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Ex Jugoslavia. Da non dimenticare

Un interessante dossier su cosa è oggi, la ex Jugoslavia. A cura di Andrea Giannasi (editore di Prospettiva Editrice) e di Piergiorgio Leaci (scrittore e agente letterario).

di Andrea Giannasi e Piergiorgio Leaci - giovedì 2 marzo 2006 - 10128 letture

Gennaio 2006 L’ex Jugoslavia è a due ore di volo da Roma. Sarajevo, Belgrado, Zagabria sono facilmente raggiungibili e le coste della Croazia sono meta ogni estate di milioni di turisti provenienti da tutta Europa. La “bufera” di una guerra terribile sembra passata, così sembra dimenticato un conflitto feroce che ha dilaniato un intero paese. In realtà basta uscire dalle strade principali, attraversare il confine per trovarsi di fronte un’altra realtà.

Andrea Giannasi e Piergiorgio Leaci, per conto dell’Associazione Italiana delle Culture hanno compiuto un viaggio fino nel cuore della Bosnia passando attraverso il Montenegro, fino ai confini con la Serbia, tagliando tutta la costa Dalmata.

La nostra partenza è stata dal cimitero di Dubrovnik la città croata assediata e più volte bombardata dalle artiglierie serbo-montenegrine. Le tombe, bianche, accolgono i corpi di 60 giovani caduti in difesa della cittadina. Ovunque i segni dei bombardamenti ma mentre in Croazia si sta ricostruendo, in Bosnia la vita sembra immobile, tra chi cerca miglior fortuna all’estero e chi ha deciso di non abbandonare la sua terra. E se in terra cattolica si sono ricostruite le chiede incendiate dai serbi, in terra musulmana appaiono nuove e immacolate moschee un po’ ovunque. Accanto a case distrutte si fa la fila per andare a pregare, mentre il mondo sembra capovolto.

I confini sono presidiati, armati, difesi, controllati. Ovunque lo sguardo di chi “non ha” si incolla addosso a due europei in cerca di verità. E questa l’abbiamo trovata nei colloqui con alcuni croati, serbi, montenegrini, ma soprattutto con un ufficiale italiano della Kfor, che non dimentica di sottolineare che “sotto la cenere la brace è sempre viva”. E non basta ogni mese organizzare una campagna del ritiro delle armi, perché “se vengono portati vecchi fucili, sappiamo che già ne possiedono di nuovi”. Insomma nella ex-Jugoslavia la bufera si è solo calmata.

Tutti, all’ombra delle proprie cantine, affilano le armi in attesa di nuovi tempi bui. La domanda che ci poniamo ogni volta che entriamo in un villaggio è sempre la solita? Dove è finita la gente? Troviamo case divelte, senza tetto, dilaniate. Scuole silenziose, nere come la pece, buie e tristi. Qui tutto non sembra essere stato risparmiato da una cieca furia. Le case, i muri, i cimiteri, le strade, i cartelli, si portano dietro i segni indelebili di odio.

Anche le schegge delle granate hanno disegnato strane figure. Durante il viaggio siamo stati accompagnati dalla lettura dei libri dello scritto serbo-croato Drazan Gunjaca. In particolare ci ha colpito il dramma di “Il crepuscolo della ragione” del quale vi leggiamo alcuni brani:

LUOGO DI AZIONE Presidio militare di frontiera tra la Croazia e la Bosnia Erzegovina nell’estate 1993. All’interno del presidio si trova una prigione provvisoria in cui è richiuso Ante. In effetti, si tratta di una stanza di dimensioni ridotte, senza finestre, con una grande porta antica massiccia e con un pavimento in legno mal messo. Sul soffitto spicca una trave di legno, solita nelle vecchie case locali, che porta il tetto. Non ci sono mobili. La stanza, probabilmente, è servita un tempo da magazzino. Sul pavimento sono sparsi alcuni cartoni e nell’angolo della stanza c’è un vecchio sacco a pelo. Non vi è altro.

PERSONAGGI:

ANTE croato, professore di storia, cinquantenne, prigioniero.

