Fabrizio Lombardo: l’attrito della memoria e l’arte della disperanza
La linea spezzata / di Fabrizio Lombardo. – Roma: Donzelli Editore, 2026. – 112 p. - ISBN 978-88-5522-820-6.

- Copertina di La linea spezzata, di Fabrizio Lombardo
Ciò che mi ha subito colpito della nuova raccolta di poesie di Fabrizio Lombardo (1968) – La linea spezzata, in lizza per il Premio Strega Poesia 2026 – è l’espressione «l’attrito della memoria» contenuta in “è stato facile dimenticare i luoghi. certi compagni”.
L’attrito è una forza che si oppone al movimento di due corpi in contatto. La storia va avanti ma la forza dinamica e antagonista della memoria ci obbliga a guardare dietro di noi per capire il tempo in cui viviamo e il futuro che ci attende. D’altronde – mi sembra sempre opportuno ricordarlo – la poesia e le Muse tutte sono figlie di Zeus e Mnemosine. Dea quest’ultima, nata da Urano e Gea, che della memoria è personificazione. Ricordare serve a “fare resistenza” contro l’oblio e la superficialità del presente. Il poeta è il custode della memoria e delle verità spesso scomode che essa porta con sé.
La memoria non sempre consola. A volte, si manifesta come un dispositivo perturbante: fa attrito, ostacola, ferisce, impedisce la pacificazione. Il dolore «stratifica la memoria» (da “sono passi di una voce ben riconoscibile”). Volenti o nolenti, siamo costretti a fare i conti con i ricordi che si depositano nel nostro inconscio, da cui poi scaturiscono, inaspettatamente. Rammento che – riferendosi all’Es – Freud diceva che l’Io non è padrone in casa propria. La funzione mnemonica è legata anche all’Io e al Super-Io perché, ad esempio, si considera un obbligo morale preservare la memoria storica e familiare. E concerne inoltre la resistenza e resilienza degli individui e della società contro l’oblio sistemico. Il dovere etico di ricordare ha dunque come equivalenti – in psicoanalisi – il ritorno del rimosso e – sotto il profilo storico – la memoria collettiva.
Quella di Lombardo è una prosa poetica o una poesia prosastica fatta più di dissonanze che di consonanze: «solo la dissonanza ci descrive» è l’incipit – quasi un manifesto del suo stile – di un componimento (“solo la dissonanza ci descrive. Un modo per dire”) contenuto in Coordinate per la crudeltà (2018), la sua precedente raccolta. I versi più che fluidi sono sincopati come i ritmi della batteria in alcune canzoni dei Joy Division, band citata nel libro dall’autore. Talvolta le cesure sono segnalate da barre diagonali unite alle parole che le precedono: lo slash assume così il valore di una traduzione ritmica e visiva della “linea spezzata” del titolo.
La nuova raccolta si compone di vari capitoli. Però, a detta di Elisa Donzelli, è «Un libro spezzato in due, […]. […]. Da un lato gli anni settanta e ottanta, nel ricordo di un bambino, poi di un ragazzo, cresciuto osservando la lotta operaia e il conflitto di classe, attraverso la ribellione artistica del punk; dall’altro la vita adulta nella genitorialità del nuovo millennio, nell’amore della vita coniugale, e il lavoro di una professione qualificata con il salto, e il rientro, all’interno di una dimensione dell’abitare opposta alla prima: una zona solo borghese, e solo apparentemente borghese. Nel ridisegnare una impossibile memoria intergenerazionale, questo libro – affatto scontato sulla scena contemporanea – rimarca la scissione e l’unione salda tra esperienza individuale e storia collettiva, in un viaggio che corrode e divarica in due l’Italia: l’epoca appena successiva all’utopia del Sessantotto e il senso imprendibile del presente». È questo dunque il significato del titolo scelto da Lombardo.

- Fabrizio Lombardo
Da una parte ci sono gli anni contrassegnati come gli “anni di piombo”, che sono stati anche anni di progresso e di grandi conquiste collettive. Gli aspetti positivi di quell’epoca sono del tutto ignorati dall’autore che focalizza la sua attenzione sui traumi che essa ha prodotto: la lotta armata, la droga, il terrorismo alla ribalta della scena politica della nazione («l’assassinio di Moro») e la paura che si infiltra «dentro alle case» (“fare ordine per mettere a fuoco gli oggetti, i lutti”), le difficoltà economiche ed esistenziali e le lotte della classe operaia. La classe operaia – da cui l’autore proviene – che, alla fine, come descritto in uno degli ultimi componimenti (“quella sera abbiamo acquistato un televisore a colori Autovox”) del capitolo intitolato “Fine settanta”, cede alle sirene del capitalismo e comincia a fare sacrifici per lasciarsi «comprare dagli oggetti». Il feticismo della merce prende il posto dell’esperienza collettiva. «Nella società dei consumatori nessuno può diventare soggetto senza prima trasformarsi in merce», osservava Zygmunt Bauman [1].
