppi, oggi Cardinale di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Proprio Don Andrea Gallo disse a Paolone che non bisogna fare rete, perché le maglie della rete possono essere larghe e rompersi mentre è preferibile perseguire la realizzazione di altro detto: famo colla, così nessuno potrà separarci. È davvero un movimento di rotazione della terra differente e inebriante, anche se adesso rimane solo un presidio in via Santa Croce in Gerusalemme. Speriamo che il progetto di una società più umana e non solo legato all’occupazione si realizzi.
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