PRIGIONIERO (HUSEIN), mussulmano, recluta dell’esercito bosniaco, giurista, trentenne, prigioniero

MAGGIORE, ufficiale dell’esercito croato

CARCERIERE, soldato croato

1° SOLDATO CROATO

2° SOLDATO CROATO

CAPITANO SERBO, poi CAPITANO MITAR

SERGENTE, membro dell’esercito serbo

1° SOLDATO SERBO

2° SOLDATO SERBO

PERO, soldato serbo

STEVO, soldato serbo

1° SOLDATO BOSNIACO

2° SOLDATO BOSNIACO, poi IBRO

3° SOLDATO BOSNIACO poi MEHO

4° SOLDATO BOSNIACO, poi SAMIR

ATTO I

(Ante in divisa da combattimento, con le insegne dell’esercito serbo, nella stanzetta che serve da prigione, appoggiato al muro dirimpetto alla porta. Sulla soglia appaiono il maggiore e il carceriere in divisa da combattimento con le insegne dell’esercito croato e portano un nuovo prigioniero, nella divisa da combattimento dell’esercito bosniaco. Dopo essere entrati, il carceriere slega le mani al nuovo prigioniero).

ANTE: Entrate, ragazzi, entrate. Siete in ritardo. L’ora è già iniziata. Entrate e prendete i vostri posti nei banchi. Allora, oggi parleremo della patria dei nostri padri che una volta si chiamava Jugoslavia...

CARCERIERE: Puoi fingerti pazzo quanto vuoi, comunque finirai sempre allo stesso modo.

MAGGIORE: Professore, ti portiamo un nuovo inquilino, così non sarai più solo.

ANTE: Che il nuovo alunno prenda il posto libero. Allora, continuiamo. In quello strano paese pieno di favole e di illusioni, che si trovava nei montuosi Balcani, i vostri padri pensavano di aver finalmente trovato la formula magica della convivenza...

CARCERIERE: Caro il mio prof, non te la caverai, nonostante tutta la tua finta pazzia.

PRIGIONIERO: Che cos’ha quello?

CARCERIERE: Chi lo sa? Afferma di essere un professore di storia e di essere croato come noi, ma lo abbiamo preso in divisa serba e con i loro documenti. E ora finge di essere pazzo per non essere fucilato.

PRIGIONIERO: E allora, è un professore? E’ serbo o croato?

MAGGIORE: Vedremo. Forse è sia l’uno che l’altro, ma forse no. Chi lo sa?

CARCERIERE: E a chi importa in fin dei conti?

PRIGIONIERO: Ma non vorrete uccidere uno dei vostri?

MAGGIORE: No.

PRIGIONIERO: Però lui lo farete fuori.

CARCERIERE: Se Dio vuole.

ANTE: Prego, silenzio in aula. Mi interrompete in continuazione. Quindi, la convivenza e la Jugoslavia. La formula era buona, però aveva insito in sé un errore, un virus, che è diventato attivo dopo la morte dell’inventore della formula, il maresciallo Josip Broz Tito. E tutti i suoi numerosi allievi, tutti bravi, non sono riusciti a correggere la formula, ossia l’errore insito in essa. E così, ragazzi miei, il segreto della convivenza, il segreto della convivenza è finito sottoterra con il maresciallo Tito. Molti hanno cercato disperatamente di continuare la sua opera, ma invano. Quanto più loro si sforzavano e cambiavano la formula, tanto peggio si sviluppavano le cose. Sebbene alcuni usassero la sua ricetta, il loro approccio si è dimostrato sbagliato. Non erano capaci di capirne tutte le sfumature. Ed ora...

CARCERIERE: Andate a farvi fottere, tu e il tuo Tito. Ogni giorno sempre la stessa cosa. Cambia il disco per una volta.

ANTE: ...qui si pongono alcune questioni di fondo. (Si gira verso il muro e vi “scrive” col dito come fanno i professori a scuola sulla lavagna.) La prima questione è la seguente: Tito era consapevole dell’errore? Seconda: se lo era, poteva correggerlo? Terza: se poteva correggerlo, perché non l’ha fatto? E infine la quarta questione: si tratta forse semplicemente del destino di queste aree geografiche, dove nessun paese è riuscito a durare più della durata media della vita dell’uomo?