Gli individui non sono solo reificati, a causa delle modalità di erogazione delle loro prestazioni lavorative all’interno del sistema di produzione capitalistico, ma sono destinati a essere simbolicamente sostituiti dagli oggetti. In altre parole, gli uomini sono considerati alla stregua di oggetti e gli oggetti diventano i loro surrogati simbolici. Ricordo che Jane Eyre, la protagonista dell’omonimo romanzo di Charlotte Brontë, riflette: «Portavo sempre a letto con me la mia bambola: gli esseri umani hanno bisogno di amare qualcosa, così, in mancanza di un oggetto più degno a cui affezionarmi, trovavo un po’ di diletto nell’amare e vezzeggiare un feticcio sbiadito» [2].
Dall’altra parte ci sono, invece, gli anni del riflusso durante i quali il teorema thatcheriano diventa legge universale: la società non esiste, ci sono solo gli individui e le famiglie. Crollano le grandi narrazioni, le ideologie vengono sprezzantemente liquidate, i legami comunitari si dissolvono. Bandito definitivamente l’unanimismo, la società si atomizza: la coscienza di classe e lo stato sociale diventano spettri del passato; non si è più membri di un partito, di un sindacato, di una chiesa o di una collettività in generale. È privatizzata persino la speranza [3]. Non esiste neanche più il vicinato. Le famiglie, delle quali gli individui sono parte, vivono in quartieri dormitorio, si rinchiudono nei loro cubicoli («nelle case che non abitiamo abbastanza» commenta l’autore in “abbiamo fatto il possibile, nel punto cieco del nostro tempo”) senza neppure conoscere chi vive sul loro stesso pianerottolo. Più che una società liquida (cfr. Zygmunt Bauman) è una società in liquidazione, una società liquefatta. La prossimità è rovesciata. Siamo prossimi solo a chi non ci è vicino. Non ci rimane che una sorta di entanglement sociale e culturale, l’accesso a una rete di connessioni senza alcun contatto reale. Ci riconosciamo nei personaggi famosi e negli artisti, partecipiamo alle vite di coloro che ci sono sostanzialmente estranei, che conosciamo non personalmente ma attraverso il flusso delle informazioni che ci inonda costantemente e gli avatar diffusi dalla rete digitale e dagli altri mass media. Coloro che dovrebbe esserci vicini ci sono invece distanti, ci sono ancora più estranei. Possiamo solo sperare nel Buon Samaritano, in una salvezza che viene da lontano, dalla letteratura o dalla musica – come sembra suggerire Fabrizio Lombardo con le citazioni e le epigrafi di cui è infarcita la sua raccolta – perché conviviamo con il nostro prossimo sopportandone con fastidio la presenza: gli altri soffrono di invidia e rancore nei nostri confronti e ci mettono i bastoni fra le ruote, e noi non facciamo altro che comportarci di conseguenza (e viceversa). Una canzone di qualche anno fa dei Raconteurs si intitola “Help Me Stranger” («Aiutami straniero […] Mi genufletto ai tuoi consigli», implora l’io lirico). Jane Eyre, tiranneggiata dalla famiglia di adozione, dice: «Quando compresi che nella stanza c’era un estraneo, […], provai un sollievo indicibile e un confortante senso di protezione e sicurezza» [4]. Infine, sempre negli anni del riflusso, si approda al disconoscimento dell’utilità delle lotte passate e al riconoscimento della definitiva sconfitta della classe operaia. Così non resta che tentare la fortuna con gli strumenti offerti dai monopoli di stato: «decine di gratta e vinci / lanciati sull’asfalto si muovono nel vento, tra l’erba umida / e il canale. il paese ha adottato un sistema democratico / usa e getta, di scegliere l’illusione prima della fine del mese» (“ha gettato la sfortuna per strada. decine di gratta e vinci”).
Tuttavia non c’è solo una “linea spezzata”, ce ne sono tante.
Se gli individui, tanto celebrati ed esaltati dalla Thatcher, sono isolati e alla deriva, le famiglie non se la passano meglio. L’istituto familiare – che, una volta, era concepito come un’ancora di salvezza – è diventato un carcere da cui fuggire. La fuga, «un modo tradizionale si salvarsi» (“rimane il rumore, la crepa dove si insinua”), è anche fuga dalla famiglia. Quest’idea mi pare venga suggerita sottotraccia dall’autore che intitola un capitolo “Strategie di fuga (Exit Music)”. Il sottotitolo fa riferimento all’omonimo brano dei Radiohead, contenuto nell’album Ok Computer, che recita: «scappiamo / prepara la valigia e vestiti / prima che tuo padre ci senta / prima che si scateni l’inferno». E la mia ipotesi è corroborata da un verso di “le tracce partono tutte da qui. la seconda pagina” in cui si accenna a «un pezzo di vita di famiglia fatto di fughe».
