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Esterni romani con ritratto di inetto contemporaneo / di Paolo Febbraro

Lorenzo Pavolini. - Fonte: il Manifesto, 19 maggio 2005, p. 13.
di Redazione Antenati - domenica 22 maggio 2005 - 4601 letture

Si chiude sotto il segno di una sconfitta che rimanda a Svevo «Essere pronto» di Lorenzo Pavolini per Pequod

PAOLO FEBBRARO

L’inettitudine, la borghesia come ceto medio ormai incapace del rischio esistenziale che storicamente l’ha resa tale, una vita «votata comunque a trascorrere» in un mondo che avrebbe ragioni per ribellarsi ma che forse non ne ha più le energie: se c’è un titolo profondamente ironico, nella narrativa italiana recente, è quello che Lorenzo Pavolini ha scelto per la sua opera seconda, Essere pronto (peQuod, pp. 112, euro 12). Nato nel 1964, Pavolini ha l’età giusta per entrare in quell’inettitudine, darle voce e insieme un paradossale spessore, quello della psiche, della scrittura e della memoria, efficaci e finanche eleganti surrogati della Storia. I quarant’anni di Pavolini, anche a voler scontare il legittimo iato che si stabilisce fra uno scrittore e le sue creature letterarie, è l’età di chi ne aveva venti a metà degli anni Ottanta, quando la società occidentale ha più decisamente imboccato la strada della propria consumazione e riproduzione virtuale, e anche della propria anestetizzazione mediatica. È l’età in cui, ancora accesi e ricattabili i sensi, il fallimento sentimentale e quello politico - nomi propri di ciò che genericamente possiamo anche chiamare fine della giovinezza - hanno già scavato un solco profondo, e unico, poiché non ancora relativizzato dalla distaccata esperienza senile. Una delle cose che colpiscono del romanzo di Pavolini è la sua brevità. Sedici capitoli, tanto rapidi da bilanciare efficacemente la densità della prosa, in cui ogni descrizione sembra parte di un autoritratto che debba faticosamente definirsi. Evidentemente ci sono diversi modi per aver molto da dire. Pavolini è bravo a non voler allargare la prospettiva, a non pretendere la velleitaria ampiezza del ritratto generazionale o storico solo per via di amplificazioni, coralità, sovrapposizioni. Sceglie di concentrarsi su una sola vicenda, senza offuscare il suo specchio, e così facendo sperimenta la pluralità delle storie che affiorano nella mente di chi sa seguire passo passo una singolarità piena. Il suo io narrante è il centro vivente di una serie di nevrosi, perdite, ossessioni, bisogni che si verticalizzano nella memoria e in un presente continuo, sfuggente, ma che detengono saldamente il potere di convogliare sulla pagina un’orizzontalità di accadimenti e vicende. Gli sparsi lacerti di un’esperienza inizialmente confusa, composti a fatica da una mente ancora nebbiosa, via via prendono a essere illuminati dal sole della consapevolezza, anche se si tratta di un sole nero, fatto di inganni, secondi fini, doppie identità. Pavolini innesta il dramma esistenziale, dapprima sordo e solo intuito, sul romanzo giallo a sfondo politico, e su un paradossale romanzo di formazione, ormai quasi senile, posteriore. All’ingenuo, o inetto, dà la parola in prima persona, facendolo emergere sotto l’urto di vicende subite molto prima di essere comprese, vicende senza chiave, accelerazioni preterintenzionali, vissute soprattutto da uno sguardo capace di perdersi nella folla dei particolari che riesce a cogliere. L’alta definizione depone a sfavore della conoscenza: Pavolini sembra riflettere su ciò che davvero - fra quanto viviamo - giunge a costituire la nostra esperienza: «A molte cose che succedono nel mio mondo so di non avere una risposta da dare; mi manca la materia prima, le risorse per organizzarmi. Osservo le cose. Le dispongo come mi è possibile sul panno bianco che mi sono creato nella testa. Ma di più non so fare». La cinepresa ha perso il suo regista, sequestrato da un trauma che conosceremo alla fine, quasi un emblema, e che acuisce i sensi ottundendo la sensibilità.

La storia infatti cade male addosso al protagonista, come un vestito fuori misura. La stanza della sua casa affittata a un pittore caotico e misterioso, una fotografia inquietante, fermata su un atto di violenza urbana, la ragazza chiamata Perla, con gli adescamenti del suo disordine sensoriale; e poi l’ossessione del «cancro colorato dei platani, a Roma», a segnare nella città itinerari di angoscia personale, ma anche le mappe di una rivolta strisciante, preordinata, coperta: sono questi gli elementi di un presente al tempo stesso abituale ed estraneo, che il narratore mette su nastro e fa scorrere. I nastri sono fittamente intrecciati, ma a lungo manca lo sguardo panoramico, le categorie d’interpretazione, la stessa volontà di rendersi protagonista di un ordine, vecchio o nuovo non importa. L’oppressione della banalità consumistica è abbastanza confortevole da risultare invisibile, spezzettata nel caleidoscopio dei suoi prodotti. E l’intelligenza novecentesca, da parte sua, è giunta all’estremo rifugio dell’ingenuità volontaria, potendo ma non desiderando più capire. Narratore e lettore hanno presto tutti gli elementi per comprendere la posta in gioco, ma Pavolini sa come renderli complici di un nolente depistaggio, di un’evasione mentale e anche geografica, sensuale, affettiva.

Il finale è a sua volta anestetico, ma senza pace. L’ordine arriva, le verità del passato e del presente congiurano infine per una chiarezza coincidente: la metafora della fotografia, dell’arte figurativa, del mondo come rappresentazione particolareggiata e perdutamente singolare, metafora così forte per tutto il romanzo, giunge a maturazione. Ma fra la violenza confortevole e quella ribelle la soluzione sarà la sopravvivenza, l’opacità consapevole, pagata col tradimento delle proprie residue ragioni, e passioni. La parabola si chiude con quella soddisfacente sconfitta che, dai tempi dello sveviano Zeno Cosini, condanna l’inetto a non poter gridare nessuna verità apocalittica, rinunciando alla tragicità grandiosa. Pavolini sembra dirci che la soluzione è essere pronti a trasferirsi da una casa a un’altra, da un corpo amato a un altro, istituzionalizzando la perdita, consegnandola alle forze dell’ordine, facendone il nostro motore. Cosicché, se il motore dovesse spegnersi il disappunto, e il danno sociale, sarebbero in ogni caso minimi: «Passo molto tempo sdraiato sul pavimento e non sento più dolore... Mi agita una idea continua di turba e di sommossa, di vita che si monta e disfà, costruisce per disperazione, e distrugge per amore. Però subito mi calmo».


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