CARCERIERE: Ti rispondo io, professore. Primo: Tito se ne strafotteva dei tuoi errori insiti nella formula. Secondo: Tito era il più grande venditore di fumo nella storia dei Balcani. Ha fregato tutto ciò e tutti coloro che poteva fregare, e nella misura maggiore ha fregato noi croati. Terzo: questa Croazia che noi ora stiamo creando sarà eterna.

ANTE: Ah, figliolo, tu non capisci niente. Primo, quella formula era il capolavoro di Tito e per ognuno il proprio capolavoro è la cosa più importante della vita. Secondo, è naturale che fosse il più grande venditore di fumo, come lo hai definito, perché la politica è l’arte dell’impossibile. E questa fumosità è nella politica, a differenza di altre attività umane, spesso positiva. Nella misura in cui è possibile parlare di politica in un contesto positivo. Chiaro che ciò è paradossale ma, purtroppo, è anche vero. E terzo, nulla in questo mondo è eterno. Nulla. Né stati, né poteri, né potenti... Nulla. Tutto è un mero frammento della storia, che segue le sue strade, che sono conosciute da molto tempo. In essa gli uomini sono soltanto beni di consumo e hanno la funzione di scriverla. E di regola spesso neanche ciò sono in grado di fare come si deve. Se fossero almeno cronisti oggettivi, forse non ci succederebbe...

CARCERIERE: E Bleiburg nel 1945? Cosa ce ne facciamo di quelle centinaia di migliaia di civili croati che Tito e i partigiani hanno trucidato anche se non avevano colpa alcuna.

ANTE: Un crimine orrendo, come tutti i crimini. In nessun crimine c’è del buono, e tutti vanno condannati a prescindere da chi li ha commessi. Però figliolo, primo, Tito neanche sapeva cosa stava succedendo. Quando lo è venuto a sapere, ne fu sconvolto e ciò lo ha tormentato per tutta la vita. Non poteva mettersi il cuore in pace. Non era addolorato per tutti quei morti, specialmente non per quelli in divisa nera, ma per molti altri sentiva un profondo rammarico. Perciò ha creato tutte le condizioni per fondare uno stato indipendente e sovrano. Va bene, non solo per la Croazia, bensì anche per altri paesi, solo che ad alcuni non vanno bene i confini definiti. Però, che si può fare, nessuno è ideale. Secondo, cosa ben più importante, le illusioni storiche nei Balcani non vanno prese in considerazione, perché se venissero prese in considerazione qui la storia non esisterebbe. Sebbene, se ci penso un po’, non è sicuro che esista neanche così, visto che...

CARCERIERE: Tito era addolorato per i croati morti ammazzati?!? Beh, qui c’è da diventare matti. Lui manco era croato.

PRIGIONIERO: E cosa allora?!?

CARCERIERE: Che ne so. Dicono che fosse una spia russa arrivata durante la seconda guerra mondiale, perché il vero Tito era morto in precedenza da qualche parte in Russia.

ANTE: Figliolo, lui era croato di sicuro, perché ciò che ha fatto solo un croato può farlo.

CARCERIERE: Questa non l’ho capita.

ANTE: Ecco, per questa ragione esistono le ore di storia. Quindi, continuiamo...

MAGGIORE: Ne ho le palle piene di entrambi. (Si rivolge al carceriere.) Non capisco come tu possa stare a discutere con lui ogni giorno di Tito e della Jugoslavia. Basta! Noi ce ne andiamo e tu, caro Haso, accomodati qui con il professore e con Tito. Dopo verremo a parlare un po’ con te. Andiamo!

CARCERIERE: Sono stufo di lui e di Tito...

MAGGIORE (ridendo): Andiamo.

(Il maggiore e il carceriere se ne vanno e nella stanza rimangono Ante e il nuovo prigioniero. Per un po’ si guardano in silenzio.)

PRIGIONIERO: La prego, lasci stare Tito e la Jugoslavia, io ne ho abbastanza di tutto.

ANTE: Ma neanche la metà di quanto ne abbia abbastanza io.

PRIGIONIERO: Prego?!?

ANTE (si siede sul pavimento, sospira stanco e si appoggia alla parete): Eh, amico mio, io sono qui già da una quindicina di giorni. E soltanto negli ultimi cinque ho cominciato con Tito e con le lezioni. Da quando mi hanno portato davanti al plotone di esecuzione.

PRIGIONIERO (gli siede accanto): Plotone di esecuzione?!

ANTE: Così si dice. Nel loro caso ciò significa che arrivano in due o tre in questo buco e semplicemente ti sparano. Questi non hanno tempo per giudizi, quand’anche fossero una pura formalità, o per verbali, per portarti davanti al plotone di esecuzione. Per i loro bisogni va bene anche questa parete cui sono appoggiato. Non hanno grandi pretese in merito. Ecco, non sai mai quando e dove incontrerai tali manifestazioni di umiltà.

PRIGIONIERO: E se di nuovo decidono di fucilarla, che farà?

ANTE: Niente. Tenterò qualcos’altro e spererò nel miracolo.

PRIGIONIERO: Crede nei miracoli?

ANTE: Naturalmente. Questo è un paese di miracoli. Di vario tipo. Non lo ha ancora capito? Se non lo ha capito, lo capirà ben presto. Anche se tutti i miracoli che qui succedono, di regola, hanno pessime conseguenze per coloro che sono coinvolti in essi. D’altro canto, forse a volte succede qualche piccolo, magnanimo miracolo, come è successo a me con Tito, che ti prolunga la vita di qualche giorno. Ecco, per adesso confido solo in miracoli del genere.

PRIGIONIERO: Beh, come le è venuto in mente Tito? Perché proprio lui?

ANTE: Ho avuto una visione.

PRIGIONIERO: Come?!?

ANTE: Ho avuto una visione. Lei sa che nella religione cristiana esistono le visioni...

PRIGIONIERO: Sì, sì, lo so. Anche mia moglie è cattolica, croata. Però, come mai proprio Tito? Non sarà mica diventato santo?

ANTE: Se lui è stato promosso a santo, allora i cieli hanno subito grandi sconvolgimenti. Comunque, proprio quando hanno deciso di farmi fuori, lui mi è apparso, nella sua divisa da maresciallo, stava qui di fronte a me, e io mi sono messo subito a parlare di lui. Così, d’improvviso. Loro bloccati, incerti, mi guardano, si guardano, non ci capivano niente. Che vuoi, noi siamo pur sempre cresciuti e abbiamo vissuto nel periodo in cui lui era un dio in terra, per cui è ancora presente nel nostro subconscio. E così mi hanno lasciato per un altro giorno, quando Tito non ci sarà.

PRIGIONIERO: E lei ora non si separa da lui? Voglio dire, dal maresciallo.

ANTE: E che altro mi rimane da fare? Finché tiene acqua, va bene. D’altronde, lei saprà che la cosa più difficile è uccidere chi è impazzito. La gente semplicemente evita i pazzi, sia in pace che in guerra. Non sanno come trattare la loro “pazzia”.

PRIGIONIERO: Se questa è la condizione per non uccidere, voglio dire la pazzia, allora questa guerra finirà in men che non si dica.

ANTE: Ah, sbagliato. Ci sono varie forme di pazzia. Lei pensa a quella pazzia che ora ha invaso una buona parte dei bipedi locali, che non ne sono coscienti, ma che la vivono con orgoglio e se ne vantano. La trasformano in un valore nazionale che non può venir messo in questione. Io penso alla semplice pazzia umana, a quella che il senso comune definisce come “essere fuori di testa”, quella pazzia di cui si è coscienti almeno inizialmente, quando comincia a tartassare e quando fa male a più non posso.

PRIGIONIERO: Va bene, non è pazzo, ma allora è fuori di testa o no?

ANTE: Beh, la questione è sottile in queste condizioni. Il pazzo non può giudicare la propria pazzia, anche se di recente questo è diventato un fenomeno normale in queste terre. Per un giudizio del genere sarebbe necessario un giudice competente ed estraneo, solo che noi non disponiamo di persone del genere, non è vero?

PRIGIONIERO: Oh, sì, questo è quasi vero. Infatti, quali sono i parametri della pazzia durante la guerra? Durante la pace si sa quando una persona è pronta per essere rinchiusa in manicomio, ma in guerra è molto più difficile. Come si può sapere se si è fuori di testa o no quando una buona parte dei casi psichiatrici più gravi attualmente sta delineando gli eventi che siamo costretti a vivere. Almeno se ci atteniamo alle condizioni del tempo di pace. Se lei è fuori di testa, dove allora si trovano loro sulla scala della pazzia? Ma lasciamo stare. Io sono Husein, anche se tutti mi chiamano Huso. Di professione sono giureconsulto. Musulmano, bosniaco, come si suol dire.

ANTE: Io sono Ante, ed è così che mi chiamano. Di professione sono professore di storia. Sono in pensione, anche se nessuno me la riconosce e nessuno me la sborsa. Sarà che ora hanno ben altro da fare. Ah, sì, sono croato. Almeno lo sono stato finora, dato che adesso questi non mi riconoscono come tale. Recepiscono soltanto ciò che permette loro di mettermi al muro. (Si stringono la mano)

HUSEIN: Ad ogni modo, è un professore?

ANTE: Ah, non puoi “uscire di testa” in un campo che non conosci. Ti beccano subito, anche se a prima vista ti sembra che le conoscenze accumulate non permettano alla maggior parte di loro di riconoscere neanche le più elementari... (In quel momento si sente lo stridore della porta che si apre) Attento, stanno tornando. (La porta si apre e alla soglia si affaccia il carceriere) Allora, alunno, ripetiamo un’altra volta. Con il disfacimento della prima Jugoslavia, quella nata dopo la prima guerra mondiale, che è crollata per non aver saputo dare una soluzione alla questione nazionale e non per l’occupazione nazifascista, come di solito si pensa, quindi quella Jugoslavia che era la tomba dei nostri popoli...

CARCERIERE: Professore, giacché si parla di tombe, tu la tua non la vedrai neanche morto.

HUSEIN: Perché?

CARCERIERE: Perché in guerra il nemico non viene sepolto. Non si ha tempo a sufficienza neanche per seppellire i propri morti, figuriamoci i nemici.

HUSEIN: In queste terre, del resto, da sempre sono di più gli scheletri non sepolti che quelli sepolti. Ce ne sono tanti che non si riesce a dare loro una sepoltura finché dura la pace, vuoi mettere in tempo di guerra? Per fortuna, la natura ci è amica per cui ci ha messo a disposizione tante di quelle foibe quali tombe occasionali...

CARCERIERE: Di quali foibe stai vaneggiando?

HUSEIN: Di quelle foibe che non sono il regno delle tenebre per la loro profondità e per il buio che vi regna, bensì per quei poveri cristi che in esse sono finiti.

CARCERIERE: Oh Dio, un altro intellettuale. Questi mi vanno a genio in modo particolare. Però ora non ho tempo per voi e per le foibe. Volevo solo dirvi che oggi non ci sarà il pranzo. Problemi di trasporto. Ma forse perciò la cena sarà più abbondante, chi lo sa? Ehi, professore, che ne pensi?

ANTE: Ragazzi, la forza dello spirito non dipende dal cibo ma dal...

CARCERIERE: Dio, ora mi sento più tranquillo perché mi hanno detto che probabilmente neanche la cena arriverà in tempo. Forse arriva domani, ma neanche questo è sicuro.

HUSEIN: Qui tutto si riduce a “forse”. Forse sei nato ma forse no. Forse sei vivo ma forse no. Forse sei morto ma forse no. E forse stai in mezzo a questi estremi. Non sei né vivo né morto.

CARCERIERE: Forse vi facciamo fuori oggi, così vi liberiamo di tutti questi “forse”. E fino a quel momento voi continuate a coltivarvi lo spirito, finché non arrivano le vitamine. Ma forse non vi serviranno più, eh? Forse... (...)

[Il resto su “Il crepuscolo della ragione” di Drazan Gunjaca Prospettivaeditrice]

Si ringrazia per la collaborazione del viaggio: Jadrolinija www.jadrolinija.hr Prospettivaeditrice www.prospettivaeditrice.it War Photo Limited Dubrovnik (Crooazia) Drazan Gunjaca


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