È sintomatico che la musica e i musicisti dall’autore nel suo libro appartengano al post-punk, il genere musicale che ha “edificato” la colonna sonora del disincanto. Le band di riferimento sono i Radiohead e i Joy Division. Ian Curtis, il leader di questi ultimi, il cantore dark per antonomasia, morto suicida (Mark Fisher, blogger e saggista, di cui compare una frase in esergo al capitolo intitolato “Ritratti”, ha messo anche lui fine alla sua esistenza togliendosi la vita), in “Love Will Tear Us Apart” (1980) inneggia a un amore malato (“Tainted Love” ossia “Amore tossico”, è una canzone dei Soft Cell pubblicata l’anno successivo). L’argomento della canzone – da cui prende il titolo anche una poesia di Lombardo – è l’amore che divide, che lacera, invece di unire: «Quando siamo vittime della routine e le ambizioni sono irrealizzabili / E il rancore ci domina […]. / […] / L’amore, l’amore ci farà a pezzi». E il nostro autore, nel componimento citato, gli fa eco parafrasando: «devasta, brucia, cancella una vita / fatta solo di parole, porta morte e silenzio ma nascondi / il ghiaccio su cui cammino, aspetta che ceda / che sia solo il vuoto freddo a rimanere». I versi di un’altra poesia recitano: «ogni amore è un amore infelice dice, raccolta / in un angolo di strada dove c’è pioggia / e il silenzio di cose andate via» (“ogni amore è un amore infelice dice, raccolta”). Stupisce trovare, in questo breve canzoniere, alcuni timidi versi sull’amore che illumina e che sopravvive alla deriva e al naufragio delle vite, quell’amore che fa la sua fugace apparizione come un fioco lumicino, appena un barlume: «Ti passerò di dentro attraversando la linea curva / dell’amore lasciando ad altri i corridoi bui e le scorciatoie, / qui nel lato nascosto, dove c’è quello che non vedi, saremo / un rumore lieve, una ferita che rimargina piano» (“Ti passerò di dentro attraversando la linea curva”).
La figura del padre c’è e non c’è, è evanescente. Più suggerita che presente. Fa capolino tra un corteo e, a quanto sembra di capire, la stanza di un ospedale. Più che una linea spezzata è una linea che si dissolve. L’autore, diventato egli stesso padre, osserva: «ribalto lo sguardo in questo presente / di padre, come in un film guardato al contrario» (“è stato facile dimenticare i luoghi. certi compagni”).
Le tragedie personali si intrecciano a quelle collettive: «l’onda che ritorna, l’urto fragoroso contro le rocce, un suono / che si mischia alla pioggia rimasta sui corpi/ sulla spiaggia» (“Cutro”).
Su tutto dominano l’indifferenza e il vuoto della memoria, le dissonanze cognitive: «fingiamo che nulla sia accaduto, che nessuno abbia sparato» (“potremmo immergere le mani nell’acqua sporca”); “Finge di non saperlo, appoggiata alla ringhiera”; «Tornati a scuola abbiamo fatto finta di niente» (“Solo la crosta, il disinfettante, la tintura di iodio”), dopo uno scontro con un gruppo di fascisti. Ma una delle funzioni della poesia, lo ribadisco, è quello di combattere il vuoto di memoria e la menzogna, sua sorella gemella. La memoria, facendo attrito, può far male eppure bisogna esercitarla di continuo, il faut. E Fabrizio Lombardo assolve responsabilmente al compito di renderla viva e di ricomporla come meglio può mettendo insieme i frantumi del reale, i pezzi e le scorie della storia collettiva con quelli delle esperienze personali («siamo solo un frammento» dichiara in “stiamo per andarcene, manca poco, minuti forse”). Jenny Saville, un tempo parte degli Young British Artist, ha detto: «“Fare arte non è un atto futile o solo estetico: è un gesto politico, un modo di testimoniare, […]. […]. L’arte ci mette di fronte alla nostra esperienza umana, fatta di cicatrici e di segni indelebili”» [5]. La poesia di Lombardo non è solo un atto di resistenza ma di maturità e responsabilità nei confronti della storia a del mondo.
