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Essere calciatrici in Sud Sudan

I sogni, la determinazione e la voglia di riscatto di Amy Lasu, capitana della nazionale di calcio femminile sud sudanese.

di Redazione - mercoledì 1 giugno 2022 - 2370 letture

Le conseguenze di oltre sei anni di conflitto affliggono lo Stato più giovane del mondo, il Sud Sudan, che al suo undicesimo anno di indipendenza dal Sudan vive già una delle crisi umanitarie più gravi del millennio.

È questo lo scenario in cui emerge la bella storia personale e sportiva di Amy Lasu, capitana della nazionale di calcio femminile sud sudanese e simbolo della voglia di riscatto e di rinascita di un intero Paese.

"Il Sud Sudan rappresenta la mia identità, le mie origini. Il Kenya, invece, il luogo che mi ha fatta diventare quella che sono oggi".

Amy infatti è approdata a Nairobi nel 1998, all’età di soli tre anni, quando la sua famiglia è fuggita dalla guerra civile.

Qui è cresciuta, ha frequentato le scuole, si è laureata in gestione delle risorse umane presso la Moi University nel 2018, prima di fare rientro nella sua terra natia.

In Kenya ha anche affinato il suo talento calcistico con la Women Premier League (WPL), sbocciato per la prima volta all’età di sette anni.

Il calcio, in Africa, regala a lei e a molte sue compagne la speranza di una vita normale: il sogno di una vita migliore.

Come Amref abbiamo incontrato Amy, in una partita di calcio pensata per sensibilizzare la popolazione sulla tematica delle malattie rare in Sud Sudan.

“Ci sono donne che hanno seguito anche corsi per allenare e corsi per arbitrare. Questo significa che il calcio sta dando a noi tutte nuove aspettative - racconta Amy, che poi aggiunge -. Tante ragazze mi ammirano perché in qualche modo sono riuscita ad affermarmi; dimostrare loro che è questo è possibile mi rende estremamente felice".

In Sud Sudan Amy si è data una sorta di missione: "Sono convinta che più bambine inizieranno a tirare calci ad un pallone, meno matrimoni e gravidanze precoci ci saranno. È proprio questo quello che voglio fare con loro: avvicinarle al campo da gioco, informarle e tenerle alla larga dai pericoli che corrono. Tutto ciò mi motiva a lavorare ancora più duramente".

Amy sa quanto sia difficile nel suo Paese essere donne ancor prima che essere calciatrici.

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Foto di Isaac Buay

"È meraviglioso quanto difficile - spiega -, così come lo è fare quello che spesso pensiamo non ci appartenga, come lo sport. Da donna puoi dimostrare tanto, ma spesso i familiari, le comunità e le tradizioni non te lo permettono".

"Io sono stata fortunata - ammette -. Gioco a calcio da quando ero piccola e la mia famiglia mi ha sempre supportata. Molte altre ragazze non hanno però la mia stessa fortuna… Non possono inseguire i propri sogni, e spesso si trovano anche a condurre una vita che non desiderano. Vengono date in spose da bambine, tenute in casa a fare cose ‘da donne’, senza diritto di scelta".

Per questo l’obiettivo di Amy è istituire presto una propria accademia di calcio.

"Voglio poter dare il buon esempio: per le ragazze, per le famiglie, per la società. E per far sì che ogni bambina possa diventare la donna, o la calciatrice, che ha sempre sognato di essere".


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