Comprendere il tempo in cui si vive è comunque difficile, il presente è nebuloso, la percezione è confusa. Dappertutto dominano le ombre e la nebbia, la caligine (correlativo oggettivo e corrispettivo del dark sound dei Joy Division): «dovunque la luce sparge ombre / che non capiamo. ci basta un passo, per cadere ancora» (“pronti all’impatto/ alla frattura che porta danno”), “luce che sfuma, ombra che si fa più scura”, «l’ombra che sfuma / nell’ombra» (“è stato facile dimenticare i luoghi. Certi compagni”), «l’ombra che scende e spacca la pietra / per risalire dai bordi» (“rimane il rumore, la crepa dove si insinua”), «le ombre / al loro posto, come sempre, danno concretezza / alle voci, al bersaglio che lentamente si avvicina» (“resta nella posizione di tiro solo per sottrarsi alla luce”), «una forma indefinita / tra le altre ombre» (“sta fermo in quel malessere di tosse”), «Il cielo ristagna basso, resta a filo dell’orizzonte, / raggruma le case nel rosso cupo / di un’altra sera fatta di nebbia» (“Il cielo ristagna basso, resta a filo dell’orizzonte”); «pedala controvento, piegato, esile contorno / nella nebbia» (“pedala controvento, piegato, esile contorno”); «i fumi sono comunque una parte del cielo» (“scuole deserte, fabbriche già chiuse, nessun”).
Nel clima generale di dissoluzione sociale ed esistenziale l’unico valore a cui fare appello è la bellezza, il solo esente dal tarlo dell’ipocrisia. In questo caso, la bellezza della poesia, non una bellezza fine a se stessa ma una bellezza che risente dell’attrito della memoria e da cui non può prescindere. L’arte che, in apparenza, è la più inutile di tutte rivela alla fine la sua utilità nell’attraversare la storia umana, registrandola e filtrandola inevitabilmente attraverso le proprie specificità.
Nella temperie descritta da Lombardo, anche il valore salvifico della poesia (e dell’arte in generale) sembrerebbe fallire miseramente. Tuttavia la poesia dura e si perpetua perché nel suo codice genetico sono inscritti i doveri di resistenza e resilienza.
Con il suo libro Lombardo, poeta del trauma e della débâcle, ha eretto un esemplare monumento alla disperazione e alla desolazione sociale e individuale. Non c’è alcuna speranza, nessuna possibilità di salvezza, nessuna illusione da coltivare. La sua è una poetica basata sulla testimonianza e la resistenza senza redenzione. Ricordare non serve a pacificare ma a impedire la falsificazione del reale.
In una conversazione con Marcus Boon, il cantante, musicista e compositore David Sylvian ha detto: «Mi piace lo stato di disperazione. La speranza tende davvero a intrufolarsi e ti porta fuori dal presente, verso un ideale. Vivere senza speranza ma senza perdere l’amore per la vita… questo mi sembra un ottimo punto di partenza» [6].
Nelle parole di Sylvian la speranza non è che una distrazione dalla realtà. La disperazione è invece uno stato di lucida accettazione della sua desolazione. Non è una resa ma una forma estrema di lucidità, è consapevolezza attiva. E la poesia della disperanza di Lombardo – che, a differenza di quella nichilistica di Ian Curtis, proietta resilienza senza cedere a futili illusioni, che è capace di resistere nonostante il disincanto – è forse l’unica arte possibile nell’infame presente in cui l’umanità si dibatte.
A seguito della recensione di Angelo Guida, il 18 marzo 2026 ha scritto via email Fabrizio Lombardo, ringraziando:
"...per una lettura tutt’altro che scontata, capace di coglierne elementi e trame sotterranee che, fino a oggi, non erano emersi con altrettanta chiarezza nelle recensioni uscite.
Il tema della memoria come forma di “resistenza”, la responsabilità come cardine del fare poesia, il disincanto: sono solo alcuni dei nodi per me fondamentali di questo progetto che lei ha saputo mettere in luce con grande finezza critica. Per questo le sono davvero grato.
Ho apprezzato tanto anche la precisione e perfetta descrizione e consonanza del paesaggio sonoro che è presente nel lavoro".
Pubblichiamo questa densa notazione di Lombardo, che ringraziamo anche a nome di Angelo Guida.
[1] Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono (2007), trad. it. Marco Cupellaro, Editori Laterza, Bari 2010, p. 17.
[2] Charlotte Brontë, Jane Eyre, trad. di Stella Sacchini, Feltrinelli Editore, Milano 2022, p. 41).
[3] Cfr. Zygmunt Bauman, Retrotopia, trad. it. Marco Cupellaro, Editori Laterza, Bari 2017, p. 117.
[4] Charlotte Brontë, Jane Eyre, cit., p. 29).
[5] Stefano Bucci, Jenny Saville. Sì, esprimo vita nei miei corpi, “la Lettura”, 5 aprile 2026, p. 33.
[6] L’intervista è stata pubblicata sulla pagina web Manafon. La traduzione è stata tratta dal sito DavidSylvian. La pagina web e il sito citati, non più online, sono stati consultati il 24.8.2009.
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -